– Tra i tanti emendamenti alla manovra finanziaria, degni di nota appaiono i due presentati dal Lucio Malan (PDL) e da Donatella Poretti (radicale in quota PD) sul tema della “legalizzazione” della prostituzione. Tanto Malan quanto la Poretti hanno il merito di considerare la prostituzione non come un’attività intrinsecamente criminosa, bensì come una delle tante relazioni volontarie che hanno luogo all’interno della società.

Per questo non la condannano politicamente e non nutrono sentimenti ostili nei confronti delle lavoratrici (o dei lavoratori) del sesso e dei loro clienti. Chiedono invece che sia inserita all’interno di un quadro di regolamentazione legale, simile – anche dal punto di vista fiscale – a quello che si applica al lavoro subordinato o alla libera professione. Pur tuttavia sottovalutano gravemente le unintended consequences della regolamentazione che propongono che, per ironia della sorte, rischiano di essere nella pratica convergenti con quelli di una politica puramente proibizionista.

In linea di principio “legalizzare” la prostituzione organizzata appare una buona idea ed un significativo passo avanti rispetto all’attuali normative che la perseguono penalmente. Non ci sono reali difficoltà ad immaginare come dei “casini” potrebbero essere regolamentati con efficacia, divenendo, al tempo stesso, ad un regime di tassazione. All’ingresso di una struttura a luci rosse probabilmente troveremmo una normale cassa dove sarebbero emessi scontrini regolari e verificabili. Il cliente pagherebbe per un paio di coppe di champagne e per speciali coupon che consentirebbero poi l’accesso al servizio riservato.
Non ci sarebbe un passaggio diretto di denaro tra il cliente e la prostituta (o il prostituto) che sarebbe invece retribuita in modo trasparente dal datore di lavoro.

Dei controlli igienici sarebbero possibili in maniera non invasiva da parte degli ispettori che potrebbero ad esempio controllare che le docce siano disponibili e funzionanti, che le vasche idromassaggio siano a norma, che la struttura abbia a disposizione preservativi e che le lenzuola siano cambiate con continuità. Si tratta di criteri concettualmente simili a quelli che si potrebbero applicare ad una palestra, ad una piscina o ad un ristorante. Lo staff potrebbe, poi, essere obbligato a frequentare corsi periodici sull’igiene e sulla salute sessuale ed ai clienti sarebbero fornite all’entrata brochure informative sul “sesso sicuro”.

Va detto che la riapertura delle case di tolleranza non svuoterebbe automaticamente le strade, in quanto la prostituzione da strada conserverebbe il suo mercato grazie a prezzi verosimilmente più competitivi e alla relativa maggiore privacy per il cliente. Il pubblico decoro, quindi, dovrebbe comunque essere garantito attraverso norme ad hoc che vietino comportamenti indecenti all’aperto, possibilmente emanati ad un livello istituzionale di prossimità, in modo da essere effettivamente espressione delle sensibilità degli abitanti di una certa zona. Similmente oasi di prostituzione legale non risolverebbero di per sé il problema della prostituzione non volontaria. Questa deve essere semmai contrastata attraverso un’applicazione stretta delle leggi esistenti, riguardo ai reati di riduzione in schiavitù, di stupro, di sequestro di persona ed a quelli legati all’immigrazione clandestina.

Quello che proprio non va, invece, è la pretesa di estendere la regolamentazione e la tassazione alla prostituzione individuale, cosa che sortirebbe effetti potenzialmente devastanti per la libertà individuale. Delle due l’una. O ci troveremmo di fronte alla solita legge “all’italiana” fatta solo per mettere a posto qualche coscienza, ma che resta poi solamente sulla carta. Oppure, se applicata in modo letterale e coerente, la regolamentazione si trasformerebbe in una forma di repressione sessuale e di invasione aggressiva della dimensione privata.

Nella pratica le proposte in campo prevedono da un lato la tassazione del sesso venale, dall’altro  l’utilizzo obbligatorio del profilattico. Se davvero, come sia la Poretti che Malan chiedono, la prostituzione individuale deve essere tassata sulla base delle stesse norme che regolano le professioni liberali, è legittimo domandarsi quali saranno le forme con cui si contrasterà l’evasione. Gli ispettori si apposteranno fuori dalla porta dell’appartamento per verificare se il cliente all’uscita possiede lo scontrino? Oppure, in maniera più proattiva, agenti in borghese si fingeranno clienti per “incastrare” le prostitute? La seconda soluzione appare, da un certo punto di vista, più praticabile della prima, dato che nel primo caso non c’è certezza che il cliente abbia consumato. Nel secondo caso, l’agente  denuncerebbe la prostituta nel momento in cui accettasse il denaro senza rilasciare la ricevuta. Sono scene viste finora in qualche film americano, dove l’agente ammanetta la donna di facili costumi in un motel, con l’unica differenza che da noi il lavoro sarebbe fatto dagli ispettori del fisco anziché dalla “buoncostume”.

Parimenti ci si può chiedere quali sarebbero le modalità di accertamento del rispetto dell’uso obbligatorio di profilattici, previsto dall’emendamento di Malan. Ci si accontenterà di verificare che l’operatrice li abbia con sé, oppure si pensa ad irruzioni “sul più bello” per verificarne l’effettivo utilizzo? Peraltro l’emendamento non considera l’intrinseca difficoltà di ricondurre la prestazione a pagamento ad una regolamentazione igienico-sanitaria efficace, anche per la grande varietà delle forme in cui essa può essere erogata, dal massaggio erotico, al feticismo, ai trattamenti sadomasochisti. In molti rapporti l’uso del preservativo potrebbe essere poco rilevante, mentre potrebbero diventare importanti altri tipi di precauzione.

In ogni caso, l’obbligo di rendere pubblica la propria attività di meretricio avrebbe conseguenti pesantissime sulla vita di una persona. Questo perché le prostitute non sono solo prostitute. Sono anche persone con una vita sociale. Sono figlie. Sono madri. Sono studentesse. Sono donne momentaneamente senza un lavoro. Sono donne che oltre a fare “il mestiere” hanno anche un lavoro “normale”. Sono donne che in molti casi hanno rapporti con il mondo che le circonda ed un onore da difendere.
Quante di queste ci terrebbero a registrarsi ufficialmente come “prostitute”, a portare sul petto una “lettera scarlatta”?

E, specularmente, quanti clienti ci terrebbero a pagare la prestazione con assegni o carta di credito, in ossequio alle norme sulla tracciabilità che ormai incontrano un sostegno sempre più bipartisan? La prostituzione è un commercio che, nei fatti, può esplicarsi solo extra lege perché si fonda sull’anonimato di entrambe le parti e sulla discrezione, per l’inevitabile stigma sociale ad esso associato. Incidentalmente l’impresentabilità sociale del meretricio non è necessariamente un male per le prostitute, in quanto è il fattore che, riducendo drasticamente l’offerta, rende così remunerativa questa attività. Se fare la escort fosse un lavoro ordinario come fare l’insegnante o l’impiegata, le escort guadagnerebbero quanto le insegnanti e le impiegate.

Il fatto che il lavoro sessuale non sia soggetto a tassazione non deve necessariamente essere considerato una stortura, nel momento in cui si considera che nella società esistono tanti trasferimenti di denaro che non risultano fiscalmente rilevanti.
In fondo se una escort o un gigolò devono pagare a tutti i costi le tasse, non dovrebbe a quel punto essere considerato un “lavoro” soggetto al fisco anche quello della mantenuta o del mantenuto? Non rappresenta anch’esso uno scambio economico, per quanto indubbiamente più elegante e meglio dissimulato? Evidentemente, in quest’ottica, si potrebbe arrivare a ritenere tassabile qualsiasi interazione economica, persino quelle che attengono all’ambito caritatevole o familiare. Che dire, ad esempio, dei genitori che mantengano i figli agli studi universitari in cambio della promessa di studiare e di riportare buoni voti? Pure questo è, a suo modo, un contratto.

Attualmente ci troviamo in uno status quo di depenalizzazione della prostituzione individuale, per cui una donna (o un uomo) di piacere ed un cliente che si incontrino in un luogo riservato non hanno niente da temere. Se tutta la prostituzione fosse regolamentata ogni atto sessuale a pagamento, se non svolto a termini di legge, diverrebbe illegale. Anche il mancato utilizzo del preservativo in un rapporto non completo potrebbe divenire un reato.

Nella pratica, la regolamentazione della prostituzione metterebbe le prostitute indipendenti in una posizione di estrema vulnerabilità, dato che potrebbero essere in qualsiasi momento “prese di mira” dall’apparato repressivo dello Stato. Esse diverrebbero automaticamente denunciabili e quindi conseguentemente ricattabili, tanto sul piano economico quanto sul piano sessuale. Effettivamente il lavoro di finanziere diverrebbe particolarmente spassoso. Gli uomini della Guardia di Finanza potrebbero passare le giornate a spulciare gli annunci erotici su internet e sui quotidiani e scegliere ogni volta da quale prostituta farsi pagare in natura per “chiudere un occhio”.  Non ci vuole molto a comprendere che una regolamentazione della prostituzione potrebbe rivelarsi così vessatoria e così lesiva della dignità delle prostitute e dei clienti da segnare de facto la fine della prostituzione indipendente nel nostro paese.

Rappresenterebbe soprattutto un salto di qualità nelle ambizioni totalizzanti dello Stato che arriverebbe a varcare la porta della camera da letto – a violare persino la sfera più intima dei suoi cittadini. Eppure esiste una dimensione privata che abbiamo tutti il dovere di difendere come ultima trincea contro la prevaricazione della politica e della legislazione. E’ la dimensione dei rapporti personali, del conforto fisico e psicologico tra due persone, dell’amore e del sesso. Se consentiamo allo Stato di arrivare fin lì, allora si è preso davvero tutto.