– Don Luigi Verzè è un vero homo berlusconianus. Ha un narcisismo elettrico, che agita un’intraprendenza spericolata e visionaria. Ha un ego smisurato e un super-ego indulgente, quindi un gusto forte ed esibito per l’allegria e per lo scandalo. Ha un senso molto “economico” e poco moralistico della convenienza. Se una cosa funziona e fa bene, va bene. Poche balle.

Ha poi un concetto molto lombardo del successo: uno è qualcuno se fa qualcosa. Come per Berlusconi, anche per Don Verzè essere sinceri e dire la verità non sono sinonimi. Entrambi, per essere se stessi, devono recitare la parte del proprio personaggio. Senza alcun understatement, ovviamente.

Nell’intervista rilasciata ieri a Claudio Sabelli Fioretti per La Stampa, don Verzè ha fatto di tutto – letteralmente di tutto – per apparire uno svitato ciarlatano. Ma non si è spostato di un passo dalla sua idea “cristiana” della medicina come complemento umano del disegno di salvezza e del progetto di Dio per l’uomo. La medicina predittiva e la trasparenza del genoma non espongono l’uomo al dominio delle macchine, al contrario pongono le macchine al servizio di Dio e dell’uomo. La speranza cammina, la Chiesa, con l’intendenza, seguirà.

C’è chi, con ragioni non disprezzabili, ritiene empia la confusione tra resurrezione e immortalità terrena, tra eternità e imperitura vecchiezza, tra Cristo e Matusalemme. Però, se anche don Verzè fosse un prete che ha venduto l’anima al diavolo della scienza positiva e ad un ottimismo ottusamente positivista, il San Raffaele rimane un monumento alla carità e all’intraprendenza cristiana. Lo è, per così dire, “oggettivamente”.

Che c’entra Berlusconi? C’entra nel senso che, in questa partita, pensiamo sia, in cuor suo, più dalla parte del suo amico imprenditore di Dio che dei chierici della bio-etica proibizionista. Invece, da qualche anno, dà i soldi al primo (tanti e benedetti, immaginiamo), ma ragione ai secondi.

Lo scriviamo oggi, senza alcun richiamo all’attualità, che vede il premier in altre faccende affancendato. Ma lo scriviamo perché, non da oggi, pensiamo che Berlusconi su questi temi sensibili avrebbe fatto meglio, molto meglio, a fare il matto come il suo amico Don Verzè, piuttosto che vestire i panni dell’indignazione codina, che non gli si confà e non gli dona.