– Non conosciamo ancora come sarà formulato il maxi-emendamento con il quale, al Senato, sarà votata la manovra, mediante il ricorso al voto di fiducia. Ci interessa, però, segnalare un aspetto sfuggito all’attenzione dei media, benché meritasse una migliore attenzione per le sue novità. Si tratta dell’emendamento 12 terdecies del relatore. La norma prevede un taglio di 87 milioni di euro del finanziamento pubblico destinato ai patronati dei sindacati e delle altre associazioni promotrici. L’operazione è determinata attraverso una riduzione, per il 2011, dell’aliquota di prelievo sul gettito contributivo dallo 0,226%  attualmente vigente allo 0,178%  e con un taglio del 22% sull’ammontare delle risorse già contabilizzate e non ancora erogate; avrà cioè un effetto retroattivo. La misura, se portata a termine, comporterà – ad esempio – minori introiti di 21 milioni per l’Inca-Cgil e di 16 milioni per l’Inas-Cisl.  

Quali sono gli aspetti che meritano alcune considerazioni corredate anche da un certo sentimento di stupore? E’ la prima volta che un Governo “mette le mani nelle tasche” dei sindacati (di questo si tratta anche se i patronati hanno un  profilo formalmente autonomo). In secondo luogo, va notato il silenzio assordante con cui i vertici confederali hanno incassato il taglio. Non risultano espresse vibranti protesta dei leader sindacali. Le uniche rimostranze sono state avanzate dai responsabili dei patronati, in modo molto garbato e sostanzialmente ignorato dai media. Perché il Governo (il fatto che l’emendamento sia a firma del relatore è la solita “foglia di fico”) ha immaginato una misura siffatta (sempre che arrivi a conclusione)? La risposta è chiaramente indicata nell’emendamento stesso: gli 87 milioni risparmiati nel 2011 andranno a compensare i mancati introiti derivanti dalla prevista razionalizzazione degli enti previdenziali (la razionalizzazione era una delle fonti di copertura individuate dal Governo Prodi per finanziare il superamento dello “scalone” in tema di pensioni di anzianità) e consentiranno di evitare l’incremento dello 0,019% delle aliquote contributive (e quindi anche il costo del lavoro) che, nella legge n.247/2007, era indicato come misura compensativa in caso di “fallimento” della razionalizzazione e di mancato introito delle relative risorse.

Può essere questa la ragione per cui i sindacati e le altre forze sociali hanno accettato di subire il taglio in silenzio? Sarebbe un segno di responsabilità meritevole di apprezzamento. Forse però concorre a determinare questa linea di condotta la consapevolezza del fatto che la “festa è finita”. Il meccanismo vigente, disposto con la riforma del 2001, è troppo generoso. Aver previsto un’aliquota fissa (lo 0,226%) su di un imponibile in costante crescita – il gettito contributivo dei lavoratori – comporta un incremento progressivo della quota destinata al finanziamento dei Patronati, magari a parità di condizioni e di attività svolta. Probabilmente, la misura proposta dal relatore – ammesso che sia confermata – potrebbe preparare una soluzione di carattere strutturale che eviti gli automatismi e apra ad un procedimento “negoziale” tra Ministero del Lavoro e patronati sulla base dell’attività svolta nell’assistenza ai lavoratori e ai cittadini.