L’Aquila: la situazione è più seria che grave

Il 7 luglio scorso, a Roma, un consistente gruppo di terremotati abruzzesi ha organizzato una manifestazione. L’obiettivo primario era ottenere che venisse messa in cantiere una legge speciale per stanziare fondi per la ricostruzione a lungo termine, consentendo così di sospendere ulteriormente il pagamento delle tasse (ad oggi rimane sospeso solo per i lavoratori autonomi con meno di 200000 euro di fatturato annuo, mentre gli altri terremotati hanno ricominciato a pagarle dal primo luglio) da parte dei molti che, a seguito della sciagura del 6 aprile, sono rimasti, e restano tuttora, senza casa e senza lavoro.

Il corteo, a detta del sindaco de L’Aquila Massimo Cialente, aveva l’autorizzazione per passare di fronte a Montecitorio; all’inizio di via del Corso, invece, gli aquilani radunati in piazza Venezia hanno trovato due camionette della Polizia sistemate in orizzontale, in modo da chiudere l’accesso alla strada, e davanti a queste un “muro” di agenti in assetto antisommossa, con sfollagente e scudi di plastica.

C’è stato chi ha cercato di forzare il blocco, mentre altri, fra i quali lo stesso sindaco, tentavano di calmare gli animi; un paio di agenti, vedendosi stretti tra la folla e le camionette, hanno colpito con gli sfollagente alcuni manifestanti, ferendone tre.

Il corteo successivamente è riuscito a passare e a raggiungere Palazzo Grazioli (residenza romana di Silvio Berlusconi), Montecitorio e poi il Senato, con il cui presidente, Renato Schifani, Cialente ha avuto un colloquio che ha portato almeno la sicurezza dell’inserimento in Finanziaria di una dilazione dei tempi per la restituzione di quest’anno e otto mesi di tributi non pagati.

I manifestanti, nonostante quanto dichiarano alcuni organi d’informazione, non erano pericolosi agitatori comunisti dei centri sociali con la bava alla bocca, e non si può onestamente dire che i poliziotti incaricati di bloccare il corteo fossero “picchiatori professionisti” come qualcuno, quando è uscita la notizia degli scontri (peraltro ripresa poi dai media internazionali) li ha accusati di essere.

Ci sono stati, come è stato riportato via SMS a chi scrive da un partecipante alla manifestazione, “un po’ di baccagliamenti“, in cui dei manifestanti hanno tentato di forzare il blocco della polizia per completare il percorso previsto, la polizia ha reagito, poi il corteo ha continuato a muoversi e il sindaco de L’Aquila ha incontrato alcuni rappresentanti delle istituzioni nazionali. Fin qui i fatti: rovesciando l’aforisma di Flaiano, si potrebbe dire che la situazione è seria, ma non è (tanto) grave.

Eppure, quasi tutto quello che si è detto, scritto, proclamato e pontificato a seguito di questi avvenimenti sembra andare nella direzione contraria: la maggior parte degli interventi di personaggi più o meno informati sembra tesa, coscientemente o no, a sminuire la serietà della situazione de L’Aquila e provincia dopo il terremoto e ad esaltare la (più presunta che vera) gravità dei fatti contingenti.

A quasi tutti i commenti seguiti ai fatti, in effetti, si sarebbe tentati di aggiungere un “signora mia”, per sottolinearne la banalità e l’inopportunità. Come al solito, a fare le spese di un dibattito politico fazioso e inconsistente è sempre chi cerca di rapportarsi alle situazioni in maniera pragmatica e non ideologica: le argomentazioni non si valutano in base alla loro ragionevolezza, ma soltanto cercando di capire chi favoriscono e chi danneggiano.

Le domande da porsi sono tante. E’ equo chiedere a persone che hanno perduto casa e lavoro di ricominciare a pagare le tasse per intero dopo un anno e otto mesi dalla tragedia che le ha colpite, quando ad esempio in Umbria e Marche, dopo il terremoto del 1997, il pagamento delle tasse è stato sospeso per ben dodici anni (e lì non era crollato per intero un capoluogo di regione)? E’ ragionevole, in tempo di crisi, pretendere da un territorio sconvolto e distrutto quasi gli stessi sacrifici che si richiedono al resto del Paese? Che cosa si è effettivamente fatto, dopo la gestione dell’emergenza, dopo aver materialmente costruito “un tetto sulla testa” a poco più di un terzo degli sfollati, per agevolare la ricostruzione, per aiutare le persone a tornare in casa propria?

E’, d’altra parte, corretto sostenere che il Governo ha sbagliato tutto, che per L’Aquila non è stato fatto niente, che la Protezione Civile è un’accolita di avidi sfruttatori? E’ utile gettare solo sul post-terremoto le colpe della situazione di marginalità della città de L’Aquila, quando invece questa marginalità è stata mantenuta e coltivata, per decenni prima del terremoto, da una classe dirigente locale incapace di pensare al di là del contingente?

Se per rispondere a queste domande si continua ad enfatizzare la gravità della situazione, e non la sua serietà, ci si ritrova a sentir sostenere argomenti tali da far perdere la fiducia in qualunque dibattito civile: s’ode a destra chi dice che “gli aquilani sono stati fortunati, hanno avuto tutto, cosa vogliono di più [NdA: e qui anche i terremotati più equilibrati, immaginiamo, sarebbero tentati di augurare a chi sostiene questa tesi una “fortuna” pari alla loro]”, a sinistra rispondono quelli che affermano “all’indomani del terremoto gli aquilani sono stati [nientemeno, NdA] deportati negli hotel sulla costa.”

Parole gravissime, offensive e pesantemente inadeguate alla realtà. Parole che nessuno che sia interessato veramente al destino della città de L’Aquila dovrebbe essere costretto a leggere o a sentire, e che invece occupano la gran parte dei sempre più rari articoli, servizi, commenti sulla situazione del post-terremoto, impedendo così di pronunciarne altre, meno altisonanti, meno esagerate, che mirino alla testa e non alla pancia.

Non si aiuta certo L’Aquila radicalizzando il dibattito e dipingendo la situazione con tinte troppo fosche o troppo rosee per poter essere credibili. Quando non si sa a chi si può credere finisce che non si crede più a nulla, e in questo momento c’è invece più bisogno che mai di credere nella ripresa, prima di tutto economica, dei territori colpiti dal sisma, perché altrimenti è inutile anche pensare di cominciare a ricostruire.

Il gioco di ruolo della politica italiana, comunisti contro unti dal signore, “sbirri” contro pacifisti, berlusconiani contro antiberlusconiani, guelfi contro ghibellini è già fastidioso da sopportare in condizioni di ordinaria amministrazione; diventa francamente stomachevole quando le inutili esagerazioni e contorsioni dialettiche sembrano strangolare una città e un territorio colpiti da una catastrofe gravissima.

Non ci vuol molto a capire che, in una città distrutta da un terremoto, con molta della popolazione ancora in cassa integrazione o comunque impossibilitata a riprendere l’attività lavorativa a tempo pieno, il malcontento serpeggi. Forse, però, ci permettiamo umilmente di suggerire dalla nostra posizione di “finiani” che non si rassegnano a tacere, la soluzione razionale per contenere il malcontento non è esattamente accusare le vittime della catastrofe di essere “menti fragili“, fantocci plagiabili, potenziali assassine, o mangiapane a ufo che già hanno avuto anche troppo ed ora dovrebbero solo stare zitte.

Non ci vuol molto a capire che, in un periodo di crisi internazionale, di riduzione obbligata del debito pubblico e chi più ne ha più ne metta, è difficile trovare fondi “pronta cassa” per gli aiuti ai terremotati. Forse, però, osiamo affermare dal basso della nostra inferiorità morale derivante dallo scrivere su un sito di centrodestra, la soluzione razionale per ottenere dal governo fondi più certi e procedure più snelle non è esattamente criticare senza distinzioni tutto ciò che è stato fatto nella gestione dell’emergenza o continuare a puntare il dito soltanto su quello che non funziona.

Finché si continuerà ad accusare “gli altri” di tutto il male che succede, ad evidenziare sempre e solo gli errori “degli altri”, nessuno si prenderà le sue responsabilità: tutti continueranno a sbraitare di quanto sia grave la situazione (per colpa altrui, naturalmente), e nessuno si renderà conto di quanto sia seria.

Nel caso, non ci sarebbe poi molto da stupirsi: in fondo, in Italia, non sarebbe certo la prima volta.
A L’Aquila però, Dio o chi per lui non voglia, si rischia che sia l’ultima.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

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