– Sembra una stangata sulle imprese di assicurazione, in realtà è una tassa sul risparmio privato quella contenuta nell’emendamento alla manovra finanziaria presentato dal relatore Antonio Azzollini (PdL), con il quale si prevede l’aumento della tassazione Ires delle imprese assicurative stabilendo che la “variazione delle riserve tecniche obbligatorie relative al ramo vita concorre a formare il reddito dell’esercizio in misura pari al 90%”.

Ora, le riserve altro non sono che gli importi accantonati dalle imprese assicuratrici per far fronte agli obblighi futuri nei confronti degli assicurati. Perciò ha ragione Fabio Cerchiai, presidente dell’Ania, a dichiarare che questa stretta fiscale colpirà “il risparmio, e, ancor più, il risparmio di lungo periodo”.

L’emendamento Azzollini, dunque, aumenta la base imponibile Ires per le imprese di assicurazione di 850 milioni di euro. Con un’aliquota del 27,5% il gettito garantito dalla misura sarà di 234 milioni di euro. E non è tutto, perché fin dal prossimo 30 novembre le stesse imprese assicuratrici dovranno garantire all’erario un anticipo di cassa sul secondo acconto 2010 di 88 milioni di euro.

Questa misura è la conferma di una manovra di finanza pubblica che taglia poco (come dimostrano i dietro-front su costi della politica, tredicesime dei magistrati e lotta ai falsi invalidi) e male (vedi tagli orizzontali ai ministeri e alle autonomie locali) la spesa pubblica, che inasprisce, soprattutto per il tramite delle procedure di riscossione, un prelievo fiscale già insopportabile, e non tiene in minimo conto il rilancio della crescita economica.

Il risultato di questo emendamento è pessimo da qualunque verso lo si guardi. Intanto perché il governo farà evaporare 234 milioni di risparmi privati per la propria incapacità di tagliare la spesa altrove, a dispetto delle dichiarazioni di guerra profferite da Tremonti sui falsi invalidi, o, peggio, sui costi della politica, a cominciare dal taglio dei rimborsi elettorali ai partiti. Se fosse stata confermata l’ipotesi iniziale di riduzione del 50% dei rimborsi le casse dello Stato avrebbero risparmiato 170 milioni in tre anni, invece dei miseri 30 concessi da una classe politica bulimica e populista.

In secondo luogo questa imposta sul risparmio è surrettizia e “paracula”, perché svicola dalla discussione pubblica sull’opportunità e la direzione di uno switch della tassazione dai redditi ai risparmi. Chiarisco subito. Non sono un fan delle patrimoniali, né di De Benedetti. E tuttavia mi sembra difficile sostenere che è più accettabile una tassazione sul risparmio previdenziale rispetto ad una sui patrimoni immobiliari. In un paese fermo, chiuso in casa a consumarne le pareti, non è forse più opportuno, se proprio si deve usare la leva tributaria, farlo per provocare uno shock fiscale sulle cose, piuttosto che sulle persone?

Terzo: nel paese in cui le pensioni e il welfare pubblici non si toccano per non turbare la pace sociale, tassare il risparmio previdenziale privato è come minimo iniquo e finirà per colpire le scelte di previdenza assicurativa privata, integrativa o sostitutiva, effettuate da chi obtorto collo deve cautelarsi dall’assenza di welfare pubblico o dal pericolo di non riuscire a maturare la pensione, alias i (pochi) giovani che oggi guadagnano abbastanza per risparmiare qualche soldo in previdenza privata.

Eppoi: quanto ci metteranno le assicurazioni a traslare l’imposta sui nuovi contratti assicurativi? Alla fine, a pagare, saranno i consumatori. Ai quali non farà per niente piacere l’aumento dei premi assicurativi nel ramo vita, visto il parallelo e concomitante aumento dei premi previsto per il ramo rc auto.

In conclusione, stavolta è toccato ai risparmi previdenziali pagare un tributo all’abulìa politica del Governo, nella cui agenda manca una visione del futuro del Paese, a cominciare da quella riforma del fisco che aveva segnato la crasi dell’epopea liberale berlusconiana con l’agnosticismo fiscale della prima repubblica.