La Nutella e l’educazione alla irresponsabilità

– Percorro frequentemente le strade dell’Alta Austria ormai da qualche anno, ma mi sono accorto solo oggi che la linea di mezzeria è sempre tratteggiata, anche nelle curve. Finora non lo avevo mai notato, e ho chiesto lumi ad Anna: “Ma dalle vostre parti non si usa la linea continua, dove non si può sorpassare?” La mia compagna mi ha guardato con aria un po’ compassionevole, e mi ha chiesto se per caso avessi bisogno della linea continua per capire dove non è il caso di tentare un sorpasso.

La cosa mi ha fatto tornare alla mente la questione della Nutella, ormai di alcuni giorni fa, e del regolamento approvato dal Parlamento Europeo che impone norme particolarmente severe e restrittive per l’etichettatura dei prodotti alimentari. Grazie a questo regolamento la Nutella, così come molti altri prodotti, dovrebbe indicare chiaramente non solo la quantità di grassi, saturi o meno, sale, zuccheri, ecc. contenuti nel barattolo, ma anche il consumo ottimale giornaliero oltre il quale un individuo adulto potrebbe cominciare ad avere problemi di salute.

Effetivamente anche in quell’occasione mi ero posto delle domande analoghe: c’è davvero bisogno di un’etichetta così congegnata per capire che esagerare con la Nutella può far male? E non basterebbe una mezza giornata di mal di pancia per imparare la lezione? E se poi uno la lezione non la vuole imparare, e preferisce continuare a ingozzarsi di crema al cacao e nocciola, non saranno fatti suoi? E l’etichetta sarebbe servita a qualcosa?

Ci sono due aspetti di questa vicenda, come delle molte che l’hanno preceduta (chi si ricorda, tanto per dirne una, il divieto di fornire lo zucchero sfuso agli avventori dei bar? Io me ne ricordo ogni volta che tento di aprire una bustina di zucchero con una brioche in mano) che meritano qualche riflessione. Il primo aspetto, di ordine generale, riguarda l’insopportabile pretesa che gli individui debbano essere protetti da loro stessi, che la libertà di scelta sia qualcosa che mette le persone in pericolo, e che uomini e donne debbano essere scoraggiati dall’esercizio della responsabilità individuale.

La questione non è tanto, o non è solo, l’apparentemente lodevole intenzione di informare i consumatori e i cittadini dei pericoli che possono incontrare dentro un barattolo, o per la strada, o nei luoghi di lavoro, o in qualsiasi altro ambito della loro vita. La questione è casomai quella di stabilire se sia compito delle autorità pubbliche “educare” i cittadini a comportamenti “virtuosi“, e preservarli dalla possibilità che usino la loro libertà per fare cose sciocche. Il giorno in cui raccomandazioni del genere dovessero essere obbligatorie, oltre che sulle etichette dei barattoli di Nutella, anche sulle copertine dei libri (esagero? Non so, l´educazione dello spirito è anche più importante di quella alimentare, e prima o poi qualcuno vorrà farsene carico), magari torneremo a parlarne con toni meno ironici.

Si sta sempre più diffondendo l’idea che noi abbiamo in qualche modo diritto ad un’esistenza priva di rischi, e che non sia nostra responsabilità guardare dove si mettono i piedi. L’idea, questa sì, pericolosa, che tutto ciò che non è vietato, o su cui non sia esposto un cartello con su scritto “attenzione, pericolo” sia sicuro. E che destreggiandoci tra certificazioni, etichette, denominazione d’origine, norme CE e quant’altro la nostra vita scorrerà senza rischi, o meglio, senza responsabilità. Se l’intenzione dei parlamentari europei è quella di educare, non riesco a immaginare cosa più diseducativa di questa continua e martellante educazione all’irresponsabilità, o quantomeno alla delega delle proprie responsabilità.

L’altro aspetto è di ordine più pratico: se le autorità pubbliche europee (ma potrebbero essere anche quelle nazionali) hanno deciso di provvedere alla nostra educazione alimentare, la logica vorrebbe che se ne assumano anche l’onere e i costi, magari, che ne so, organizzando appositi corsi nelle scuole, piuttosto che scaricare sulle aziende, oltre al danno di vedere in qualche modo boicottati i loro prodotti, la beffa di doversi anche preoccupare della diffusione e della pubblicità di informazioni potenzialmente nocive per le loro attività.

Proviamo ad immaginare le strade senza la linea continua al centro. In Austria sembra che si riesca a sopravvivere anche senza, e senza troppi problemi (ma hanno poco da compatirci: quanto a leggi e regolamenti, magari su altre cose, non sono secondi a nessuno). Da noi, invece, se percorro la Cassia tra Viterbo e Siena, ad essere scomparsa è proprio la linea tratteggiata, e il sorpasso è ormai vietato praticamente ovunque. Per la nostra sicurezza, probabilmente. Possiamo anche, con un po’ di sforzo, immaginare un mondo dove la pubblicità dice che la Nutella fa bene e noi, come abbiamo sempre fatto, non ci crediamo, e ce la mangiamo lo stesso. E se ci fa male sono solo fatti nostri.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

7 Responses to “La Nutella e l’educazione alla irresponsabilità”

  1. Simona Bonfante scrive:

    c’è una presunta ragione economica alla base dell’interventismo salutista pubblico: i costi per la sanità. vietare e/o obbligare a non farsi del male aiuterebbe ad arginare i costi sanitari di ciccioni, diabetici, alcolisti e traumatizzati.
    vietare, naturalmente, non equivale a prevenire ma, in parte, contribuisce a risparmiare. la questione dei costi mi pare interessante. perché il contribuente dovrebbe sobbarcarsi le spese di assistenza di uno che si è distrutto correndo in motorino ubriaco e senza casco? magari, basterebbe prevedere forme di assicurazione privata per determinate prestazioni sanitarie in modo che ognuno sia libero di farsi del male quanto gli pare, perché in caso a pagare per le sue libere scelte sarebbe esclusivamente lui.

  2. filipporiccio scrive:

    @Simona Bonfante

    “perché il contribuente dovrebbe sobbarcarsi le spese di assistenza di uno che si è distrutto correndo in motorino ubriaco e senza casco?”

    Perché si suppone che l’idea di farsi del male sia sufficiente, nella maggior parte dei casi, a evitare le situazioni di pericolo.

    E comunque ritengo che l’idea stessa di “sanità pubblica” debba garantire assistenza qualsiasi sia lo stile di vita dell’assistito. Altrimenti non dovremmo curare neanche gli sportivi quando sono esposti a possibili lesioni (fratture ecc.) dovute alla loro attività.
    In alternativa è molto meglio passare alle assicurazioni private, eliminando completamente la spesa pubblica per la sanità.

    E in ogni caso teniamo presente che, come per i danni da fumo, l’aumento di spesa per l’assistenza sanitaria per gli obesi può facilmente essere compensato dalla diminuzione di spesa per la previdenza (a causa della vita media più breve).

    In sostanza, l’idea che mi sono fatto è che tutto questo serva a dar lavoro a molti burocrati, mettere un po’ di censura sulle pubblicità (che va molto di moda oggi) e in sostanza ad aumentare ancora la pressione dello stato sui sudditi.

  3. Marianna Mascioletti scrive:

    Direi che queste sono argomentazioni schiettamente antiproibizioniste. BENE!!! :-D

  4. Secondo me la spiegazione di quello che sta succedendo è molto più banale, ed io la vedo nel mio lavor quotidiano di riorganizzatore di aziende.

    La legione di persone che è pagata per inventarsi cose tipo l’etichetta della Nutella, deve dimostrare di fare qualcosa. Tutto qui. Che accadrebbe se ci fosse un’ondata di deregulation volta ad eliminare gli uffici che si occupano di queste cose?

  5. kwartz scrive:

    Mah, mi sembrano le lotte contro i mulini a vento, ma mi sono spiegato meglio qui:
    http://brights.tumblr.com/post/718048181/underthedome-ilgobbomalefico

    E’ strano che invochiate la libertà di scelta *contro* le indicazioni fornite dalla normativa, come se tali indicazioni non avessero come obiettivo proprio quello di facilitare la libertà di scelta stessa!

    Bisogna anche tenere conto del fatto che molte aziende fanno di tutto per CELARE i contenuti di ciò che vendono, non vogliono che sappiamo quello che mangiamo, basti pensare alla lobby che si sta battendo a bruxelles contro etichettatura e tracciabilità.
    Prendete un’etichetta di cibo russo od americano e vedete allora quanto facile è esercitare la vostra libertà di scelta quando mancano questo genere di aiuti!

    Non riesco proprio a capire come certe posizioni reazionarie possano invece venire spacciate per libertarie…

    E, ripeto, c’è Nutella e Nutella…

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