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Sui parchi milanesi la Giunta ha le idee chiare, Celentano invece no

– Adriano Celentano, dal suo ritiro più che ventennale in quel di Galbiate (Lecco), di tanto in tanto esercita la funzione dell’intellettuale critico su un tema a lui molto caro: l’impatto del cemento sulla città di Milano.Dai tempi della via Gluck, una strada semiperiferica dove il piccolo Adriano è cresciuto, il leit-motiv è sempre lo stesso: il cemento rovina la città.

Sarebbe una contraddizione in termini, visto che le case non sono più costruite né in legno né in pietra, ma non è questo il punto.

Milano, al pari di ogni città di tutto il mondo, si è espansa nel XX secolo, e (dobbiamo dirlo) perfino poco rispetto alle megalopoli del Terzo Mondo. Non che qui vi fosse una simile necessità di espansione, tutt’altro. E’ però naturale che un polo fortemente attrattivo come quello milanese abbia provocato una certa espansione edilizia, che ha prima toccato le semiperiferie (tra cui via Gluck, appunto), poi, a seguito della prima ondata di immigrazione (quella dal Mezzogiorno), le periferie. Sono state avanzate molte critiche ai quartieri periferici nati dopo gli anni ’50, palazzi a edilizia convenzionata a cui in genere è stata posta scarsa attenzione circa la qualità della vita, dei servizi, anche del verde pubblico.

Da molto tempo Milano presenta una decrescita demografica, solo in parte compensata dalla seconda ondata di immigrazione (quella dai Paesi extracomunitari), e le nuove generazioni si sono abituate a cercar casa fuori città per i prezzi più abbordabili, con il risultato che nell’hinterland si sono creati dei veri quartieri dormitorio, però più a misura d’uomo e integrati con l’ambiente, ma deserti.

L’espansione edilizia a Milano è stata dettata finora dalla casualità. Esiste(va) un piano regolatore molto vecchio a cui si metteva mano attraverso il meccanismo delle “varianti”, cioè modifiche localizzate alla destinazione di aree precise, talvolta con una certa connivenza d’interessi tra amministratori pubblici ed imprenditori edili che, su questo meccanismo, hanno costruito indubbie fortune, acquistando terreni agricoli poi “variati” a edificabili.

Un’espansione a macchia d’olio che non è certo salutare nel complesso, perché va a far sorgere situazioni abitative laddove il pianificatore non l’aveva previsto, e spesso senza che si accompagnino da subito quei servizi essenziali che l’homo urbanus pretende.

Di recente si è aperto un nuovo scenario. Nel centro cittadino esistevano aree “vuote” o “svuotabili”, come la vecchia Fiera (che ormai non serviva più), Porta Garibaldi, Porta Vittoria. Con una rapidità inusuale nell’Italia burocratica cui siamo avvezzi, si sono aperti cantieri imponenti per la costruzione di nuovi quartieri monoreddito, così che il city-scape milanese sarà ridisegnato in vista del 2015. Grattacieli, torri, appartamenti milionari le cui vendite stanno andando molto bene, a fronte di una crisi economica che impone ancor più ai percettori di redditi “normali” l’uscita dalla città. Ma in realtà gli interventi non si limitano a Citylife e Porta Garibaldi, coinvolgono altri spazi periferici dove si è ripreso a costruire, con criteri stavolta moderni e rispettosi dell’ambiente. Rubattino, Adriano, Chiesa Rossa, Santa Giulia sono solo alcune delle strade in cui s’interviene in tal senso in questi anni. Su Santa Giulia occorrerebbe aprire una lunga parentesi, essendo quello un quartiere modello nelle intenzioni, ma in grave ritardo a causa del quasi fallimento di Risanamento S. p. A., la proprietaria dell’area.

In questo quadro le parole di Celentano, che con una lettera a “La Repubblica” ha stigmatizzato, appunto, le colate di cemento. Ma non è esattamente così. Il molleggiato si è esplicitamente riferito al Parco Agricolo Sud Milano, un complesso di verde agricolo che si estende nel territorio fino a toccare la provincia di Pavia. Il parco fu istituito proprio per salvaguardare l’attività agricola delle cascine, e la sua esistenza si scontra con gli interessi degli immobiliaristi che, come detto prima, avevano acquistato molti di questi terreni confidando poi nelle “varianti”.

Con il nuovo Piano di Governo del Territorio, in via d’approvazione proprio in questi giorni, la giunta di Milano intende tra le altre cose regolare per il futuro la possibilità di edificare in aree che prima erano soggette a decisioni prese di volta in volta. E un punto fondamentale del Pgt, attraverso un emendamento proposto dai consiglieri Landonio (Sinistra e Libertà), Rizzo (Uniti con Dario Fo) e Quartieri (Rifondazione Comunista) e però approvato anche dalla maggioranza di centrodestra, prevede che «l’Amministrazione interverrà sugli organi preposti perché nessuna area del Comune di Milano che insiste nel Parco Sud venga resa edificabile».

Questo emendamento è stato approvato alle cinque di mattina del 30 giugno. Il 5 luglio appare su “La Repubblica” la lettera con cui Celentano avverte i milanesi che una colata di cemento calerà sul Parco Sud.

Davvero strano questo errore macroscopico, poiché non riteniamo che a Galbiate le notizie arrivino con così tanti giorni di ritardo.

Il vero problema del Parco Sud, come ha più volte spiegato l’assessore allo sviluppo del territorio Carlo Masseroli, è che nessuno in realtà lo conosce. Se ne sente parlare sempre più spesso, ma non è “vissuto” dai milanesi, proprio perché non è un vero parco ma un sistema di terreni coltivati, di cascine, di strade percorse dai trattori e dagli agricoltori. E’ dispersivo. Al suo interno ci sono dei parchi veri, come il Parco delle Cave o il Boscoincittà, ma questi sono conosciuti (e frequentati) in quanto tali, non in quanto appartenenti al Parco Sud.

E noi aggiungiamo che un parco non conosciuto, non vissuto, prima o poi rischia di diventare un non-parco nell’immaginario collettivo. Nessuno si sognerebbe di proporre interventi edificabili al Boscoincittà, un bosco urbano progettato da zero a partire dagli anni ’70, che ha coinvolto i cittadini e i bambini di tutto l’ovest Milano nella sua realizzazione. Ma il Parco Agricolo Sud, chi lo potrebbe difendere, se nessuno l’ha ancora vissuto?

La giunta ha le idee chiare in proposito. Mancano pochi mesi alle nuove elezioni comunali, nulla si può ancora prevedere sul loro esito, eppure il lavoro di Masseroli (e anche dei suoi colleghi) sul Parco Sud riesce ad essere a medio-lungo termine. Un lavoro che “costruirà” aree verdi usufruibili, perché un parco ha anche i lampioni, le panchine, le strade pedonali. Questo è l’unico cemento attualmente prospettato in questo territorio, e francamente ben venga.

Al contrario degli altri polmoni verdi, la valorizzazione del Parco Sud avrà inoltre il pregio di far sapere a tutti i cittadini che Milano è il secondo comune agricolo d’Italia (dopo Roma), e che al Parco Sud ci sono allevamenti di bovini da carne, cavalli con scuole d’equitazione, risaie, possibilità di acquistare frutta e verdura direttamente dai produttori,  e (non ultimo) un paesaggio mozzafiato in ogni stagione dell’anno, che si apre appena dopo i quartieri periferici sorti dopo gli anni ’50.

Perché non resti una enclave lontana dai confini mentali della città, ma diventi un patrimonio fruibile da tutti i milanesi, il lavoro da compiere è proprio quello di andare oltre la “difesa dell’ambiente”, rendendo il Parco Sud un sistema verde che possa avere attrazione per i milanesi in cerca di riposo e, in questo caso, di scoprire il lavoro agricolo a due passi da casa, altrimenti destinato a soccombere.

Cinque giorni prima dell’affondo di Celentano, a tutelare il Parco Sud dal cemento ci aveva già pensato il consiglio comunale, e la direzione è certamente quella giusta.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

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