A Toronto il G20 mostra la sua utilissima inutilità

– Buone notizie dal G20 di Toronto: anzitutto, la vittoria per 4 a 1 della Germania sull’Inghilterra non ha provocato tensioni eccessive tra Merkel e Cameron, che insieme hanno seguito la partita; secondo, non c’é stato alcun accordo sulla paventata tassa sulle transazioni bancarie; terzo, pare sgonfiarsi sui media la ‘bolla dei summit internazionali’, vale a dire la narrazione di questi eventi come embrioni di governo globale e di risoluzione dei problemi del mondo.

Non é mai un male quando i governi delle più importanti economie del pianeta – il G8 o il G20 che sia – dialogano, condividono informazioni e opinioni, s’impegnano reciprocamente. Non é un male anzitutto in chiave di politica interna, perché alla vigilia o all’indomani di un vertice internazionale difficilmente un governo potrà scegliere di parlare dei propri interlocutori come ‘nemici’, ‘cospiratori’, ‘affamatori’ e affini. E non é un male anche che l’opinione pubblica si abitui a giudicare l’azione del proprio governo tenendo conto della variabile internazionale.
Ma l’idea – spesso insufflata nei media dalla stessa politica, quella al governo e quella di lotta – che questi vertici possano con i loro statement cambiare i destini del pianeta é una menzogna a cielo aperto, buona solo per le trame dei film dei registi liberal americani.

Quali risultati ‘concreti’ ha prodotto il vertice? Stralciato per volontà della Cina ogni riferimento alla questione valutaria (Pechino non vuol far apparire la recente rivalutazione dello yuan la pietra miliare del futuro, temendo che a breve le si chieda uno sforzo in più) e rinviata a data da destinarsi l’introduzione di una Bank tax per l’opposizione di Giappone, Canada, Australia e Italia (plauso al governo italiano), il vertice ha prodotto come risultato  degno di menzione l’impegno dei governi a dimezzare i deficit pubblici entro il 2013 e a ridurre o stabilizzare il rapporto debito/Pil entro il 2016. Impegno volontario, é evidente, la cui funzione potrebbe peró essere quella di fare da capo d’accusa a quei paesi che nei prossimi anni dovessero disattenderlo. Da Brasile, Russia, India e Cina é poi giunto l’invito a non cedere ad atteggiamenti protezionistici, a non erigere barriere agli investimenti e agli scambi di beni e servizi, a non imporre restrizioni al commercio internazionale. É chiaro che nella mente dei governi del gruppo Bric ci fosse l’agricoltura, chiave dolente del commercio internazionale, ma anzitutto la volontà politica di affermare un loro ruolo-guida per l’economia mondiale. Che ormai é nei fatti, prima che nelle parole.

Quale messaggio per l’Europa e l’Italia viene fuori dall’utilissimo inutile vertice? Semplice: non ci sono scorciatoie ‘istituzionali’ e consolatori  ‘governi mondiali’ in grado di affrontare la crisi e costruire il futuro. Per quello, ognuno deve fare da sé. E chi sta messo peggio – perché ha un ambiente meno competitivo, una variabile demografica meno vantaggiosa ed un macigno debitorio e di spesa sulle spalle – dovrebbe fare ancora di piú.


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

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