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Tra Russia e USA non è (ancora) crisi diplomatica, ma la spy story non è (ancora) finita

– Dieci presunti agenti russi arrestati negli Stati Uniti. Un undicesimo ricercato a Cipro. Sono storie da Guerra Fredda, anche se il confronto Usa-Urss è finito ormai da un ventennio. Le spie, vere o presunte, non operano da sole, non sono un’eccezione, secondo l’ex colonnello del Kgb Oleg Gordievskij (fuggito dall’Urss nel 1985 e consultato come uno dei massimi esperti di storia del servizio segreto sovietico e post-sovietico): negli Usa ve ne sarebbero almeno 400, dei quali 60 “illegali”, privi di copertura diplomatica, come i sospetti su cui l’Fbi ha messo le mani.

Né si tratta di un fenomeno nuovo. L’inchiesta che ha portato agli arresti del 30 giugno è partita nel 2002. Il controspionaggio e la polizia americani hanno seguito le mosse dei presunti agenti per otto anni, hanno aggiunto i file di coloro che si univano, di volta in volta, al loro gruppo, hanno aspettato di coglierli in castagna, ma li hanno presi prima che potessero trafugare e passare a Mosca informazioni di importanza strategica.

Come in tutti i casi di spionaggio e controspionaggio, molte domande restano prive di risposta e lo rimarranno ancora per mesi, forse per anni. Cosa stavano facendo queste spie (ammesso che lo fossero)? Quali erano i loro scopi? Come ha fatto l’Fbi a metter le mani su di loro?

In attesa di risposte, possiamo solo dire quello che sappiamo. Sappiamo, prima di tutto, che la spy-story non ha avuto ricadute politiche serie. L’ultima grave crisi diplomatica fra Georgia e Russia prima dello scoppio della guerra e l’ultimo braccio di ferro fra Nato e Russia erano sì generati da spy story. Ma la scoperta, in sé, di una rete di agenti, è condizione necessaria, ma non sufficiente allo scoppio di una crisi.

Tbilisi e Mosca, già ai ferri corti da anni, arrivarono quasi alla guerra (che scoppiò, in effetti, appena due anni dopo), perché la Georgia espulse i diplomatici sospetti. Mossa alla quale la Federazione Russa reagì con una risposta sproporzionata: la cacciata di tutti i cittadini georgiani dal Paese. Idem dicasi per il caso delle spie russe nella Repubblica Ceca, l’agosto scorso: una volta scoperti, i due diplomatici-agenti furono espulsi da Praga, mossa alla quale Mosca reagì espellendo i diplomatici del Paese Nato ex membro del Patto di Varsavia. Tra l’Alleanza Atlantica e la Federazione Russa rimase il gelo, a meno di un anno dalla guerra in Georgia.

Nel caso dei 10 arresti negli Usa, il caso è diverso, perché gli arrestati non sono funzionari d’ambasciata che agivano ufficialmente per la Russia, ma illegali, privati cittadini con cui Mosca formalmente non aveva nulla a che vedere. Non c’è dunque il “casus belli” diplomatico. La crisi può scoppiare se una delle due parti dovesse reagire politicamente alla spy story. Se, cioè, gli Usa accusassero la Federazione Russa di aggressione o se Mosca accusasse Washington di cogliere un pretesto per minare le relazioni fra le due potenze. La prima reazione non si è vista, almeno per ora. Gli Usa non hanno preso contromisure nei confronti della Federazione Russa e del suo personale diplomatico. La seconda, invece, sì: Vladimir Putin, con il suo consueto tono bellicoso, già ha parlato in termini di cospirazione americana. “Spero che tutti i passi avanti fatti nei nostri rapporti (bilaterali) non vengano danneggiati dai recenti eventi. Speriamo fortemente che coloro che tengono ai buoni rapporti lo capiscano”, ha dichiarato a botta calda, approfittando poi di ribaltare un’accusa che spesso viene rivolta alla Russia: “Là a casa sua (a casa di Obama, quindi negli Usa, ndr) la polizia è fuori controllo, sta gettando gente in prigione”. Senti chi parla, verrebbe da dire… La crisi, comunque, per ora può attendere. Finché nessuna delle due parti compirà un passo in più (espulsione dei diplomatici) rimarrà congelata.

Scoppierà solo se vi sarà la volontà politica di farla esplodere.

Poniamo l’ipotesi che gli Usa decidano di reagire espellendo il corpo diplomatico russo e congelando le relazioni. La loro sarebbe una reazione “sproporzionata”? Dipende. Sarebbe, non solo sproporzionata, ma addirittura ingiusta, se si scoprisse che le presunte spie non sono tali. Ma uno degli arrestati, Juan Lazaro ha confessato di essere un agente al servizio dei russi. Sempre meno dubbi restano sull’attività di spia di Anna Chapman (nata Kushchenko), la “spia rossa” (di chioma) che sarebbe anche figlia d’arte: vantava, con l’ex marito, di avere un padre nelle alte sfere del Kgb. Delle spie c’erano. Non è detto che lo fossero tutti e 10, ma un’operazione di spionaggio era in corso.

L’eventuale reazione Usa contro la Federazione Russa sarebbe sproporzionata, se l’operazione condotta, negli anni, non fosse rilevante. Ma da quel poco che sappiamo, il loro compito era strategicamente importante. L’Fbi ha mostrato alla stampa un messaggio attribuito al comando dell’Svr (il servizio segreto russo per le operazioni estere): “Siete inviati negli Stati Uniti per una missione di lungo periodo, il vostro addestramento, i conti in banca, le case, le automobili, tutto questo serve ad un unico scopo: penetrare nei circoli politici americani e farci avere informazioni”. Non è poco. Si tratterebbe, dunque, di un’operazione di natura differente rispetto a quelle smascherate in Georgia e nella Repubblica Ceca. In quei casi si trattava di intelligence militare: raccogliere informazioni sulle forze armate di un nemico (Georgia) o di un avversario (Nato). In quest’ultimo, invece, lo spionaggio era politico. Con tutta probabilità (visti i tempi lunghi dell’operazione) gli agenti non dovevano solo passare informazioni, ma condizionare l’élite americana dal suo interno. Come ai tempi del Kgb si scoprirà solo col contagocce quali e quanti politici sono collusi con Mosca, quanti hanno agito negli interessi del Cremlino e non del proprio Paese. Una cosa è certa: questa vicenda getta un’ombra sulle reali intenzioni della Russia nei confronti dell’Occidente.

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Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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