Fondi Ue, una questione non solo meridionale. L’esempio del Lazio

– Ora che il coperchio è stato sollevato, e la prima zaffata si è dispersa, sarebbe bene non fare troppo il naso e l’abitudine al cattivo odore che esce dal pozzo nero in cui finiscono e spariscono i fondi europei per lo sviluppo. Giulio Tremonti  ha avuto l’indiscutibile merito di portare la questione sotto le luci dei riflettori, indicando con chiarezza negli amministratori regionali i primi responsabili di una situazione paradossale che vede le regioni del Mezzogiorno capaci di spendere solo il 6 per cento di quanto viene loro erogato da Bruxelles.

Ma se ora la discussione si sposta sul piano tipicamente italico delle polemiche e degli scaricabarile, gioco al quale nessuno degli attori principali di questa commedia sembra intenzionato a sottrarsi, sarebbe bene ricordare che ovunque c’è un euro non speso c’è qualcuno che lo sta aspettando, e nell’attesa probabilmente si è indebitato. Il problema infatti, nella maggior parte dei casi, non è un difetto o un ritardo nella programmazione. Ovvero il problema non è che questi poveri amministratori difettino di fantasia e non sappiano decidere come spendere i soldi. Il problema, casomai, è che non si decidono a spenderli, e rischiano di doverli restituire.

Nella maggior parte dei casi i piani sono stati presentati dalle regioni e approvati da Bruxelles entro il 2008 (stiamo parlando del quinquennio 2007-2013, un anno di ritardo non è poco, ma accontentiamoci). Nel Lazio, regione non meridionale (dipende dai punti di vista, ma non credo che le statistiche tremontiane ne tenessero conto), il termine per la presentazione delle prime domande di adesione al Piano di Sviluppo Rurale scadeva il 30 ottobre 2008 (poi sono seguiti altri tre bandi, e il termine dell’ultimo è fissato per il 31 luglio di quest’anno).

Questo significa che molte imprese agricole hanno presentato già alla fine del 2008 progetti finanziabili, che questi progetti nei mesi successivi sono stati valutati e approvati dalla regione, cantierati e pagati dalle imprese e collaudati dalla regione. Ma nessuno ha ancora visto un euro. Non nutro molta fiducia nei contributi, negli incentivi e nell’uso della spesa pubblica per finanziare lo sviluppo, ma il paradosso è che in questo caso le imprese sono state incentivate a indebitarsi, dato che per il momento hanno dovuto affrontare di tasca loro circa il 40 per cento in più della spesa preventivata per investimenti che, in assenza di incentivi, probabilmente non si sarebbero neanche sognate di fare.

Il Piano di Sviluppo Rurale del Lazio, secondo il mensile dell’Assessorato all’Agricoltura può contare su circa un miliardo e mezzo di fondi europei (conseguentemente e presumibilmente ha mosso investimenti per il doppio di tale cifra). Chiedersi che fine abbiano fatto questi soldi non è una domanda retorica destinata solo ad alimentare polemiche, di fronte a imprese e famiglie in sofferenza finanziaria.

Andrò in tutte le Regioni che non sono riuscite a spendere i fondi PSR nei tempi previsti per spiegare ai contadini che fine hanno fatto i loro soldi“, aveva detto circa un mese fa il ministro dell’agricoltura Giancarlo Galan, le cui dichiarazioni purtroppo non godono della stessa ribalta di quelle del ministro dell’economia. Ci auguriamo sinceramente che lo faccia, e in fretta. Nella speranza che in futuro, per quanto riguarda i fondi Ue, si cambi radicalmente sistema.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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