Fiom batte Mondo uno a zero ma con l’aiuto dell’arbitro, cioè le leggi italiane

– A Pomigliano si sta giocando una delle partite più significative della storia economica e industriale dell’Italia degli ultimi decenni. Nel braccio di ferro tra Fiat e Fiom c’è tutto il contrasto tra le necessità competitive di un’azienda che vive nel mercato globale e la rendita di posizione legale di cui godono i sindacati nazionali, tra il “posto” e il lavoro, tra il mondo e il “mondo piccolo”, tra l’autosufficienza del Meridione e la droga dell’assistenzialismo di Stato. Per il momento vince la Fiom. Ma non è una gran notizia né per i lavoratori né per il sindacalismo italiano.

I punti di rottura tra la Fiat e i metalmeccanici della Cgil sono, come è noto, essenzialmente due:

–          il regime di contrasto dell’assenteismo endemico dello stabilimento, attraverso la mancata retribuzione da parte dell’azienda dei periodi di malattia, quando i tassi di assenza dal lavoro siano anomali e non riconducibili a cause epidemiologiche accertate, con la possibilità che una commissione paritetica bilaterale decida sui casi di particolare criticità;

–          la cd. “clausola di tregua”, che obbliga sia le rappresentanze sindacali che i singoli lavoratori a non scioperare contro le disposizioni dell’accordo aziendale, a pena di restrizioni sul piano sindacale e di sanzioni disciplinari fino al licenziamento.

Secondo la Fiom entrambe le clausole sarebbero incostituzionali. Pietro Ichino, giuslavorista e senatore del PD, ha spiegato invece i motivi per cui non lo sono.

La prima previsione è legittima perché la regolamentazione del regime di malattia è da sempre materia di contratto collettivo nazionale, derogabile sulla base di accordi aziendali a patto che siano sottoscritti da tutte le parti sindacali che hanno firmato pure il primo.

La seconda in quanto l’articolo 40 della Costituzione, sancendo che “il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”, legittima interventi compressivi del suddetto diritto, come avvenuto con la legge 146/90 che disciplina gli scioperi nei pubblici servizi. Secondo Ichino, la presenza di questa legge nel nostro ordinamento, di cui né dottrina né giurisprudenza hanno finora contestato la costituzionalità, avrebbe delegittimato sul piano sistematico l’interpretazione consolidata del diritto di sciopero come diritto individuale non negoziabile da parte delle organizzazioni sindacali.

Tale ultima tesi è contrastata da quanti ritengono che il patto di tregua tra sindacati e azienda sarebbe legittimo ma atterrebbe alla “parte obbligatoria” dell’accordo, i cui obbligati sono l’azienda e il sindacato stipulante, non il singolo lavoratore, al quale si applicherebbe solamente la “parte normativa” dell’intesa. A voler seguire questa teoria perfino il 63% di operai che ha votato in favore dell’accordo potrebbe scioperare contro una clausola dello stesso, perché non vincolato dalla volontà contrattuale espressa e “non autorizzato” a negoziare ciò che la Costituzione della Repubblica gli avrebbe cucito addosso come una camicia di forza, cioè il diritto di sciopero. Vi è sottesa la classica qualificazione del lavoratore come “minus habens”.

Le cose, a mio modo di vedere, non stanno proprio in questi termini. Benché il diritto di sciopero sia comunemente definito dalla dottrina costituzionalistica italiana come “non rinunziabile”, vanno tuttavia distinte due situazioni, che sono quella della riduzione/autolimitazione del diritto, possibile e legittima, e quella della rinunzia totale al diritto, impossibile e illegittima. E Pomigliano sembra rientrare nel primo caso piuttosto che nel secondo.

All’indomani del referendum del 22 giugno, il ministro Sacconi si è affrettato a dichiarare urbi et orbi che una nuova era delle relazioni sindacali aveva avuto inizio. In realtà la vertenza Fiat di Pomigliano d’Arco è la plastica rappresentazione di un sistema di relazioni industriali in crisi irreversibile e soggetto al ricatto delle minoranze sindacali di blocco.

Ed era proprio per l’esigenza di evitare il blocco o il boicottaggio da parte della minoranza che Marchionne, a ridosso della consultazione dei lavoratori, aveva posto la condizione di una larghissima approvazione dell’accordo aziendale. Oggi Fiat ha ancora il potere negoziale che le deriva dal poter spostare l’investimento produttivo di 700 milioni in uno stabilimento estero, che offre maggiori garanzie di produttività. Ma l’ad del Lingotto sa benissimo, e parimenti quelli di Fiom, che una volta rotto il salvadanaio su Pomigliano il manico del coltello passerebbe nelle mani dei sindacati. E’ per questa ragione che serviva l’impegno di tutti i sindacati a rispettare il “patto di tregua”.

Il risultato è che, nonostante la maggioranza abbia votato sì all’accordo, la Fiom tiene in scacco tutti. E’ questa la novità per Sacconi? Poiché Fiom non ha firmato le deroghe aziendali al Contratto Collettivo Nazionale Metalmeccanici in tema di malattia, esse non sono valide per nessuno, in forza della regola sopra richiamata.

Inoltre, se Fiat decidesse di andare avanti comunque e investire nello stabilimento “Vico”

a)      la Fiom e gli operai contrari all’accordo avrebbero mani libere per scioperare e mandare all’aria i piani aziendali sulla produttività dei fattori, in quanto non formalmente obbligati;

b)      l’effetto virale degli scioperi potrebbe penetrare nella compagine dei favorevoli, persuasi da una interpretazione estremamente estensiva del diritto – né rinunziabile né negoziabile – allo sciopero. Come già detto, la firma di una sigla in calce all’accordo non vincola neppure gli iscritti al sindacato “firmatario” e l’approvazione per via referendaria non vincola nessuno, né tra i favorevoli, né tra i contrari.

In quest’ultimo caso, al primo provvedimento disciplinare irrogato dall’azienda ad un lavoratore inadempiente, la clausola di responsabilità dell’accordo aziendale finirebbe sub iudice, con buone probabilità che quest’ultimo la ritenga direttamente incostituzionale (il giudice ordinario è chiamato ad applicare direttamente la Costituzione, le cui norme sono immediatamente precettive), in base ad una interpretazione dell’articolo 40 Cost. per cui, se la legge può regolamentare il diritto di sciopero, imponendo eventuali compressioni decise dalla maggioranza parlamentare, non per questo a negoziare i medesimi limiti possono essere le parti contrattuali, o, come nel caso di Pomigliano, direttamente i lavoratori a mezzo di referendum.

Anche di questo la Fiom è consapevole, ed anche per questo ha deciso di perseguire fino in fondo la sua linea massimalista, grazie a cui può staccare un dividendo di credibilità, dimostrando che l’oltranzismo, sul piano delle relazioni sindacali, paga più della mediazione. Ma così la Fiom – piccolo particolare –  mette seriamente a rischio il futuro occupazionale di migliaia di famiglie.

Pomigliano, quindi, lungi dal sancire il passaggio ad una più moderna concezione delle relazioni industriali, è l’ennesima occasione persa. Per giustificare l’ottimismo del ministro sarebbero servite ben altre mosse da parte dei sindacati. Ma sopratutto servirebbe che, a porre mano al garbuglio normativo che la Fiom sfrutta a proprio vantaggio e a cui gli altri sindacati invece si impiccano, fosse proprio il legislatore. Fino a che non sarà concretamente possibile fare un accordo aziendale con favorevoli e contrari, e non solo con favorevoli, è difficile contare sulla responsabilità della Fiom.

Certo, sarebbe stato meglio se la Fiom avesse accettato l’accordo, riservandosi di rilanciare in sede di rinnovo contrattuale nazionale la partita dell’aumento dei salari, sulla base dell’aumentata produttività del lavoro. Oppure se i sindacati avessero iniziato, al Sud, a sfruttare la globalizzazione per creare concorrenza tra imprenditori sulla domanda di lavoro. Si tratta meglio con Fiat, se c’è una alternativa a Fiat. Ma tutto quello che “sarebbe stato meglio”, rebus sic stantibus, non sarebbe stato possibile.

Sacconi ha un bel dire che tutto è cambiato. Marchionne continua ad avere lo stesso incubo da qualche anno in qua: Rinaldini e Landini che, a bordo di una Panda, lo inseguono per investirlo fin nel cuore di Manhattan!


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

One Response to “Fiom batte Mondo uno a zero ma con l’aiuto dell’arbitro, cioè le leggi italiane”

  1. Come dicevo sorridendo ad un importante dirigente CGIL con cui ho pranzato sul treno Roma-Firenze: CGIL e in questo caso FIOM negano a priori la realtà, negano la ragionevolezza. Dicono che un muro bianco secondo loro è nero, e devi pure starli a sentire. Credo che fosse Lenin ad insegnare che la verità non conta, conta solo quello che si dice, quello che si riesce a far sembrare.

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