Il Mezzogiorno spende solo il 6% dei soldi

da Il Giornale di sabato 3 luglio 2010 – E’ una polemica antica quella sull’incapacità delle regioni meridionali di far fruttare la pioggia di miliardi che arrivano da Bruxelles e dal bilancio statale. Il confronto con la Spagna – le sue autostrade nuove e i suoi avveniristici ponti e tunnel siglati dalla bandiera blu a dodici stelle – è da almeno quindici anni un liet motiv della politica italiana (e, a volte, persino delle chiacchierate d’ufficio post-vacanze). Eppure Giulio Tremonti è capace, mediaticamente e politicamente, di spolverare una questione tanto evocata quanto disattesa, rimettendola di colpo in cima all’agenda.

Quella del ministro dell’Economia è purtroppo un’amara verità: a metà del guado del programma europeo 2007-2013, i fondi strutturali che le regioni del Mezzogiorno sono riuscite ad impiegare sono pari a poco più del 6 per cento del totale. E pensare che il boccone sarebbe molto succolento: circa 47 miliardi, 23 provenienti da Bruxelles ed altri 24 di compartecipazione statale. E solo grazie ad una proroga di un anno che il governo italiano è riuscito a strappare a Bruxelles non ci sarà a fine 2010 la decurtazione di una quota di risorse.

L’analisi dettagliata del mare magnum dei fondi comunitari non è impresa da poco, tanto opachi sono i meccanismi di funzionamento delle politiche regionali di sviluppo (il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto parla di “scatola nera”, rispetto alla quale ha finalmente annunciato “una ricognizione a partire dalla prossima settimana”). A seguire le stime di chi si è cimentato nello sforzo – l’ufficio studi di Confindustria – tra le regioni meridionali ed insulari è in corso una vera corsa tra zoppi: alla fine del 2009, le migliori performance sono quelle della Sardegna e della Basilicata, riuscite ‘addirittura’ ad impiegare il 16,3 ed 14,6 per cento di quanto a loro disposizione, contro i miserrimi 3 per cento della Campania e 5 per cento della Sicilia. Fuori classifica l’agghiacciante 0,1 per cento dell’Abruzzo. Emblematico e sconfortante è il caso dei cosiddetti ‘grandi progetti’, opere infrastrutturali nei settori della mobilità, delle telecomunicazioni e dell’energia di importo superiore a 50 milioni di euro: su un totale di 56 grandi progetti per il Mezzogiorno (sempre per il periodo 2007-2013), solo 4 sono stati per ora approvati dalla Commissione Europea. E non per sciatteria di Barroso e soci: drammaticamente, accade che i progetti tardino ad essere recapitati a Bruxelles. Accanto ai fondi comunitari, c’è poi l’enorme partita delle risorse del Fondo per le Aree Sottoutilizzate: c’è ancora da impiegare il 60 per cento del ciclo 2000-2006. A guardare i numeri, altro che la “cialtroneria” evocata da Tremonti: nel caso delle amministrazioni regionali del Mezzogiorno, di inettitudine si dovrebbe parlare.

Ma da Tremonti ci aspettiamo ora che, dopo il bastone, non usi nei confronti della politica meridionale la carota. Tanto più perché è il ministro dell’Economia espressione di una maggioranza che ha comunque governato quasi per intero il periodo di programmazione precedente a quello attuale (la fase 2000-2006) e che esaurirà le sue funzioni alla scadenza del ciclo 2007-2013. E ancora, perché è il ministro di un governo che ha scelto – a torto o a ragione – di sottrarre dai fondi FAS 2007-2013 le risorse necessarie per finanziare gli ammortizzatori sociali in deroga (come a dire, dal Mezzogiorno ai disoccupati di tutta Italia).

Cialtroneria o inettitudine, essa non può essere solo indicata. Va contrastata. E per farlo, è forse il momento di certificare la sostanziale inutilità delle politiche di sussidio per il Sud. Ai fondi europei non si può facilmente rinunciare (per essi è auspicabile che alla ricognizione di Fitto segua un serio piano di riordino del sistema di programmazione e gestione), mentre è sì possibile immaginare una rivoluzione copernicana rispetto alla tante risorse che dal bilancio statale transitano – lentamente e male, per tacere della corruttela – nelle casse regionali. E’ forse il caso di trasformare i fondi per lo “sviluppo” in automatiche e non discrezionali forme di detassazione per le imprese che investano nel Mezzogiorno. Se nella classe politico-burocratica meridionale c’è cialtroneria, evitiamo di darle in mano i soldi dei contribuenti. Piuttosto riduciamo le tasse.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

2 Responses to “Il Mezzogiorno spende solo il 6% dei soldi”

  1. Sono d’accordo. Meridione come area detassata.
    in quanto ai fondi, forse sarebbe meglio indirizzarli verso le aree meridionali dove non domina la criminalità organizzata

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