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La creatività non si libera per decreto

da Il Secolo d’Italia del 1 luglio 2010

La prossima settimana dovrebbe andare al voto nell’aula di Montecitorio la legge di iniziativa governativa “Norme in materia di riconoscimento e sostegno alle comunità giovanili”. Mi auguro sinceramente che la legge, nella forma proposta e approvata in Commissione, non sia approvata dall’Aula di Montecitorio o sia almeno robustamente riformata. Delle buone intenzioni su temi sensibili è lastricata la strada della cattiva legislazione. Anche in questo caso, i fini sono nobili, ma i mezzi assai discutibili e soprattutto assai poco distanti da quelli che “a favore dei giovani” avrebbe messo in campo la sinistra.

Cosa propone la legge? Nella sostanza, misure di incentivo finanziario e di riconoscimento giuridico per quella realtà giovanili che “organizzano la  vita associativa come esperienza comunitaria” e, su questa base, perseguono i propri scopi sociali nei campi più disparati: l’educazione all’impegno sociale e civile, alla legalità, alla partecipazione e alle conoscenze culturali; lo svolgimento di attività sportive, ricreative, sociali, didattiche, ambientali, culturali, turistiche, agricole, artigianali, artistiche, informative e formative; la promozione delle iniziative internazionali, comunitarie e nazionali sulle tematiche giovanili. Il tutto si presta ad una obiezione di fondo: perché il centrodestra dovrebbe “para-stalizzare” anche l’associazionismo giovanile? E perché dovrebbe favorire le forme di organizzazione comunitaria? Non tutto l’associazionismo giovanile è comunitario, né la natura comunitaria dell’associazionismo può essere definita in termini legislativi, se non riflettendo l’idea di comunità che ha in testa il legislatore.

Le comunità sono, per definizione, spontanee, e fondate su di una condivisione “dal basso” dei valori della propria mission, non su di un riconoscimento “dall’alto” della loro funzione sociale. A prendere sul serio il principio della sussidiarietà, anche nel campo delle politiche giovanili l’intervento normativo dovrebbe limitarsi a rendere agevole e concretamente praticabile l’auto-organizzazione spontanea e libera dei giovani, non promuovere alcune forme di organizzazione né incentivare, mediante risorse pubbliche, alcuni settori di attività rispetto ad altri. C’è d’altronde ben poco di liberale nell’idea che il legislatore debba forgiare e indirizzare il modo in cui i giovani partecipano della vita civile e coltivano, in forma associata, i propri interessi.

L’istituzione di un fondo, di un registro e di un osservatorio nazionale riservati alle comunità giovanili riflette – su di una diversa base ideologica – l’approccio para-statalizzante e “ministeriale” della sinistra. E soprattutto subordina l’iniziativa dei giovani ad un’intermediazione politica decisamente condizionante, se, come avverrebbe nel caso in cui la legge venisse approvata, i progetti fossero giudicati meritevoli di sostegno (cioè di finanziamento) in base ad una valutazione inevitabilmente discrezionale.
Abbiamo per anni criticato i discutibili criteri “artistici” con cui venivano distribuiti in Italia i finanziamenti ministeriali per il cinema e lo spettacolo. E non si vede sinceramente la necessità di replicare il medesimo modello a beneficio delle organizzazioni giovanili. In questi campi, fare qualcosa di alternativo alla sinistra non significa scegliere, discrezionalmente, altri “beneficiari”, ma fare in modo che i benefici, laddove siano previsti, non vengano assegnati in modo discrezionale, cioè nobilmente o ignobilmente “politico” .

Dunque, se davvero si ravvisasse l’esigenza di “aiutare” economicamente le organizzazioni giovanili – e sarebbe una scelta tutt’altro che priva di rischi ed effetti collaterali – occorrerebbe almeno prevedere benefici automatici e universali, liberamente contendibili da parte di tutte le associazioni, sulla base di requisiti il più possibile oggettivi. Così com’è, questa legge “inventa” una sorta di fattispecie trasversale ai più disparati settori di attività. Alla fine le “comunità giovanili”, grazie ai sussidi ministeriali, si troverebbero a fare concorrenza alle associazioni sportive, culturali e perfino imprenditoriali, che, senza essere né “comunitarie” né strettamente giovanili, pure svolgono attività che coinvolgono massicciamente i giovani.

Non sarebbe il caso, allora, di fermarsi a ragionare prima di approvare in fretta e furia una legge proposta da “destra” ma intrisa di subalternità culturale alla vecchia sinistra assistenzialista e statalista?


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

3 Responses to “La creatività non si libera per decreto”

  1. Più che di assistenzialismo, credo si tratti di furbo controllo dello Stato nei confronti di ciò che si muove nel sottobosco. Lo Stato ti spia! Ciao Benedetto!

  2. filipporiccio scrive:

    Be’ anche le “associazioni sportive dilettantistiche” sarebbero da abolire completamente (quiz: perché?). Ma non mi stupisce che il governo di sinistra di Berlusconi si muova invece su un’altra strada, che è perfettamente coerente con la sua ideologia corporativo-socialista.

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