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Terzo polo, facciamo chiarezza

– da il Secolo d’Italia del 7 luglio 2010 –

Oggi nessuno, nemmeno i principali protagonisti della vicenda, sa in che modo si uscirà dall’attuale crisi del Pdl. Diverse sono le opzioni in campo e quale di queste alla fine sarà perseguita dipende dalle mosse e dalle contromosse dei vari attori in gioco.

Tuttavia, un modo responsabile di affrontare questo momento difficile e caotico è quello di interrogarsi, oltre che su gli obiettivi di più breve termine, anche sulle prospettive di lungo periodo, sulle ricadute sul funzionamento del nostro sistema politico che certe scelte piuttosto che altre potranno produrre. Da parte dell’area finiana, a partire dal presidente della Camera, prevale la volontà di continuare a rimanere all’interno, se non del Pdl (e questa appare la prima scelta di Gianfranco Fini), comunque del centrodestra.

Naturalmente, il come dipenderà in buona parte anche dalle decisioni che saranno prese da Berlusconi e dall’influenza che su di lui avranno i falchi che non vedono l’ora di liberarsi di Fini e finiani. E dunque si evoca anche la possibilità di dare vita a una terza forza o terzo polo. Ma terza forza o terzo polo non sono la stessa cosa, ed è necessario a questo proposito fare chiarezza.

Il terzo polo è quello al quale guardano i nostalgici della Prima Repubblica. Con le parole di Follini esso comporterebbe «un’alternativa vera, sistemica», nella quale Fini si ritroverebbe a percorrere la stessa strada di Rutelli e Casini e il Pd dovrebbe smettere di «recitare la stanca litania bipolarista». Il terzo polo è quello che Rutelli, in un’intervista al Corriere, vede come via d’uscita al «fallimento del bipolarismo», laddove dovrebbe «mettere insieme le forze in grado di far riprendere la crescita».

La “litania bipolarista”, però, è quella che continuano a recitare tutte le grandi democrazie occidentali e che consente di rendere davvero responsabili i governi di fronte agli elettori, che mantengono il potere, attraverso il voto, di scegliere chi dovrà governarli e, sempre attraverso il voto, di non riconfermare chi li ha delusi, se esiste un’alternativa più promettente.

L’alternativa basata su tre poli, che noi italiani conosciamo bene, che conoscevano bene i francesi che alla fine diedero il potere a de Gaulle per uscire dal pantano della Quarta Repubblica, che conoscevano bene i tedeschi che assistettero al tragico crollo di Weimar, presuppone, invece, un modo di fare politica completamente diverso. Presuppone il passaggio della facoltà di scegliere i governi dagli elettori alle oligarchie di partito e indebolisce il rapporto di delega e responsabilità tra i primi e i secondi.

Oggi, chi è rimasto legato a questo modo di concepire la politica e il gioco democratico e, soprattutto, vorrebbe – attraverso il suo ripristino – tornare a svolgere un ruolo politico decisivo, guarda con speranza a Fini. Il quale, però, non ci sembra abbia né l’intenzione di assecondare queste speranze, né la convenienza ad annegare la propria capacità di leadership in un’operazione neocentrista, fondata su accordi tra pezzi di establishment politico e che porterebbe molta delusione tra quella parte di opinione pubblica che guarda a lui come potenziale innovatore.

Altra cosa è parlare di una terza forza. Questa potrebbe essere la via obbligata di fronte a una netta indisponibilità di Berlusconi e dei vertici del Pdl a rivedere non solo alcuni passaggi della politica del governo, ma anche la struttura interna del partito. Una terza forza federata o separata dal Pdl. Quali sfide dovrebbe affrontare una tale ipotetica formazione dipenderà, naturalmente, dalla durata della legislatura, dalla necessità o meno di dovere affrontare nuove elezioni.

Ma anche se la rottura del Pdl dovesse a un certo punto essere inevitabile e dovesse sorgere un tale soggetto, sarebbe fondamentale non perdere di vista l’orizzonte sistemico, la struttura bipolare del nostro sistema politico, che – con tutti i suoi difetti – costituisce la più importante acquisizione di questi travagliati e infiniti anni di transizione.

La politica, lo sappiamo, ha le proprie logiche, ma la politica è anche speranza e visione del futuro e non può essere ingabbiata soltanto nel breve periodo. E la politica, come scriveva alcuni anni fa Sarkozy, può anche essere capace di inventare il futuro, di proporre un avvenire e renderlo concreto. Qualunque forma assumerà questa realtà composita che oggi si riconosce in Fini, fatta di persone che non hanno rinunciato a volere realizzare il sogno di un grande partito liberale e popolare, per essere all’altezza delle aspettative e delle richieste di rinnovamento che provengono dal paese dovrà scommettere sulla modernità della politica e le sue potenzialità.

Dunque, dovrà rivolgersi prima di tutto all’opinione pubblica, ai cittadini e, se necessario, agli elettori, proponendo una concreta speranza per il futuro, anche sfidando chi ha tradito questa speranza; chi vorrà, poi, seguirà. Inseguire piccoli pezzi di establishment politico sarebbe solo un ripiego senza prospettiva; chi ha lavorato in questi anni per una destra diversa merita di più. L’Italia merita di più.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

11 Responses to “Terzo polo, facciamo chiarezza”

  1. Piero Sampiero scrive:

    Bene.
    Non sarà scontato dire,quindi, al punto in cui siamo (con il premier che cerca un nuovo predellino e gli ascari di parte dell’ex an pronti a nuove sottomissioni partitocratiche), che il compito della cosiddetta ‘terza forza’ ovvero dell’area liberale e moderata rappresentata da Fini, debba muoversi sul terreno concreto della conquista ‘gramsciana’ della società civile, ripristinando sia i vecchi legami col territorio e gli elettori, sia acquistando consensi e fiducia in settori finora inesplorati.

    La crisi dei partiti storici e delle ideologie, la delusione di molti simpatizzanti di destra e di sinistra nei confronti dell’attuale establishment, costituiscono un ampio teatro d’azione per il presidente della camera nel suo ruolo di garante delle libertà e di portatore di un nuovo programma riformatore, suscitatore di nuove energie ed entusiasmi.

    Con un occhio all’attualità, un punto fermo dovrebbe essere, fra l’altro, la ricerca della verità sulle stragi di stato, ipotesi resa concreta dai lavori della commissione anti-mafia e dalla relazione Pisanu.

    L’opinione pubblica si aspetta gesti significativi ed attività ben determinate nel far luce su vicende, che hanno aumentato il disgusto
    per la politica e la sfiducia nello stato: un’azione specifica in questo senso non può che aumentare l’approvazione intorno a Fini e ai finiani, sarebbe il segnale di un cambiamento, che la gente si aspetta per superare l’indifferenza o l’ostilità verso i governanti e l’attrazione per l’astensionismo di massa.

    E’ un lavoro lungo e laborioso, ma che si fa ogni giorno più urgente per fronteggiare l’arroccamento dei berlusconiani su posizioni intolleranti, dirette a mantenere posizioni di potere, escludendo con l’ostracismo il cofondatore del pdl dal gioco politico attivo.

  2. sono d’accordo : bisogna conservare il bipolarismo.
    magari avendo in parlamento anche qualche deputato di una forza terzista .
    però due problemi:
    1) un centrostra serio richiederebbe l’uscita della Lega (ed i voti dell’ UDC in sua sostituzione non bastano)
    2) vero che l’economia ha la precedenza ma anche sull’etica bisognerebbe avere un programma liberale.

  3. filipporiccio scrive:

    Fare luce sulle stragi di stato? A me sembra che oggi come oggi questo sia l’ultimo dei problemi. La gente è disgustata dei politici (non della politica) per altre ragioni: i festini a base di sesso e/o droga, la spartizione con gli amici di risorse sottratte a man bassa ai cittadini, l’incapacità nel legiferare che si traduce in norme incomprensibili, inapplicabili e inutilmente vessatorie, il disprezzo per le istanze dell’elettorato e così via.

  4. Piero Sampiero scrive:

    Credo che un argomento non escluda l’altro.
    In ogni caso, senza un recupero del senso dello stato e della credibilità delle istituzioni, e quindi della politica, non si va molto lontano.

  5. filipporiccio scrive:

    Su questo non c’è alcun dubbio.
    Ora, vi ricordate quando al liceo si radunavano tutti gli studenti in una palestra e si “votava per l’autogestione”? Ecco, i politici in grado di impegnarsi in questo senso sembrano uguali ai 15enni che si opponevano all’autogestione, guardati con compatimento dalla maggioranza che aveva capito benissimo come andavano le cose e non si preoccupava minimamente della propria ipocrisia.

  6. luigi zoppoli scrive:

    Temo che l’autrice nella sua analisi non abbia tenuto sufficientemente in conto che il PdL è di fatto una federazione di molte anime differenti e tra di loro divergenti il cui collante è berlusconi. Se si vuole guardare alla prospettiva, bisogna immaginare gli scenari conseguenti all’abbandono della politica da parte del leader. E quale elaorazione davvero politica il PdL senza berlusconi, se rimarrà un unico partito, potrà ricominciare a fare visto che di politica, con qualche eccezione (Fini piuttosto che Libertiamo)non se ne vede affatto.

  7. Sandro scrive:

    Perdonate, ma Fini dovrebbe essere il creatore di questa “nuova Forza”? Lui il novello S.Paolo folgorato sulla via di Damasco, convertitosi al liberismo di stampo anglo-americano, apporterebbe quella necessaria ventata di freschezza e cambiamenti che tanto si anela da più anni nella degradata politica italiana?
    E’ impensabile, perdonatemi.Fini non possiede quel necessario retroterra politico-culturale che lo possa supportare in queste situzioni. Come per tutte le cose ci vuole tempo, anni, affinchè ci si possa tranquillamente definire “nuovi” specialmente quando fino a ieri si è contrastato “il nuovo” con tutte le proprie forze.

  8. Piero Sampiero scrive:

    Mi pare una posizione dogmatica: qui non si parla di polli allevati in batteria, ma di personaggi in grado – per carisma e credibilità acquisita sul campo – di poter innovare un sistema decrepito, che si fonda sulla cooptazione ed il sistema clientelare.

    Ricordo che Fini fu tra i primi a parlare di riforma della costituzione e di presidenzialismo e ad adottare tesi neo-golliste per la propria strategia politica, prima ancora che divenisse argomento condiviso in area moderata.

    Certamente il Presidente della Camera ha i suoi difetti (fra questi, forse, il mancato controllo di parte del suo entourage di familiari e collaboratori), ma non per questo possono offuscarsi le sue capacità politiche insieme con alcuni requisiti di carattere che è difficile riscontrare nel panorama politico italiano, fatta eccezione per Antonio Martino e pochissimi altri (i quali, peraltro, non giocano la loro partita ideale, in favore della libertà e delle nuove generazioni, almeno in questo momento, col ruolo di protagonisti).

  9. Condivido l’analisi di Sofia Ventura ma osservo che quando la stessa scrive che. “L’alternativa basata su tre poli, che noi italiani conosciamo bene, che conoscevano bene i francesi che alla fine diedero il potere a de Gaulle per uscire dal pantano della Quarta Repubblica, che conoscevano bene i tedeschi che assistettero al tragico crollo di Weimar, presuppone, invece, un modo di fare politica completamente diverso.”, io aggiungo che presupporrebbe a monte una storia diversa rispetto a quella dei francesi e dei tedeschi, diversità che non è cessata anche all’indomani dell’unità d’Italia del 1861 fatta di regionalismo medioevale, più corretto municipalismo di stampo rinascimentale, dapprima mettendo il Sud contro il Nord, poi liberali contro papalini, poi liberali e papalini contro socialisti per passare a fascisti contro antifascisti, comunisti contro democristiani e dulcis in fundo berlusconiani contro antiberlusconiani. Tutto ciò mentre nel 1830 un re, fresco di trono, si faceva chiamare finalmente per la prima volta nella storia di quella nazione (Francia) “re dei francesi” (mentre 31 anni dopo quello italiano si faceva chiamare re d’Italia) e la Germania nel 1989 riprendeva sulle sue spalle i lander dell’Est disastrati da quasi trent’anni di politiche economiche comuniste, riuscendo a portare alcuni di essi, prima della grisi attuale, ad un PIL positivo di alcuni punti percentuali (Meclemburgo).
    Difficile essere ottimisti per l’Italia…

  10. Sandro, Fini non e’ un genio del liberalismo, ma vedi alternative??
    penso che per i liberali il PDL sia la condizione peggiore…
    un partito catto-socialista, confessionale alleato con lo skifo di Lega, e con soggetti al suo interno che fanno rabbrividire, da Giovanardi, a Gasparri, senza poi contare il craxiano capo corporativista Silvio Berlusconi ed il nostro ex socialista e dichiaratamente anti-mercato ministro per l’economia…
    voi liberali che criticate Fini, preferite questo PDL??
    io ci metterei la firma su un partito liberale con a capo Fini, piuttosto che questo schifo che abbiamo ora

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