Il salvataggio degli incentivi, il danno ai consumatori

– Gli incentivi all’eolico e all’idroelettrico sono salvi, ma a farne le spese sono i consumatori.
Con un emendamento approvato ieri in commissione bilancio al Senato, è stato ripristinato l’obbligo per il Gestore dei Servizi Pubblici di acquistare dai produttori di energia da fonte rinnovabile i certificati eccedenti la domanda. Il compromesso raggiunto non reintegra del tutto le rendite sinora garantite ai produttori: entro il 31 dicembre 2010 il Ministero dello sviluppo economico e l’Autorità per l’energia elettrica dovranno ridisciplinare le modalità di ritiro in modo da garantire una minore spesa in misura del 30%. Con lo stesso emendamento si destinano poi le risorse liberate dalla risoluzione anticipata delle convenzioni CIP6 ad un fondo per la ricerca. I risparmi derivanti dalle due misure non verranno quindi integralmente tradotti in minori oneri per i consumatori, su cui da dieci anni grava il costo dei sussidi.

La vicenda apertasi con la previsione in manovra della soppressione dell’obbligo di ritiro dei certificati verdi ha prodotto due conseguenze.
Da un lato ha portato l’attenzione su un meccanismo che ha conosciuto una degenerazione negli ultimi anni, dall’altro il suo epilogo segna un pericolo precedente, con l’introduzione di un’imposta mascherata a carico dei consumatori.
Quanto alla prima conseguenza, va svolta una premessa. Il sistema dei certificati verdi nasce con il decreto legislativo 79/99, che prevede l’obbligo per i grandi produttori e importato di energia da fonti rinnovabili di immettere sul mercato una quota di energia verde (inizialmente il 2%, aumentato sulla base di adeguamenti automatici di anno in anno) o di acquistare dai produttori di energia da fonte rinnovabile certificati verdi per una quantità corrispondente. Se nei primi tempi il mercato, per quanto fittizio, conosceva un proprio equilibrio, col passare del tempo lo ha perso. La crescita del settore ha gonfiato la domanda, mentre il prezzo dei certificati verdi è stato sostenuto dalla norma che obbliga il GSE a ritirare i certificati invenduti ad un valore calcolato sulla base delle contrattazioni avvenute negli anni precedenti. Il meccanismo dava al comparto delle rinnovabili la garanzia di una rendita sicura.

L’abolizione del vincolo, lungi dal ristabilire un nuovo equilibrio, avrebbe reso il meccanismo incentivante inservibile, provocando una corsa al ribasso del prezzo dei certificati verdi (con una domanda di titoli inamovibile e un’offerta superiore) che avrebbe estromesso dal mercato metà degli operatori. Un sussidio in balia di fattori esterni alla produzione e in primo luogo di una regolazione instabile non procura gli effetti sperati e va riformato radicalmente.

Quanto al compromesso raggiunto, va detto che i risparmi derivanti dall’esclusione volontaria di impianti da fonti assimilate dal sistema incentivante CIP6 avrebbero dovuto essere restituiti agli utenti, benefattori spesso inconsapevoli su cui gravano i sussidi. Invece, si è scelto di destinarli ad un fondo per la ricerca. Difficile non definirla un’imposta, dato che nulla ha a che spartire con il bene acquistato (l’energia elettrica, da fonte rinnovabile o convenzionale che sia). Con le tariffe elettriche tra le più alte d’Europa, gravate dall’elevato costo delle fonti utilizzate, dal rifiuto del nucleare, dalle alte accise e dai generosi incentivi alle fonti rinnovabili, le nostre imprese soffrono in termini di competitività e le famiglie sostengono una spesa significativamente alta. Mentre il settore delle rinnovabili si prepara a ridiscutere nei prossimi mesi il quadro degli incentivi ad esso riconosciuti (il 5 dicembre scade il termine per l’attuazione della direttiva 2009/28 sulle energie verdi), una nuova voce di spesa pubblica colonizza la tariffa elettrica. E come ogni voce di spesa pubblica, porla in essere è tanto facile. Estirparla, in futuro, sarà difficile.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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