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Perché gli stranieri non possono fare i dipendenti pubblici?

– La concomitanza di tre fattori: la globalizzazione, la multietnicità di fatto e la devastante azione dissacratoria della “funzione pubblica” da parte di funzionari inetti, spreconi o corrotti rende ormai illogica  l’esclusione dalle cariche dirigenziali pubbliche di chi non sia in possesso della cittadinanza italiana.

La globalizzazione ci pone in un rapporto costante di competizione internazionale. E’ illusorio pensare che tale rapporto competitivo si riduca al solo settore privato: il differenziale tra il rendimento dei titoli di stato tedeschi e quelli italiani è un chiaro indice del fatto che anche il settore pubblico non è immune da confronti internazionali spietati.

Appare quantomeno bizzarro che enti pubblici statali e locali si affidino a società multinazionali per la valutazione del loro stato finanziario e commissionino costosi studi a società di consulenza internazionale, per ricevere suggerimenti su come migliorare la loro organizzazione interna e poi si rifiutino di aprire le carriere dirigenziali anche ad esperti di levatura internazionale, ma privi della cittadinanza italiana.

La multietnicità di fatto dell’Italia rende inevitabile l’affidamento di delicati incarichi in settori di interesse pubblico anche a persone non in possesso della cittadinanza italiana. A titolo esemplificativo riporto i casi dei mediatori culturali che lavorano all’interno di strutture come le questure o gli sportelli unici per l’immigrazione. Una loro esclusione dall’inserimento organico, anche ai livelli dirigenziali, nella struttura degli enti dove prestano il loro servizio da anni pregiudica quella che dovrebbe essere la normale evoluzione di tutti i rapporti di lavoro: una carriera potenzialmente proiettata fino alle più alte cariche di direzione. L’acquisizione della cittadinanza dopo dieci anni di residenza in Italia e dopo altri quattro o cinque anni di attesa non è compatibile con percorsi di carriera coerenti con le capacità individuali dimostrate.

Un articolo del Magistrato Militare Mariateresa Poli pubblicato sul sito di Giustizia Amministrativa nel 2008 riporta analiticamente la situazione giuridica relativa alle limitazioni al pubblico impiego da parte di persone prive della cittadinanza italiana. I limiti all’accesso alle funzioni pubbliche da parte dei “non cittadini” si stanno lentamente smantellando con interventi normativi e interpretazioni giurisprudenziali. Restano tuttavia sempre vigenti le limitazioni all’accesso a sfere dirigenziali da parte dei non cittadini, perfino comunitari.

Le motivazioni di queste restrizioni meriterebbero un’approfondita riflessione alla luce dei continui episodi di corruzione e concussione, addebitabili ad altissime cariche pubbliche. Per non parlare poi della disastrosa mala gestio della “res publica” . L’articolo 14 della Convenzione OIL 143 del 1975 sui lavoratori migranti, ratificata dall’Italia nel 1981 recita: “Ogni Membro può respingere l’accesso a limitate categorie di occupazione e di funzioni, qualora tale restrizione sia necessaria nell’interesse dello Stato.”

Ora è interesse dello Stato che le cariche dirigenziali siano affidate a persone capaci e non corruttibili e questo in maniera indipendente dalla nazionalità. L’obiezione sulla delicatezza di alcuni compiti non ha senso. Ad esempio, relativamente a compiti delicati come quelli militari capita che, per assurdo, cittadini non in possesso della cittadinanza italiana godano, in Italia, di NOS (nulla osta di sicurezza NATO) di grado più elevato di quelli ottenibili da cittadini italiani.

Scrive Poli: “…. E’ stato infatti riconosciuto il diritto di accesso agli impieghi pubblici ai cittadini degli Stati membri della Unione europea, quando il posto di lavoro o le funzioni da svolgere non implichino esercizio diretto o indiretto di pubblici poteri, ovvero non attengano alla tutela dell’interesse nazionale…”. Non è chiaro perché un cittadino non in possesso della cittadinanza italiana, possa comandare su migliaia di dipendenti privati ma non possa esercitare pubblici poteri, né è chiaro perché per la “tutela dell’interesse nazionale” dovremmo confidare nel mero possesso della cittadinanza italiana.

Continua Poli: “…. Secondo il massimo organo della giustizia amministrativa, infatti, la riserva non operava al fine di dare protezione al mercato interno del lavoro, ma per garantire che i fini pubblici, che nel cittadino si suppongono naturalmente compenetrati nei fini personali, siano meglio perseguiti e tutelati…”. Ma se non passa giorno che un “cittadino italiano” che riveste alte funzioni pubbliche non sia messo sotto inchiesta per corruzione o altri reati ai danni della Pubblica Amministrazione!

Conclude Poli: “….Il problema, probabilmente, risiede ancore nella difficoltà di accettare ai livelli più intimi della società, la possibilità che un lavoro per il quale è richiesto senso di responsabilità e fedeltà alla Repubblica, possa essere svolto da chi non possiede innato quel senso di appartenenza allo Stato….”. Non mi risulta che i personaggi delle “cricche” che stanno devastando la nazione abbiano mai posseduto  tali doti. Non si comprende perché, come cittadini, dovremmo continuare a subire le loro gesta per una presunta tutela della sovranità nazionale, affidata a chi invece dovrebbe essere escluso per sempre (non solo per 5 anni) da funzioni pubbliche.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

One Response to “Perché gli stranieri non possono fare i dipendenti pubblici?”

  1. luigi zoppoli scrive:

    Molto condivisibile. Siamo ridotti purtroppo a leggere su CorSera che i gol tedeschi ai mondiali sono semitedeschi. Non è chiaro a molti cosa sia da un lato identità confusa col camanilismo da polenta taragna né facciamo politiche serie di integrazione né tantomeno studiamo azioni per canalizzare verso l’Italia immigrati con buoni skill e buon grado di istruzione. E così può essere consigliere regionale,trota che può rivendicare solidi meriti per giochini razzisti e bocciature ed un non italiano non può fare il bidello.
    Tutto regolare

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