Categorized | Partiti e Stato

‘Democratizzare’ la democrazia, una risposta all’anti-politica

– A risentire dell’influenza generata dal processo di globalizzazione non è stata, negli ultimi anni, solamente la società civile, dal momento che si è trattato di un fenomeno che ha coinvolto anche i sistemi democratici, finendo per modificare il tradizionale rapporto che legava il singolo al mondo delle istituzioni e che in passato si esplicava soprattutto grazie al ruolo svolto dai partiti di massa.

Anche questi ultimi, per sopravvivere, hanno dato vita al loro interno ad operazioni di restyling, nel tentativo (riuscito in alcuni casi, abortito in altri) di presentarsi all’opinione pubblica come organismi moderni e flessibili , archiviando così l’immagine della struttura verticalmente e burocraticamente organizzata. L’innovazione politica è d’altra parte indispensabile, se le democrazie contemporanee vogliono rispondere alle nuove sfide, la prima delle quali è costituita dall’oscillazione tra un sentimento antipolitico e la richiesta di ritorno a forme di democrazia partecipativa.

Infatti, se da un lato cresce il livello di astensionismo sia strutturale che selettivo, dall’altro aumenta, da parte dei cittadini, la richiesta e la ricerca di nuove forme di partecipazione, che consentano al singolo di esercitare un qualche controllo sull’operato della classe politica. Si tratta di un fenomeno inevitabile, dal momento che l’innalzamento del livello medio di istruzione rende ognuno maggiormente consapevole delle capacità e possibilità che ha a diposizione, prima fra tutte quella di contribuire alla definizione dell’interesse generale.

Il moltiplicarsi di forum, blog, siti internet, unitamente al diffondersi delle cosiddette consensus conference in paesi come la Svezia, la Danimarca e gli Stati Uniti, dimostra che non è la partecipazione politica ad essere in crisi, ma a mostrare l’usura del tempo sono i mezzi “tradizionali” che essa ha a disposizione. La diffusione di meccanismi considerati in qualche modo alternativi o complementari rispetto a quelli tradizionali, riesce per così dire a “democratizzare” la democrazia, cioè a rendere maggiormente conosciuti e controllabili i meccanismi di funzionamento interno delle istituzioni democratiche.

Partendo da questi presupposti, hanno scarsa rilevanza le critiche di quanti contestano il concetto stesso di democrazia partecipativa, sostenendo che, alla fine, a partecipare sono sempre gli stessi, ossia quanti risultano già politicizzati o interni al circuito del potere politico. Si tratta infatti di obiezioni a prima vista scontate, non potendosi dare momenti di partecipazione “iperallargata” o “iperestesa”che finirebbero per paralizzare – oltre che gettare nel caos – l’operato delle istituzioni. Non occorre quindi scomodare Rousseau per capire che un provvedimento, una legge sono validi anche se non sono stati approvati dal “ popolo adunato” o dal “popolo in persona” e che il controllo sulla classe politica e sui suoi indirizzi non è tale solo se ad esercitarlo è l’intero popolo dei rappresentati.

Simili scenari sono senza dubbio riconducibili a quel concetto constantiano di “libertà degli antichi”, che altro non è se non esercizio collettivo e diretto da parte del popolo di molte funzioni legate alla sovranità e che, proprio per questo, si differenzia dalla “ libertà dei moderni”, che invece considera il singolo come titolare di diritti e non come possessore di un potere. Allo stesso modo, non hanno molta sostanza le tesi di coloro che si limitano ad interpretare il fenomeno della democrazia partecipativa come il sintomo di una crisi generale della democrazia rappresentativa. Quest’ultima, a ben riflettere, non coincide affatto con il concetto di democrazia diretta, potendo essere la rappresentanza concepita come una sorta di delega o di mandato: il rappresentante esercita, in nome e per conto del rappresentato, un insieme di funzioni.

Se, dunque, è un dato di fatto che nei processi di azione collettiva le scelte dominanti (e definitive) sono adottate da “minoranze intense”, la democrazia partecipativa potrebbe costituire un buon antidoto al pericolo derivante da una possibile “ routinizzazione” dei processi politici, ossia da una adesione passiva e abitudinaria da parte del cittadino a forme ormai generalizzate di socializzazione del potere. Del resto, il rapporto tra la società civile e le istituzioni è stato spesso caratterizzato dal fatto che la prima ha esercitato, nei confronti delle seconde, un ruolo “passivo, acquiescente, persino “apatico”, rintracciando, nei soli momenti di competizione elettorale, stimoli partecipativi.

Un’efficace azione di contrasto nei confronti delle possibili degenerazioni dei sistemi democratici sarà determinata, in futuro, dallo sviluppo e dalla diffusione di forme di partecipazione alternative rispetto a quelle dominanti, dalla capacità di rintracciare, all’interno del demos, “nuove creatività dirompenti”. Saranno proprio queste forze creative e dirompenti, di cui parla Colin Crouch, ad esercitare quella vitale e necessaria funzione di sollecitazione e di incitamento nei confronti del potere politico.


Autore: Angelica Stramazzi

Nata nel 1986, laureata in Scienze Politiche presso l’università Luiss “Guido Carli” di Roma, fa parte di un team di giovani ricercatori all’interno del dipartimento di Studi Politici dello stesso ateneo, occupandosi in particolare di studi di genere. Attenta al tema delle politiche giovanili, scrive per il sito di Generazione Italia e, occasionalmente, per Farefuturo Web Magazine, periodico della fondazione Fare Futuro.

Comments are closed.