– La sentenza del processo di appello contro il senatore Dell’Utri porta la verità giudiziaria a mezza strada tra le richieste dell’accusa e quelle della difesa, tra il colpevolismo anti-berlusconiano e l’innocentismo berlusconiano.

Tutti ne possono essere soddisfatti e insoddisfatti e ieri, per apparente paradosso, sembrava più disarmato e offeso dalla pronuncia il Procuratore Gatto che l’avvocato Mormino, più l’accusatore che voleva portare il premier alla sbarra, che il difensore di Dell’Utri, che si compiaceva ai microfoni del Tg1 di come la sentenza, che pure condannava duramente il suo assistito, avesse dissolto “l’alone di mafiosità complessiva del sistema politico-istituzionale del nostro paese dal ‘92 in poi”. Sia per il pm che per il difensore questo era nei fatti un processo a Berlusconi. E su questa base l’hanno a caldo commentato.

Come si dice, ora bisogna aspettare le motivazioni della sentenza. Anche se su queste motivazioni farà premio la pregiudiziale e comprensibile diffidenza a riconoscere una “verità” capace di fugare i sospetti e placare i risentimenti morali e politici. In questo processo, come in altri che hanno incrociato la materia incandescente della storia politica italiana (da quello Sofri, a quello Andreotti, a quelli di Tangentopoli) nessuna sentenza è pronunciata davvero in nome di tutto il popolo. Una parte del popolo siede sui banchi dell’accusa, una parte su quelli della difesa.

Forse, a una giustizia chiamata a giudicare di pagine oscure e drammatiche, è difficile essere imparziale, non prendere parte di queste divisioni e non subire il peso delle attese che la sacrosanta “richiesta di giustizia” suscita assai più delle ragioni degli accusati. E forse, quando pure la “giustizia” riesce ad essere tale, è quasi impossibile per l’opinione pubblica riconoscersi nelle sue pronunce.

Dell’Utri ha definito la sentenza “pilatesca”. E così oggi devono giudicarla anche quanti da un quindicennio lo dipingono come l’anima nera del berlusconismo, un ufficiale di collegamento tra Berlusconi e la mafia, anzi direttamente tra Berlusconi e il “male”.

Non sappiamo se da un reato “sbagliato” – come il concorso esterno in associazione mafiosa – possa sortire un processo equo e una sentenza giusta. Sinceramente, lo dubitiamo. Non sappiamo se, in un processo, la politicità dell’oggetto non renda inevitabilmente politica – e quindi sommamente ingiusta – le sentenza. Lo temiamo, in particolare in un paese come l’Italia, dove la magistratura ritiene di svolgere un ruolo di “garanzia”, che non coincide affatto con l’esercizio della giurisdizione.

Crediamo però sinceramente che ben poca verità sulla storia politica italiana – o sulle origini della fortuna di Berlusconi – potrà venire, nel bene come nel male, dai processi per mafia. Se si cerca la verità storica nelle carte giudiziarie, si smarrisce il senso della prima e si macchiano irrimediabilmente le seconde.