Welfare e sindacato: la polvere del Ventennio sulla Costituzione antifascista

– Egr.io Dr. Cazzola, ho letto un suo intervento su “Libertiamo” e mi sento veramente spinto a risponderle, soprattutto per rinviare al mittente le parole offensive che lei molto “coraggiosamente” ha messo per iscritto. Le reazioni della sinistra a vari atteggiamenti del Governo Berlusconi non sono affatto stucchevoli, nè “quasi sempre animate da una difesa acritica e conservatrice di tutto e del contrario di tutto”. No, egregio Sig. Cazzola, la sinistra non è formata da deficienti che passano il loro tempo a fare i conservatori ! Si guardi intorno, può darsi che trovi dei personaggi con tali caratteristiche, ma non li troverà nella sinistra!

Quanto alla sua interpretazione del titolo III della Parte Prima, ognuno è libero di pensare ciò che vuole, così come ogni lettore è libero di commentarlo. Giudico le sue riflessioni sugli artt. 35/47 non solo assurde, ma anche assolutamente infondate, Mi permetto solo un consiglio: sia meno schierato quando parla della Costituzione e cerchi, se ci riesce, di approfondire come è nata. da chi è stata costruita e quale spirito l’ ha pervasa! Certo che si può modificare, ma dire che richiama i piani quinquennali di infausta memoria oppure che qualche articolo è pervaso di staliniana memoria può significare solo due cose: non si sa nulla della Costituzione, oppure si critica per criticare… La prossima volta che lo fa, abbia il coraggio di esprimere le sue idee in un pubblico dibattito, in cui ci sia chi sappia risponderle adeguatamente.

Pubblico integralmente una lettera che è pervenuta sul mio sito alla Camera (non riporto il nome di chi me l’ha inviata) perché trovo che sia molto significativa del clima che si respira oggi in Italia. Esiste una sorta di pensiero ufficiale, dal quale non ci si può discostare. I santoni di questo pensiero di regime non si prendono neppure la briga di spiegare con quattro parole perché non sono d’accordo con noi. Si limitano ad insultare: a dire del lettore di Libertiamo, le mie riflessioni sugli articoli da 35 a 47 della Costituzione sono “non solo assurde, ma anche assolutamente infondate”. E poi segue la solita invocazione di come erano bravi i Padri Costituenti e quale fosse lo spirito che li animava.

Prima di svolgere qualche considerazione di merito, mi permetto di ricordare al mio interlocutore che non mi farebbe alcuna paura sostenere i miei argomenti in pubblico. Anzi l’ho fatto tante volte (l’ultima, in modo abbastanza ampio, a Modena il 24 maggio scorso) sia oralmente che per iscritto. Per inciso, ricordo che a modificare la Costituzione, in maniera assai discutibile, è stata una maggioranza di centro sinistra nel 2001, con pochi voti di scarto, regalando a questo povero Paese un contenzioso tra lo Stato e le Regioni di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Per quanto mi riguarda, io non ho alcuna particolare ansia di revisione costituzionale, neppure per quanto riguarda la II Parte. Credo nell’evoluzione delle norme e della loro interpretazione, anche se ha trovato molto deprimente sentire citare a sproposito la Carta con riferimento all’intesa di Pomigliano d’Arco. Resto però dell’opinione che la parte dei rapporti economici sia la più datata, perché maggiormente intrisa delle cattive ideologie del secolo scorso. Non è un caso che molti di quegli articoli non abbiano mai trovato attuazione e che nessuno si proponga di andare a recuperare quelle stesse norme dal dimenticatoio della storia.

Prendiamo il caso dell’articolo 41 di cui si parla. E’ assolutamente evidente che il terzo comma esprime una cultura dirigista e pianificatoria, molto condivisa nel secondo dopoguerra dalle forze politiche di allora. E che dire dell’articolo 42 e all’indicazione che “i beni economici appartengono allo stato, ad enti o a privati”? Ma per non farla troppo lunga, prendiamo gli articoli, a mio avviso più rappresentativi, di quella stagione importante: l’articolo 38 e l’articolo 39. Per rimanere nel campo delle politiche sociali l’impostazione concernente il modello di welfare state (l’articolo 38, appunto), risente parecchio dell’ordinamento corporativo, caratterizzato dall’esistenza di tanti enti pubblici non economici detti “parastatali”, (una peculiarità del regime in linea con i principi del corporativismo). Tale modello – che rifuggiva l’approccio moderno di carattere universalistico rivolto al cittadino e rimaneva prigioniero di una visione lavoristica-occupazionale – non solo venne confermato nella Costituzione, ma è diventato, nel tempo, il prototipo dell’estensione delle tutele previdenziali e assistenziali obbligatorie ad altre categorie, diverse dal lavoro dipendente, anche nell’Italia repubblicana.

E’ facile comprendere poi – basta leggere il testo – che anche sulla struttura portante dell’articolo 39 è rimasta molta polvere del regime del tragico Ventennio. Il legislatore costituzionale, cioè, essendosi trovato a gestire la transizione dal regime fascista alla democrazia ed avendo a che fare, in materia di lavoro, con un impianto consolidato, fatto di norme concretamente applicate nelle aziende, si limitò, in larga misura, a riformulare l’ordinamento previgente alla luce dei sacri principi della libertà e della democrazia e ad immaginarne (non era facile per quei tempi) una concreta operatività ispirata al pluralismo. Ma è rimasta visibile la sua preoccupazione di rivisitare in altre forme le questioni che il modello corporativo – a suo modo – aveva affrontato e risolto.

Durante il fascismo i sindacati erano praticamente una branca della pubblica amministrazione? Nell’Italia democratica riprendevano piena libertà (come prescrive il primo comma), ma continuava a sussistere il problema di conferire loro una personalità giuridica (ancorché) di diritto privato, sottoposta al solo requisito di uno statuto interno a base democratica, al fine di definirne una precisa identità, secondo quanto dettato dalla legge ordinaria che avrebbe dovuto applicare la norma costituzionale. L’ambito della categoria come riferimento della contrattazione a quel livello rimaneva centrale come lo era stato nel precedente contesto in forza di un pregiudizio ideologico divenuto norma (il corporativismo, appunto, come forma di organizzazione dello Stato). Infine, il legislatore costituzionale era ossessionato dall’esigenza di individuare un meccanismo che, persino in un contesto di possibile pluralismo sindacale, consentisse di conferire un’efficacia erga omnes ai contratti collettivi, altrimenti applicabili – secondo i principi generali del diritto comune – soltanto agli iscritti alle organizzazioni stipulanti.

In buona sostanza, per quanto riguarda l’ordinamento sindacale il fascismo aveva promosso ed orientato un processo evolutivo, già in corso dopo la conclusione della Grande Guerra, ma il cui sbocco era ancora incerto. Il legislatore costituzionale, dal canto suo, aveva confermato, in alcuni suoi aspetti, quell’ordinamento – di cui il contratto nazionale di categoria era l’architrave – pur andando “a risciacquare in Arno” i panni della democrazia anche per il sindacato (il che non era un cambiamento da poco).


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

2 Responses to “Welfare e sindacato: la polvere del Ventennio sulla Costituzione antifascista”

  1. luigi zoppoli scrive:

    Non entro nella polemica con l’anonimo interlocutore che le ha scritto. Mi permetto solo un’osservazione. Lei certamente ha analizzato le proposte di modifica elaborate dal governo, dico governo. Ritiene che siano meno dirigiste rispetto alla formulazione originale del comma che lei critica? Quanto al dirigismo, mi permetto far presente, anche se non occorre, che la tendenza auspicata e di fatto è in corso è quella che al ministro Tremonti piace definire economia Sociale di Mercato che attualmente si sostanzia in vetero socialisti e andreottiani capaci di Banca del Sud o di Alitalia o Cassa Depositi e Prestiti utilizzata come strumento di intromissione nell’economia. Salvo aver eliminato le lenzuolate bersani.

  2. giuliano cazzola scrive:

    risposta a luigi zoppoli

    Le lenzuolate di Bersani non erano un gran che. Quanto alla proposta del governo di modifica dell’articolo 41 Cost. trovo che sia soltanto propaganda (g.c.)

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