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Facebook e privacy: quelli che i “valori” vogliono deciderli da soli

Sono fatti miei.” Raz Degan, modello, 1995, pubblicità di un liquore.
Per la mia generazione la privacy non è un valore.” Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, 2010, intervista su “La Repubblica”.

Mettere a confronto due frasi pronunciate in contesti tanto diversi è, lo ammettiamo, piuttosto irriverente. Serve però a spiegare, meglio di tante fumose elucubrazioni, l’effettivo cambiamento del concetto di riservatezza nell’opinione di molti.

Facebook, nato come mezzo per ritrovare in Internet i vecchi compagni di scuola, è ormai diventato una vera e propria “piazza” virtuale, in cui le persone si incontrano, si conoscono, scambiano opinioni e commenti, litigano, fanno insomma tutto quello che fino a qualche anno fa si faceva nei tradizionali luoghi di aggregazione.

Molti di coloro che prima del boom di questo social network potevano essere classificati “analfabeti informatici”, soprattutto fra i più giovani, sembrano ritenere equivalenti i concetti “utilizzare Internet” e “utilizzare Facebook”: la Rete, come evidenzia anche lo stesso Zuckerberg, viene vista innanzitutto come un “luogo” in cui conoscersi e, in qualche modo, mettere in piazza se stessi, quello che si ama, quello che si pensa, quello che si vuole.

Dall’altra parte, però, esistono anche coloro per i quali, nonostante tutto, la privacy è e rimane qualcosa di desiderabile: quelli che, nel dicembre 2009, non hanno molto gradito le modifiche in corso d’opera da parte di Facebook in materia di condivisione dei dati. E’ stato allora, infatti, che le impostazioni di privacy del social network sono cambiate: prima i dati erano automaticamente accessibili solo all’utente e ai suoi contatti, mentre, dopo il cambiamento delle impostazioni, mantenere riservati i propri dati è diventata un’opzione, subordinata ad una scelta esplicita da parte dell’utente.

Sarebbe stato logico aspettarsi che, finché non si fosse effettuata la scelta, Facebook avrebbe mantenuto riservati i dati degli utenti: è avvenuto invece proprio il contrario, cioè che Facebook ha reso automaticamente accessibili alla ricerca da parte di chiunque i dati di chi non ha specificato di volerli mantenere riservati a sé e ai propri contatti. Inoltre, per alcuni dati, come il proprio gruppo di contatti, non era possibile scegliere: dovevano per forza restare accessibili a tutti.

Effettuare la scelta, come si capisce da questo link, non era proprio quel che si dice un procedimento intuitivo, ed è ragionevole supporre che molti “facebookiani del primo tipo”, quelli non molto in confidenza con l’informatica, non si siano resi conto pienamente della questione e continuino tranquillamente a mettere a disposizione del mondo intero le loro foto del mare e i loro “TVUKDB KuCcIoLa” (peraltro, da certi saggi di scrittura, parrebbe potersi evincere che, se “per la nostra generazione la privacy non è un valore“, neanche la lingua italiana, nella nostra generazione, se la passa molto bene).

Il 31 maggio scorso è stato organizzato da un gruppo di utenti delusi il “Quit Facebook Day“: sebbene l’iniziativa abbia avuto poco successo in sé, è servita però a mettere un po’ di pressione ai vertici del social network, che hanno di nuovo cambiato le impostazioni di privacy in senso più restrittivo. Sebbene insufficienti, questi cambiamenti sono comunque un parziale ritorno al passato, e diminuiscono il numero di informazioni da dover rendere per forza visibili.

E’ ragionevole che alcuni utenti, soprattutto tra quelli di vecchia data, si siano sentiti “truffati” quando Facebook ha automaticamente “messo in piazza” dei dati che, all’atto dell’iscrizione, assicurava di impegnarsi a mantenere riservati ai contatti scelti, come pure non si può ignorare che il social network più famoso del mondo campa di pubblicità, e che più dati rende accessibili più pubblicità può vendere; d’altro canto, Facebook non è un servizio a pagamento, ed offre la possibilità di tirarsi fuori in ogni momento (anche se non è chiaro per quanto tempo continui a conservare i dati di chi ne è uscito), dunque non ha violato alcuna legge, se non quella non scritta della correttezza che impegnerebbe chi ha in mano i dati di milioni di persone a non cambiare in corsa le impostazioni di privacy.

E’ importante, in ogni modo, ribadire che entrare in Facebook e condividere delle informazioni è una scelta che ognuno compie liberamente. Estendendo il discorso, possiamo dire che entrare in Internet e condividere informazioni è una scelta la cui responsabilità appartiene interamente a chi la compie.

Facebook (come anni fa MySpace, come altre piattaforme tipo Blogger, Splinder etc.) si pone come una sorta di intermediazione tra l’utente e la Rete: si può considerare uno strumento che aiuta a condividere le proprie informazioni, ma alla base del discorso resta sempre la responsabilità individuale, che sempre più spesso, in molti campi, sembra essere lasciata da parte in favore di una sorta di “diritto” ad essere tutelati anche dalle proprie scelte imprudenti.

Se io entro in Facebook, e scelgo di condividere una mia foto, un mio testo, un’informazione personale, un qualsiasi contenuto, so che sto mettendo quel contenuto su Internet. Mettere un contenuto su Internet significa “volantinarlo” potenzialmente in tutto il mondo, senza possibilità di ritirarlo quando voglio, perché uno qualunque dei miei contatti, per qualunque motivo, può salvarlo sul suo computer e tenerlo lì tutto il tempo che vuole, e diffonderlo quando e come desidera. A quel punto posso strillare quanto mi pare che “io non volevo”, ma, se avessi voluto davvero mantenere la riservatezza sul contenuto in questione, ed essere certa che nessuno lo avrebbe potuto diffondere, avrei dovuto evitare io in prima persona di diffonderlo, così come, per riprendere il paragone con la Nutella , se io ne mangio cinque barattoli in un giorno e poi mi sento male, posso anche proclamare ai quattro venti che non è colpa mia, ma Sir Charles Darwin avrebbe qualcosina da ridire.

Facebook era partito con tutt’altro intendimento, ma si è ritrovato ad essere un network che milioni di persone preferiscono rispetto all’e-mail, ai blog, ai programmi di messaggistica, ai forum, alle chat per scambiare e condividere informazioni in Rete. Senza arrivare a dire che “per la nostra generazione la privacy non è un valore” – cosa su cui chi scrive, pur appartenendo alla stessa generazione di Zuckerberg, non è affatto d’accordo, perché la libertà di tenere per sé i propri contatti e fatti privati dovrebbe essere non solo un valore ma un cardine di qualsiasi società civile – bisogna però ammettere che, se si decide di mettere una parte della propria vita su un social network (e quindi, generalizzando al massimo il discorso, su Internet), se si sceglie di donare i propri dati a Zuckerberg & soci, che li utilizzeranno per vendere pubblicità, si deve essere coscienti di quello che si sta facendo e riconoscere che non esiste l’obbligo di usare Facebook. Esiste l’utilità, la curiosità, il divertimento di usarlo, ma si può sempre scegliere di uscirne e vivere felici lo stesso.

Il problema (o, a seconda dei punti di vista, il bello) è che le vie della Rete sono infinite, e sarebbe illusorio pensare di poterle percorrere armati di manganello, come alcuni governi, col tacito appoggio di cittadini che si crogiolano nell’irresponsabilità, vorrebbero fare; altrettanto illusorio è, però, credere di poterle dominare con frasette ad effetto su ciò che “la mia generazione” considera o no un valore.

Internet è un mondo che offre infinite possibilità di scambio, di condivisione, di conoscenza: nessuno, nemmeno Mark Zuckerberg, può ergersi a giudice di quello che il mondo di Internet “pensa”. Se Facebook è riuscito (male) a mettere una pezza sul problema della privacy, siamo curiosi di sapere come affronterà, per dire, quello delle false identità, che, nonostante i divieti contenuti nelle regole, prosperano.

Molti utenti infatti, soprattutto dopo lo “scherzetto” di dicembre, hanno tolto il proprio nome e cognome sostituendolo con un nome di fantasia, per timore di poter essere trovati da chissà chi, potenziali datori di lavoro, ex-fidanzati invadenti e così via; altri hanno un disegnino al posto della foto.
Come mai, ci chiediamo, le regole di Facebook non vengono anche qui modificate in senso non restrittivo? Come mai l’identità continua ad essere considerata “un valore” per tutte le generazioni, nonostante la prova empirica del contrario, mentre la privacy, in nome di chissà quale ragionamento sociologico, non lo è più, d’ufficio?

Se si ragiona basandosi su ciò che “è un valore” e ciò che non lo è, si rischia di ritrovarsi su una china pericolosa, in cui alla fine arriva (e perché non dovrebbe?) qualcuno che dichiara “per la mia generazione NIENTE è un valore”, legittimando l’anarchia di fatto.
Un ragionamento onesto (e genuinamente libertario) su un’eventuale regolamentazione della condivisione di contenuti in Internet andrebbe invece impostato mettendo al centro l’utente, senza stabilire “valori” e “non valori” dall’alto, ma lasciando il più possibile a ciascuno la libertà di scegliere ciò che vuole condividere secondo il proprio concetto di privacy e di valore.

E, per raccontarci cos’è la privacy e cos’è un valore, non c’è bisogno di Facebook o del suo esimio fondatore, né tanto meno dei politici nostrani. Basta un buon vocabolario, o, ancor meglio, una buona educazione.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Facebook e privacy: quelli che i “valori” vogliono deciderli da soli”

  1. filipporiccio scrive:

    La privacy è un concetto che, una volta finito nelle mani dei politici, è stato pervertito e snaturato nel modo più assoluto. Prima che i politici se ne occupassero, “privacy” era più o meno un sinonimo di “riservatezza”, ed era un concetto perfettamente applicabile ad Internet o Facebook. Dopo, è diventata una serie di norme che prevedevano il carcere per chi non avesse ottemperato ad obblighi burocratici ridicoli e assurdi. Dite “privacy” oggi a un imprenditore, non penserà certo alla riservatezza, ma alla serie di carte che deve preparare o far preparare per soddisfare il leviatano. Il concetto di privacy è stato distrutto dai politici.

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