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A 15 anni da Srebrenica, tra genocidio e genericidio

– Quindici anni fa a Srebrenica, città nella parte orientale della Bosnia Erzegovina, si consumava il più grande omicidio di massa mai avvenuto in Europa dopo gli anni ’40. Oltre 8 mila tra uomini e ragazzi di etnia musulmana, per il 78% civili, furono “liquidati” dalle truppe dell’esercito serbo-bosniaco, in una massiccia operazione di pulizia etnica. Praticamente tutti i maschi tra i 16 ed i 65 anni furono messi a morte e la stessa tragica sorte toccò a molti anziani e persino a 441 bambini.

Per certi versi è sconvolgente che un episodio così tragico avvenuto proprio nel cuore dell’Europa sia stato ridotto in pochi anni ad una nota a margine della Storia – forse perché le parti in campo nelle guerre jugoslave non erano tali da suscitare il “tifo” delle fazioni che tipicamente animano la scena del giornalismo, della politica e della cultura. Insomma di mezzo c’erano solo Milosevic, Karadzic e Mladic. Non c’era nessun Bush contro cui mobilitare le élites intellettuali ed i militanti “pacifisti” ed “anti-imperialisti”. Non c’era nessun Netanyahu da crocifiggere. E tutto sommato i leader serbi non erano neppure più visti come sufficientemente “comunisti” da spingere il conservatorismo mainstream dell’occidente a commuoversi per la sorte dei bosniaci musulmani.

Nei fatti, le vittime nella ex-Jugoslavia sono sostanzialmente orfane di sponsor interessati a tenerne viva la memoria. Eppure sui fatti di Srebrenica ci sarebbe veramente tanto da dire. Innanzitutto perché in terra bosniaca si è consumata una delle pagine più vergognose della storia delle Nazioni Unite. L’11 luglio 1995 caschi blu olandesi consentirono alle truppe serbo-bosniache di accedere ai campi affollati di profughi che erano sotto la loro protezione, di separare i maschi dalle donne e di prelevare i primi per condurli ad un prevedibile destino.

Il comportamento cinico e pilatesco messo in atto dalle forze internazionali rappresenta ad oggi una macchia sulla credibilità delle autorità sovranazionali da un lato e sul bilancio dell’amministrazione Clinton dall’altro, per la grave sottovalutazione della situazione.  In un rapporto del 1999 le Nazioni Unite hanno affermato come “a causa di sbagli, di errori di giudizio e dell’incapacità di riconoscere il male che avevamo di fronte, non abbiamo fatto la nostra parte per salvare la gente di Srebrenica dalla campagna di sterminio serba”.  Nel 2002 il governo olandese di Wim Kok è stato costretto alle dimissioni a seguito delle evidenze prodotte da una commissione di inchiesta. Poi però basta. Pochi libri sull’argomento. Nessun kolossal cinematografico. Nessuna menzione ricorrente sui grandi media. Quello che accadde quindici anni fa sembra ormai rimosso dalla coscienza collettiva e non si è guadagnato un posto nell’industria della memoria. Eppure è stato un “genocidio” da manuale, perfettamente rispondente ai criteri ed alle definizioni comunemente accettati per un’applicazione in senso stretto e non metaforico di questo termine.

E’ stato, tra l’altro, il primo genocidio per cui uno Stato, la Serbia, è stato riconosciuto colpevole della violazione della “Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio” del ’48. Il primo avvenuto nel vecchio continente nel dopo-Hitler. Il primo in cui praticamente ogni singola vittima ha un nome e un cognome, in virtù del paziente lavoro di identificazione che è stato effettuato anche attraverso l’uso del DNA. Merita, peraltro, osservare che quello che è accaduto in Bosnia può classificarsi altresì sotto la voce “genericidio” neologismo introdotto nel 1985 dalla studiosa Mary Ann Warren per denotare lo sterminio selettivo di uno dei due sessi. E’ senz’altro una chiave di lettura non abituale per questo tipo di circostanze, ma come evidenzia Adam Jones, uno dei maggiori studiosi sul tema dei genocidi e fondatore di Gendercide Watch, “l’omicidio di massa degli uomini ha radici profonde nella storia del conflitto tra le comunità umane”.

In effetti ogni guerra o ogni forma di repressione interna lascia in eredità una sproporzione demografica tra uomini e donne con un rapporto che in alcune aree o in alcune fasce di età può passare da 49-51 fino a 20-80. Gli uomini sono vittime del loro ruolo tradizionale di protettore e di combattente e lo sono prevalentemente in due forme.
In primis attraverso l’arruolamento coatto che specie nelle guerre del ventesimo secolo ha assunto un carattere di estrema pervasività e sistematicità e che espone direttamente gli uomini, in quanto soldati, ai pericoli del fronte.
In secundis per il fatto che un maschio, anche se civile e inerme, è considerato ipso facto un potenziale combattente e quindi un potenziale nemico per la parte avversa. Così lo sterminio della componente maschile del gruppo etnico, religioso o politico che si intende colpire assume una particolare valenza strategica, mentre nei confronti delle donne lo stupro o la riduzione in schiavitù rappresentano storicamente le azioni di repressione più comuni.

Evidentemente nella maggior parte dei casi il “genericidio” degli uomini si presenta come uno degli strumenti di una più ampia strategia genocida, ma merita ugualmente una riflessione specifica per comprendere – come sottolinea la Warren – come “i ruoli sessuali tradizionali hanno spesso conseguenze letali e queste sono altrettanto rilevanti quanto le conseguenze letali del pregiudizio razziale, religioso e di classe”. Non è neppure escluso che alla base della sostanziale accettazione da parte delle Nazioni Unite della deportazione e dello sterminio degli uomini musulmani ci sia stata in fin dei conti una scelta “pragmatica”, abbandonare i maschi nelle mani serbe per salvare in cambio le donne – quello stesso “pragmatismo” che aveva contraddistinto ad esempio il governo di Vichy che in cambio della consegna ai nazisti degli ebrei stranieri otteneva il salvataggio degli ebrei francesi. Una scelta di “realismo politico” che tuttavia non può sottrarsi ad un profondo esame morale.

In definitiva, un’Europa che così spesso ama rivendicare un’anima ancorata ai valori dell’umanesimo, della liberaldemocrazia e del cristianesimo, ha il dovere di ricordare i tragici fatti di Srebrenica. Ma soprattutto ha il dovere di valutarne in modo coscienzioso ed a tutto tondo le loro profonde implicazioni, dal punto di vista della teoria delle relazioni internazionali, del ruolo e dell’affidabilità degli organismi sovranazionali, delle problematiche della convivenza inter-etnica e delle forme in cui i ruoli di genere vittimizzano gli uomini. Se non lo fa, in fondo tradisce se stessa.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

7 Responses to “A 15 anni da Srebrenica, tra genocidio e genericidio”

  1. Gianfranco scrive:

    Vorrei solo far notare che la principale giustificazione dei bombardamenti in ex Yougoslavia fu’ l’eistenza di fosse comuni di decine /centinaia di migliaia di persone.
    Ora dopo anni di ricerca su é giu’ per Bosnia, kosovo, etc da parte degli zelanti ispettori del TP queste fosse comuni non sono state ritrovate,cio’ che ha provocato la reazione di qualche raro personaggio pubblico/politico (ovviamente non in Italia paese di stronzi venduti per mezzo piatto di lenticchie o di faziosi che parlano di srebrenica come se fossero le uniche atrocità commesse dimenticando allegramente le altre , tante atrocità e provocazioni, manigances politiche , balle colossali etc.) e generale silenzio stampa. insomma il solito schifo e quest’articolo é una cagata pazzesca.

  2. Gianfranco scrive:

    Ad esempio : ” Le fosse: sono a quasi un chilometro fuori dalla città, in un campo sterrato che in passato veniva utilizzato come discarica. Alcuni operai impegnati con i trattori e con le escavatrici ne hanno scoperte due. Alcuni cadaveri non sono stati nemmeno seppelliti, affioravano dal terreno ed erano in evidente stato di decomposizione dopo quattro settimane. Ma i morti sono anche nelle case, nelle cantine, e almeno due camion pieni di cadaveri sono partiti per un’altra destinazione. Impossibile, a questo punto, riconoscere i corpi. Tanti, tantissimi, i bambini: più di quattrocento secondo i testimoni oculari, ma non ci sono certezze e la cifra potrebbe via via crescere”. ”
    http://www.repubblica.it/online/fatti/kossovo/fossa/fossa.html

    ok , dove sono ste fosse comuni ? Erano balle ? E allora come mai nessuno ne parla ora che non sono state ritrovate ?
    Forse perché sono state usate per giustificare che dal nostro suolo partissero bombardamenti verso popolazioni civili? Per pulirci la coscenza mentre dei crimini venivano compiuti con la nostra complicità ?

  3. Carmelo Palma scrive:

    Ok, c’è anche un negazionismo su Srebrenica. Prendiamo nota.

  4. Francesco Violi scrive:

    Bellissimo articolo Marco.

  5. Andrea B scrive:

    Mi sfugge però da che area provenga questo negazionista su Srebrenica: se dalle parti degli ammiratori del nazionalfascismo panserbo oppure dagli ambienti degli estremisti paci-finti.
    In ogni caso, entrambi ammantati della stessa materia di cui accusano essere fatto questo articolo…

  6. Gianfranco scrive:

    Non vedo il mio commento di domenica (pertanto piuttosto moderato nell’insieme). Consiglio di cambiare il nome del blog da libertiamo a censuriamo.

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