La proposta Cazzola per incentivare il proseguimento dell’attività lavorativa dopo i 65 anni, oggi all’esame della commissione lavoro alla Camera, coniuga pragmatismo e ideali di libertà. Già oggi il lavoratore e l’impresa possono continuare il rapporto di lavoro dopo il conseguimento dei diritti per l’accesso al trattamento pensionistico. Il regime che regola il rapporto tra le parti conosce minori vincoli: vista la sicurezza economica su cui può fare affidamento il lavoratore che vanta il diritto alla pensione, le garanzie dettate dall’articolo 18 non trovano applicazione e il datore di lavoro può quindi licenziare il dipendente senza giusta causa o giustificato motivo. Attualmente, però, il lavoratore ultrasessantacinquenne continua a versare all’INPS gli stessi contributi. Il reddito che così si rende disponibile a chi vuole continuare a impegnarsi nel proprio lavoro è di poco superiore al reddito che ricaverebbe se scegliesse di ritirarsi dalla vita lavorativa. La proposta di legge dell’on. Giuliano Cazzola corregge la disciplina attuale prevedendo un trattamento più favorevole per quanti continuino a prestare la propria opera. Si prevede, infatti, in via sperimentale, la riduzione ad un terzo dei contributi che il lavoratore e l’impresa sono tenuti a versare se optano per la continuazione del rapporto lavorativo. Gli incentivi a proseguire l’attività lavorativa dopo il conseguimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia non comportano minori entrate o maggiori uscite per il bilancio dell’INPS, anzi promettono di tradursi in una minor spesa pensionistica. La misura di favore è giustificata dal fatto che il lavoratore anziano ha già versato i contributi richiesti per aver diritto alla pensione e continuando a lavorare non solo vi rinuncia, ma corrisponde ulteriori somme all’istituto previdenziale. In una visione d’insieme, non possono sfuggire i vantaggi della proposta: una minore spesa pensionistica a carico delle nuove generazioni, più equilibrio nei conti della previdenza sociale, più libertà per i lavoratori che finalmente, a fine carriera, possono disporre in misura maggiore del proprio reddito.

Calandosi nella realtà delle singole imprese e nelle pratiche di tutti i giorni, si può avanzare il sospetto che l’incentivo al proseguimento dell’attività lavorativa da parte oltre l’età di pensionamento possa frenare il turnover e riflettersi in un aggravamento della disoccupazione giovanile. Con un’aliquota contributiva ridotta del 67 per cento, il costo del lavoro degli ultrasessantacinquenni potrebbe essere significativamente più basso e quindi determinare artificiosamente le preferenze delle imprese, allontanandole da risorse umane più produttive ma più onerose.

A mitigare i timori alcune considerazioni. Le dinamiche salariali tendono a premiare l’anzianità, per coloro che chiederanno il proseguimento del rapporto di lavoro percepiranno una retribuzione più elevata della media. In molti casi le imprese non accetterebbero la richiesta se la retribuzione e la minore produttività a volte accompagnata all’avanzare dell’età non fossero compensate da uno sgravio contributivo. Inoltre, la riduzione della spesa pensionistica conseguibile con la misura proposta, potrebbe servire a riportare a livelli sostenibili la pressione contributiva che ora grava sui lavoratori e che costituisce un deterrente alla nuova occupazione. Ma questa è una direzione che la maggioranza di governo deve ancora dimostrare di voler intraprendere.