Il Tesoro permette all’Eni di aggirare gli impegni con l’Antitrust europea?

– Qualche giorno fa la Cassa Depositi e Prestiti ha ceduto al Tesoro la sua quota di Enel (pari al 17,36 per cento), il 50 per cento di Stm Holding (attraverso la quale controlla il 13, 7 per cento di Stm) ed il 35 per cento di Poste Italiane. In cambio, ha ricevuto il 10 per cento di Eni. Con questo swap la Cdp diventa il primo azionista della società di San Donato Milanese, di cui detiene il 20 per cento. Cedendo le quote di Enel, in particolare, la Cdp si adegua ad un provvedimento del 2005 dell’Antitrust, che aveva chiesto alla Cassa di uscire dal capitale dell’operatore elettrico entro il 30 giugno 2009 (termine poi prorogato di un anno), per porre fine al potenziale conflitto d’interesse in capo all’istituto finanziario, azionista di maggioranza anche della rete di trasmissione dell’energia elettrica (Terna). Con il passaggio al Tesoro della quota di Poste Italiane, invece, la Cdp dovrebbe sciogliere in modo preventivo un’altra possibile futura obiezione dell’Antitrust (la rete postale colloca in esclusiva i buoni ed i libretti della Cdp).

Una semplice operazione di dismissione, come lascerebbe intendere lo scarso rilievo che la notizia ha avuto sui media italiani, resa necessaria dalle norme sulla concorrenza? Tutt’altro. Perché le cessioni dovute hanno avuto come contraltare un’operazione dal carattere gattopardesco, come ha scritto Carlo Stagnaro su La Staffetta Quotidiana: una girandola di azioni per consentire all’Eni di non perdere il controllo del gasdotto Tag (che dal confine austriaco arriva a Tarvisio, portando il gas russo in Italia). E ciò nonostante l’impegno alla cessione del gasdotto che il Cane a Sei Zampe ha contratto a febbraio con la Commissione Europea, per ovviare all’abuso di posizione dominante rilevato da Bruxelles (l’Eni non offrirebbe pari condizioni ai propri concorrenti nell’uso del gasdotto).

Insomma, l’Eni venderà il gasdotto al suo neo-azionista di maggioranza. E se la cessione del gasdotto ad un soggetto controllato dallo Stato italiano era stata concordato lo scorso febbraio con la Commissione, difficilmente Bruxelles avrebbe accettato l’accordo se avesse saputo che il soggetto acquirente del gasdotto sarebbe diventato di lì a breve il primo azionista di Eni.

Insomma – con buona pace dell’autonomia della Cdp dal Governo e del Governo dall’Eni – siamo forse di fronte ad un tentativo di aggiramento degli impegni assunti con l’Antitrust comunitaria?

Eni – dirà qualcuno – stacca lauti dividendi al Tesoro. Eppure, più che al proprio scrigno e ai conti della società di San Donato (e, implicitamente, a quelli dei russi), il Governo farebbe bene a considerare le tasche  dei consumatori italiani, danneggiati da un regime di concorrenza ridotta.

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Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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