– da Il Secolo d’Italia del 7 luglio 2010 –

«Se mi si permette l’audacia, consiglierei al Papa di visitare, con tempo e occhio attento, questa mostra di Sofía e di ascoltare con attenzione le spiegazioni che gli offrirebbe una pittrice la quale, conoscendo a fondo l’arte che esercita, s’intende molto anche del mondo e della vita che in esso abbiamo fatto,i  credenti e i non credenti, fiduciosi e sfiduciati, e gli altri, quelli che fecero Auschwitz e quelli che si domandano dov’era Dio. Meglio sarebbe che ci domandassimo dove siamo noi, quale incurabile malattia è mai questa che non ci permette di inventare una vita diversa, anche con dei, se necessario, senza però l’obbligo di credere in loro. L’unica e autentica libertà dell’essere umano è quella dello spirito, uno spirito non contaminato da credenze irrazionali e da superstizioni, in alcuni casi magari poetiche, che però deformano la percezione della realtà e che dovrebbero offendere la ragione più elementare. »

Questo scriveva Josè Saramago, venti giorni prima di morire, nella presentazione della mostra «Kafka, il visionario» di Sofia Gandarias. Ben si comprende perché la Chiesa cattolica, alla sua morte, non abbia parlato bene dello scrittore scomparso e ne abbia al contrario denunciato apertis verbis l’ateismo militante e dogmatico. La fede come superstizione, come “errore logico” che il progresso della razionalità ha dissipato e destituito del suo contenuto di verità. La religione come potere fondato sull’impostura e sul pregiudizio. Nella letteratura e nell’ampia pubblicistica politica, Saramago non ha rinunciato a far sentire fin dentro il ventunesimo secolo gli echi dell’ateismo materialista del diciannovesimo.

Fedele al canone marxista e ai relitti ideologici del leninismo, anche dopo il loro rovinoso naufragio, Saramago professava un radicalismo antireligioso e naturaliter anticristiano che però attraversa la cultura contemporanea anche al di fuori del perimetro – sempre più stretto e reducistico – della cultura comunista. Non è solo, infatti, “comunista” il pregiudizio razionalistico secondo cui la religione è nella sostanza un mestiere da fattucchiere o un inganno da sprovveduti e la fede una sorta di malattia infantile della ragione, che la scienza emancipa dalle credenze irrazionali ed educa all’intelligenza adulta.

Questo fanatismo scientista e razionalista, insieme accademico e popolare, avvelena il discorso scientifico come quello comune. E se oggi, nel nostro paese, come in buona parte dell’Occidente secolarizzato, non ha una buona stampa, conserva una formidabile circolazione e un potenziale risvolto politico: come è possibile giustificare la libertà di pensiero se il proselitismo religioso è considerato abuso della credulità popolare e se non si accetta, ma al contrario si contesta che il “soprannaturale” della fede sia, nelle sue manifestazioni storiche e culturali, diverso da quello della magia e dello spiritismo?

Se la libertà di pensiero, e non solo quella religiosa, poggia sul rifiuto delle pretese assolutistiche della ragione scientifica sulle questioni che attengono al valore e al senso della vita, ci sono ben pochi dubbi che un ateismo non declinato nei termini della persuasione personale, ma della “verità razionale” costituisce, almeno potenzialmente, una minaccia insidiosa per la società aperta. E fanno bene a ricordarlo quanti – non perché credenti, ma perché liberali – hanno a cuore la libertà religiosa, come connotato costitutivo e imprescindibile di una società libera.

Ma se è potenzialmente totalitario chi giudica la fede una forma di sottosviluppo razionale, come considerare chi giudica l’estraneità alla fede o il “rifiuto di Dio” una malattia morale o una perversione, letteralmente, “disumana”?

L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all’Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile — nell’ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell’ethos.

Lo scrive Benedetto XVI nelle conclusioni della Caritas in Veritate, per compendiare il senso sia politico che antropologico dell’Enciclica. Se per Saramago la fede offende la ragione, per Benedetto XVI un umanesimo senza Dio offende l’umanità che vorrebbe servire, e ne restituisce, sul piano politico, un’immagine oltraggiosamente mutilata, incompatibile con un progetto di “sviluppo integrale”. Se non è solo la vita personale, ma quella sociale ad essere minacciata dall’incredulità o dall’agnosticismo e se ad essere in gioco in questo scontro è la stessa possibilità di sviluppo autentico dell’umanità, non è arbitrario concludere che, in questo quadro, la fede deve essere considerata il fondamento capitale di un ordine politico umano e che a dettare i suoi contenuti normativi debba essere una ragione “purificata dalla fede”.

Per quanto suoni irriguardoso dirlo, non c’è una qualche parentela tra chi pensa che – per il “bene politico” dell’umanità – occorra emendare la ragione dall’errore della fede e chi ritiene che occorra emendarla dal vizio dell’incredulità? Se l’incredulità è il difetto di una ragione mancante, incompleta, non pienamente “umana” e quindi incapace di un’autentica intelligenza morale, la rappresentazione del miscredente non rischia di somigliare alla caricatura denigratoria che Saramago fa del credente? E’ possibile – senza scadere in una forma di razzismo antropologico – considerare l’ateismo, cioè la persuasione della non esistenza di un Dio personale e trascendente, come uno stato di minorità spirituale, che compromette la sana e robusta costituzione morale della persona?

Peraltro, la concreta esperienza pare insegnare che a minacciare l’ordine politico che meglio ha consentito, non solo dal punto di vista economico, il pieno sviluppo umano – quello liberale – non è stata e non è né la fede né l’incredulità, ma un uso assolutistico e dogmatico del potere politico nella determinazione delle scelte di valore e di senso. L’ateismo e la religiosità, l’agnosticismo e la ricerca, l’incredulità e la fede sono ugualmente compatibili con il principio di libertà se non rivendicano uno statuto politico superiore e se non accampano un diritto esclusivo. Il problema politico si pone solo quando la scelta o il rifiuto di Dio, la fede o l’ateismo, si fanno Stato.

E’ storicamente falso – clamorosamente falso – che l’estraneità all’Assoluto trascendente delle religioni monoteiste condanni all’impotenza e all’irresolutezza rispetto alle scelte morali più delicate ed esigenti. Una legittima presenza e una pari dignità nel cosiddetto spazio pubblico alle posizioni che “senza Dio” riflettono sulle sfide dell’etica civile è imposto proprio dal riconoscimento del ruolo pubblico della religione. Nel libero mercato delle idee e delle persuasioni, se vi è vera libertà religiosa, deve darsi un uguale spazio e un’uguale dignità civile anche a chi propone di vivere (e di pensare la vita) tamquam si Deus non daretur e non per questo la degrada ad un esperienza meschina e insignificante, pericolosa e “disumana”.