Qui Italia, anzi Francia

– Spesa bulimica, PIL anoressico, conflitto di interessi, controllo politico dell’informazione, affaristi al governo, riforme che non si fanno, politica debole ed opposizione ibernata. E poi il calcio che, da orgoglio, si fa vergogna nazionale.
Sembra l’Italia ed invece è la Francia.

Sarkozy, come Berlusconi, vince per aver promesso nel merito, e praticato nel metodo, la rupture: con i cleavage politico-culturali del passato, il paternalismo statalista del passato, l’anti-mercatismo, l’anti-mondializzazione, l’anti-americanismo. Con l’assemblearismo improduttivo ed i poteri forti, intendendo come tali la magistratura, la stampa e talvolta persino l’Assemblée Nationale. I poteri altrui, insomma.
Come Berlusconi, neanche Sarkozy può vantare, al netto della manovra d’emergenza appena tracciata dal Primo Ministro Fillon, un record positivo di riforme di sistema, sebbene il prossimo appuntamento nell’agenda della modernizzazione sia con l’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile.

Come il Premier italiano, neppure il Presidente Sarkozy ama le critiche della stampa e, come Berlusconi, neanche lui si risparmia dal lasciarlo vedere. Come Mr B, inoltre, anche Sarko ritiene opportuno – da Presidente della Repubblica – intervenire a correggere le storture. Per un fuori onda (anche se niente affatto compromettente) diffuso senza autorizzazione, per dire, un giornalista, attualmente indagato, rischia il carcere. Il carcere, sì.

Anche in Francia, come in Italia, il servizio televisivo pubblico è controllato dallo Stato, cioè dal Presidente della Repubblica. Ed anche in Francia questo controllo è divenuto, in era sarkozista, motivo di preoccupazione.  Sarko, tra l’altro, è amico caro di un editore ‘spurio’ ma importante, Monsieur Lagardère, industriale del settore difesa nonché proprietario del quotidiano Le Journal du Dimanche, del settimanale Paris Match e dell’emittente radiofonica Europe 1.

Come in Italia, poi, anche nella contemporanea Repubblica francese si sprecano gli episodi di disinvolta sovrapposizione tra interessi privati e responsabilità pubblica. Episodi à la cricca, per intenderci. L’ultimo dei quali coinvolge il ministro del Lavoro, Eric Woerth, sospettato di aver favorito durante il suo precedente incarico governativo, quando era appunto Ministro del Bilancio, la poderosa evasione fiscale compiuta dall’ereditiera del gruppo L’Oreal, presso cui, all’epoca dei fatti, prestava i propri offici consulenziali Florence, la sposa del Ministro.

Come l’omologo italiano anche il “Lunardi d’Oltralpe” respinge le accuse, che attribuisce ad una manovra della sinistra, non avendo egli – giura – mai fatto all’eccellente cliente della moglie quei favori che invece lascerebbero sospettare le intercettazioni indiziarie esibite dall’accusa.
Il Presidente pare abbia già annunciato, per il prossimo autunno, un rimpasto alla squadra di governo per metter fine, evidentemente, alle disinvolture dei suoi ministri. Woerth, tuttavia, resterà al suo posto.

C’è poi il partito del Presidente francese, l’UMP, che – a differenza di quello di Berlusconi – è un partito-partito, e che tuttavia – come il Popolo di Berlusconi – non vive, neppure lui, di monolitico consenso attorno alle scelte ed ai metodi del suo pur carismaticissimo leader. Anche Sarkozy insomma ha il suo Fini. Si chiama Jean-François Copé, anima una fondazione culturale, Génération France (dubito si tratti di una coincidenza), con cui elabora una visione politica sostanzialmente contraria a quella perseguita dal capo del suo stesso partito. Copé è contro l’eliminazione della pubblicità dalla Tv pubblica, il divieto del burqa ed il bouclier fiscal, l’aliquota massima sui redditi più elevati che Sarkozy ha sensibilmente abbassato già ad inizio mandato. Il critico Copé propone di ripensare radicalmente l’approccio presidenziale rispetto alle politiche fiscali, suggerendo di eliminare lo scudo e ri-aumentare le aliquote ai ricchi per finanziare, magari, la riforma delle pensioni.

Ma quello che più rende insidioso agli occhi del Presidente l’attivismo del più giovane collega è che Copé vuol contendergli la leadership, restando dentro al partito invece di farsi un partito suo, come ha fatto lo storico arci-nemico dell’attuale Presidente, l’ex Primo Ministro Dominque de Villepin.

Fin qui le somiglianze. Veniamo alle differenze.
Diversa, almeno finora, la reazione politica alla performance anti-patriottica della nazionale di calcio: in Francia si è scomodata addirittura la Ministra dello Sport, Roselyne Bachelot.
In Italia, no, anche se c’è sempre tempo.

Il Presidente francese, poi, agli appuntamenti istituzionali all’estero ci va con Carlà, mentre il Capo del Governo italiano – settantunenne ma pur sempre single – preferisce variare, riuscendo così nel non scontato obiettivo di dare lustro, sulla scena internazionale, alla qualità e disponibilità del femminile made in Italy.

Ma la differenza principale tra Francia e Italia è un’altra: Sarkozy, a causa del suo ‘non fatto’ è in stato comatoso di popolarità e la prospettiva ‘secondo mandato’ si fa sempre meno credibile. Berlusconi, al contrario, pur non avendo fatto neppure lui un granché, in particolare se si guarda alla voce ‘libertà’, nei sondaggi continua a planare – qualche batosta qua e là, ok, ma tanto passerà – e nulla esclude che la prossima volta sarà ancora lui.
Una differenza non da poco, se ne converrà.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

5 Responses to “Qui Italia, anzi Francia”

  1. Fabio T. scrive:

    Era qualcosa che mi ronzava in testa da tempo, e Lei gli ha dato forma in modo preciso e ironico.

    Complimenti!

  2. Giuseppe Joe scrive:

    La ringrazio per il bell’articolo ironicamente vero. Tuttavia vivendo in Francia posso marcare qualche altra differenza.

    livello industriale.

    In particolare, in Francia esistono grandi società che sono intimamente legate alla politica e non si muovono se la politica non vuole. La fitta rete di PME come in Italia non c’é. Il sistema economico é praticamente rigido e con poca flessibilità data dagli operatori.

    Livello bancario

    Le nostre banche benché piccole rispetto alle Francesi, sono stabili anche se si autoproteggono con il sistema delle fondazioni. Qui i vari personaggi a capo del sistema bancario sono molto molto più compromessi con la crisi generale (le propongo il libro di Cresus “Confessions d’un banquier pourri”)

    Livello decisionale

    Quello che viene deciso a Parigi viene eseguito. In Italia non sappiamo già dove si decide e sicuramente l’attuazione a livello locale non segue assolutamente le decisioni centrali.

    Livello Sociale

    La fortuna della Francia é nella forte natalità. Le politiche di supporto alle madri/coppie é assolutamente incredibile. Se avessimo modo d’implementare solo una parte di detto sistema in Italia si vedrebbero cambiamenti fondamentali.

    Grazie dei suoi commenti

    Giuseppe

  3. Simona Bonfante scrive:

    caro giuseppe,
    convengo su tutto. la centralità della politica – nella decisione, nel controllo delle agenzie economiche e industriali… – in francia è strutturale. basti pensare alle forme di selezione e reclutamento delle classi dirigenti.
    mi limito solo ad un’osservazione rispetto alle politiche di natalità. il sostegno ai figli – se non erro, esteso ai primi tre anni – dà una garanzia di reddito reale: anche una madre disoccupata, quindi, è messa in grado di sostenere sé stessa ed il nuovo nato pur non avendo un lavoro. in alcune zone ad alto tasso di disoccupazione, tuttavia, si registra un record di maternità ‘precoci’ e continuative, cioé di ragazzine che fanno figli, uno dopo l’altro, in genere ogni tre anni, in modo da mantenere la continuità del sussidio. la prole infatti diventa essa stessa fonte di reddito.
    è un po’ il meccanismo dei sussidi di disoccupazione quando, in un mercato del lavoro stagnante, risultano più convenienti rispetto ad una qualunque occupazione a basso salario.
    l’idea che mi sono fatta è che vi sia comunque una sostanziale diversità culturale nell’aproccio alla genitorialità. e questo mi porta a credere che si farebbero più figli comunque.

  4. genovese scrive:

    cosa c’è di così positivo nei sussidi alla maternità ? ma leggete Sartori…

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