– di Benedetto Della Vedova, da Il Secolo d’Italia del 5 luglio 2010 –

Nel suo confronto con il Presidente Fini della scorsa settimana, il Coordinatore del PdL Sandro Bondi difendeva con passione l’orizzonte delle grandi riforme a cui il partito tutto dovrebbe dedicarsi anziché lacerarsi nel confronto interno (lacerazione di cui, va da sé, unico   responsabile sarebbe il Presidente della Camera). Concordo con Bondi: sarebbe bene che tutti ci dedicassimo alle grandi riforme liberali che abbiamo promesso e di cui riteniamo l’Italia necessiti.

Ma anziché la poesia di riforme che non sono all’ordine del giorno, ci tocca la prosa di ciò che sta nell’agenda di Governo e Parlamento. Sulla giustizia, ad esempio, sarebbe certo più affascinante l’impegno per un ridisegno liberale che contempli la separazione delle carriere dei magistrati e la riforma del CSM, ma non è colpa dei “finiani” se invece all’ordine del giorno ci sono le intercettazioni. Del resto, per mesi ci si è lamentati del controcanto finiano su temi di lungo respiro, come l’immigrazione o la bioetica, da declinarsi in chiave europea e liberale: i toni erano esattamente quelli attuali.

In molti sembrano pensare che un partito di massa nell’Europa contemporanea possa rispondere a mere logiche numeriche. Si dice: abbiamo vinto le elezioni, dunque possiamo fare questo o quello. Siete minoranza interna, quindi adeguatevi. Le cose non funzionano così, neppure nell’Italia dai mille difetti e dalle mille anomalie. Vincere le elezioni è una condizione necessaria, ma non sufficiente per dispiegare l’azione di governo. La mesta conclusione della vicenda Brancher (cui va la mia personale amicizia) ne è la dimostrazione: si possono vincere le elezioni e avere solide maggioranze, ma ciò non consente di fare una legge sul legittimo impedimento estesa a tutti i ministri e poi nominare ministro una persona che sta per essere giudicata nelle aule di Tribunale; soprattutto non lo si può fare se non si è in grado di spiegare in modo minimamente convincente le ragioni di quella nomina.

Il garantismo non c’entra nulla in questa vicenda e neppure centrano questioni di legittimità: l’errore – grave – è stato di inopportunità politica, di insensibilità nei confronti dell’opinione pubblica, anche di centrodestra e di insensibilità istituzionale. La opportuna marcia indietro sul caso Brancher, ancora una volta, non c’entra nulla con il presidente della Camera, o no?

Così anche sulle intercettazioni. Io rabbrividisco allo slogan “intercettateci tutti”, che evoca regimi totalitari dove conculcare il diritto fondamentale alla libertà individuale e alla riservatezza delle comunicazioni è la prassi e non l’eccezione e dove lo Stato-padrone ribalta la gerarchia dei diritti. Ma, anche qui, non c’entra nulla il garantismo, che sarebbe bene invocare un po’di più magari per i carcerati che vivono condizioni incivili di detenzione in attesa di un primo giudizio o di extracomunitari rispediti indietro senza appurare se abbiano diritto o meno all’asilo politico. E neppure c’entra lo scontro tra politica e magistratura politicizzata, che affonda le sue radici in Tangentopoli e nella sua strabica conduzione mediatico-giudiziaria. C’entra il fatto che se una norma solleva obiezioni a 360°, forse è interesse del PdL, di tutto il PdL, fermarsi e riflettere ancora un po’. Tutta o quasi la stampa italiana è pregiudizialmente ostile al centrodestra?

Può darsi. Ma anche l’amministratore delegato di Sky Italia, il neozelandese Tom Mokridge, che ha dichiarato di essere pronto a disobbedire e ad andare in galera manco fosse un radicale è parte di un complotto? E ancora, il procuratore Grasso e il capo della polizia Manganelli possono essere trattati alla stregua di nemici storici del centrodestra? E il Presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti e già Presidente della Commissione Giustizia alla Camera in quota Forza Italia, Gaetano Pecorella, che chiede di non restringere le intercettazioni sul riciclaggio criminale dei rifiuti va trattato come un guastatore? Mi fermo qui.

Non è in discussione l’obiettivo di arginare l’odiosa e strumentale pubblicazione di intercettazioni irrilevanti e l’illegale comportamento di chi passa i verbali ai giornalisti, ma non si può nemmeno dare l’impressione, a maggior ragione dopo tutte le vicende che hanno coinvolto politici e potenti nella gestione degli appalti pubblici, che non ci si curi degli effetti indesiderati sulla lotta al crimine e sulla libertà di stampa di una nobile battaglia per il diritto e la libertà. Al di là dei numeri in Parlamento, occorre trovare un punto di equilibrio che ancora non c’è, di tutta evidenza. Altrimenti si rischia di andare sbattere, come nel caso Brancher.

Cosa c’entra tutto questo con l’espulsione dei finiani dal Pdl che qualcuno invoca (bisognerebbe capire come, ma è altra questione)? Non centra nulla, semplicemente. La “nostra”, semmai, è un’iniziativa nell’interesse del PdL. E se qualcuno pensa di fare politica senza la politica, a mio avviso si sbaglia; anche oggi e anche in Italia. In molti tra i più accesi nemici del Presidente della Camera, invocano il “tanto peggio, tanto meglio”: ma sarebbe il peggio per il PdL e il meglio per l’opposizione. E’ questo l’obiettivo?

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita