“About Elly” di Asghar Farhadi: anche gli Iraniani fanno il gioco dei mimi

I film iraniani, i film cinesi, i film marocchini, i film tunisini!
Circola ancora un luogo comune per il quale occuparsi di queste cinematografie, cosiddette minori, sia una forma di snobismo culturale, una raffinatezza un po’ pretenziosa.

Io spero che non la pensiate così. Non è un caso che le cinematografie che ho citato appartengano a paesi non democratici, dove girare dei film che raccontino la società almeno un po’ realisticamente comporta per i registi molte difficoltà e seri rischi personali. (Se ne è avuta recentemente una dimostrazione patente proprio in Iran, dove è finito in carcere un cineasta di fama internazionale, Jafar Panahi).

D’altra parte, è proprio in quei paesi, forse, che si avverte con più forza l’urgenza di raccontare al mondo ciò che vi succede davvero, attraverso un linguaggio efficace e comprensibile a tutti come quello del cinema. E tale urgenza, unita alla fantasia – necessaria per dire ciò che si vuole eludendo le censure dei diversi regimi – produce a volte film incisivi, sottili e originali.

Questo preambolo, forse ovvio, mi è suggerito proprio da un film iraniano, approdato sugli schermi italiani in questi giorni, dopo aver vinto l’Orso d’Argento al festival di Berlino per la migliore regia. E’ uscito con un titolo inglese, “About Elly”, e lo ha diretto Asghar Farhadi.

Nella lunga parte introduttiva del film, non c’è in apparenza nulla di urgente e di drammatico. Viene descritta una gita sul mar Caspio di un gruppo di uomini e di donne di Teheran, composto perlopiù di coppie sposate, insieme ai loro bambini. E’, all’inizio, una cronaca di vita quotidiana “normale”.
Ora, se abitualmente in un film ciò che è normale è ritenuto banale e noioso, e dunque è drasticamente sintetizzato, l’autore di “About Elly” sembra invece eccezionalmente interessato alla normalità: si diffonde dunque in una cronaca accurata, ineccepibile, compiaciuta, di una gita al mare in un primo tempo simile a tante altre. Per esempio, i personaggi passano una serata facendo il gioco dei mimi (e cioè, come si sa, mimando le parole che compongono il titolo di un film o di un programma televisivo). Ebbene, senza che questo gioco abbia sensibili risvolti narrativi, egli riprende per intero le perfomances di tre o quattro giocatori.

Questo interesse per la normalità non è senza ragione. Se il film è rivolto a un pubblico occidentale, vuol forse dire: “Abitiamo tanto distanti da voi, ci conoscete soltanto attraverso le cronache drammatiche dei telegiornali, le nostre donne hanno i capelli coperti da un foulard, ma vedete? Siamo più simili a voi di quanto potevate immaginare”.

Ma c’è anche un’altra spiegazione. La normalità serena e conviviale che racconta “About Elly” è più un’aspirazione che una realtà effettiva. E ai film, si sa, piace dare corpo ai desideri. Che quella serenità sia molto precaria lo dimostra il seguito del racconto.
Il buon umore della brigata è rovinato da una disgrazia fatale. Uno dei bambini rischia di annegare nel mare mosso. Una donna si getta in acqua per salvarlo. Il bambino sopravvive, ma la donna muore.

E’ una disgrazia fatale perché la colpa non si può certo imputare al regime di Teheran. Ma intorno alla donna scomparsa, tra il gruppo dei villeggianti, si avvia una piccola inchiesta: chi era davvero?
Balza così in primo piano un dato al quale in un primo tempo non avevamo fatto forse troppo caso. Il gruppo, è vero, è formato quasi per intero da coppie sposate; ma c’è anche un uomo, emigrato in Germania, che ha divorziato. E c’è una donna nubile: Elly, appunto, la ragazza annegata.

Elly, si scopre, era fidanzata. Perchè allora ha partecipato alla gita da sola?
E’ un problema ai nostri occhi poco rilevante. Eppure crea tra i personaggi una seria preoccupazione. Perché il fidanzato, a quanto si dice, per il comportamento “trasgressivo” della ragazza, potrebbe prendersela con i suoi amici e denunciarli alla polizia.

E guai poi se venisse a sapere la vera ragione per cui Elly quel giorno era sola! Avendo intenzione di lasciare il fidanzato, in combutta con un’amica, voleva conoscere, per curiosità, l’uomo che aveva appena divorziato. Una curiosità che risulta scandalosa agli occhi di gran parte dei personaggi, soprattutto degli uomini.

Insomma, dietro le apparenze di un noir, di un film incentrato su un’indagine e su un mistero, “About Elly” è una denuncia dell’arretratezza culturale in Iran, relativa ai rapporti tra uomini e donne.
Si conclude  con un’immagine scopertamente simbolica: un’automobile impantanata nella sabbia, segno di un progresso “bloccato”.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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