– Il buco con Berlusconi intorno una definizione autentica non ce l’ha.
Consegniamo la descrizione ad un’immagine, quella dell’avvocato Ghedini che disquisisce di prerogative costituzionali con un cronista del Corriere della Sera.
Lui, Ghedini, recordman assoluto di bocciature dall’Alta Corte.

La governance – nel buco con Berlusconi intorno – è ispirata al modello ‘mutuo soccorso’. È un patto tra sodali. Ci si da una mano, si fa squadra. Il tutto nel rispetto, fraterno, del principio di reciproca utilità.
Nella fattispecie pidiellina, come ha ribadito Sandro Bondi nel recente confronto con Gianfranco Fini, la mission è conferire solidaristica impunità ad un collega inguaiato dai tribunali, tipo il Sottosegretario Cosentino. Chi non lo fa – va da sé – è fuori dal patto, cioè dal buco.
Quel buco che – sia chiaro – c’è perché c’è Berlusconi che, appunto, lo cinge tutt’intorno. Esattamente come nelle mentine Polo: se si spezza l’anello il buco torna ad essere il niente che era prima, un’entità irrimediabilmente entropica, priva di quell’ unicum, più materiale che spirituale, capace di darle senso.

Nel buco con Berlusconi intorno si vive soggiogati, inevitabilmente, dalla sindrome da accerchiamento. Qualunque attacco alla tenuta dell’anello mentoso rappresenta una minaccia all’ensemble. Ne va, com’è comprensibile, della sopravvivenza di una classe se non proprio dirigente, dirigibile senz’altro sì.
Nel buco, dunque, si lavora alacremente – ed esclusivamente – a che la ciambella non si spezzi. Non, almeno, prima che la biologia faccia il suo corso.

All’interno del buco, tuttavia, si fa largo un’altra scuola di pensiero, diciamo così, dissenziente. Codesti ardimentosi s’interrogano sull’opportunità di mantenere un sistema siffatto, ontologicamente votato al dissolvimento – quale è il modello Polo – quando si avrebbe invece la facoltà di trasformare il buco in “crema” – cioè in sostanza – e l’anello in cavità glassata  – cioè in forma. In pratica, il modello Mentos dove il bello è fuori ma il buono è dentro.

I teorici di questo azzardato progetto intellettuale contestano al modello Polo di contingentare la propria esistenza secondo i ritmi genetici ed aspirazionali del suo anello contenitivo. Contestano, inoltre, che dal punto di vista dell’efficacia, la strategia adottata dallo Stato Maggiore – lo studio legale Ghedini, gli ex vertici Fininvest, il banchiere amico ed il cantore del sogno –  funga davvero allo scopo. Parrebbe effettivamente di no, se è vero che non vi è sin qui stata iniziativa politica – ad esempio in materia di giustizia, ma ancor di più di economia – realmente funzionale alla salvaguardia della ciambella e del suo etereo nucleo.
Non sarebbe il caso di cambiare consulenti?

Polo e Mentos sono sistemi tra loro incompatibili. Filosoficamente contrastanti, infatti, sono le rispettive finalità. Passare da un modello all’altro, tuttavia, non è impossibile. In fondo qualcosa di simile l’ha già fatto – in altro ambito – la Fiat, che sceglie di abbandonare il regime di produzione assistenziale ed assistito (quindi, come quello Polo, inevitabilmente auto-implosivo) per uno apertamente concorrenziale, rischioso, certo, ma (come quello Mentos) potenzialmente foriero di solida longevità.

Ci sono tanti modi di fare politica. La privatizzazione della sovranità democratica, francamente, non è tra questi. È disfunzionale, improduttiva, a vocazione naturaliter conservativa. Cioè, nel medio periodo, regressiva.

Una prova?
Il governo è impegnato in una manovra economica straordinaria, necessaria, contestata. La manovra spunta così, d’emblée, da un fulmineo responso di Giulio “Oracolo” Tremonti. La manovra prevede, tra l’altro, l’introduzione di un regime di polizia tributaria. Geniale, davvero. Ma il Presidente del Consiglio lo sa?

Federalismo fiscale. Si procede, siamo ai salmi, cioè alla catarsi introspettiva. La cerimonia la canta la Lega, Tremonti officia. Berlusconi resta fuori. Il Pdl? Muto.

Intercettazioni. Il tema è caro al Presidente. Va fatto, subito. Bisogna dare un segnale chiaro – di più, inequivocabile – di quale sia l’indirizzo del governo 2010. Torna all’uopo l’avvocato Ghedini. Obiettivo? Mah, fare casino, come sui banchi della difesa in un processo per frode fiscale. E spararla grossa; spararla, addirittura, sull’intero sistema.

Ricapitolando. Si fanno cose, si definiscono agende, si assumono iniziative politicamente irresponsabili – nel senso di prive della responsabilità politica del principale partito che dovrebbe sostenerle. Il partito che su manovra, federalismo, intercettazioni non ha mai discusso, né elaborato alcunché. Berlusconi evidentemente non lo ritiene necessario. Ritiene più efficace, al contrario, appaltare la linea del Pdl ai fedeli interpeti dei suoi magnificenti desiderata: il penalista in materia di civiltà giuridica, il tributarista sui temi di filosofia sociale; mentre al leader del partito competitor, la Lega, il Capo-Popolo della Libertà ritiene opportuno affidare quella cosuccia banale che è la riscrittura dell’assetto istituzionale del paese.

Ora, di tutto questo il Pdl farebbe meglio ad occuparsi. Per il bene suo e del suo leader-fondatore, mica per altro.