Back to (Labour) Basics

– È ora che il Labour si metta “a pensare, a tirar fuori idee fresche e concrete”; che prenda atto che “il socialismo deve avere a che fare con lo stile di vita e la libertà,  non con lo Stato”; che comprenda che “lo statalismo non nasce affatto col Labour ma con Keynes e Beveridge, esattamente nel 1945”.
A parlare così è Meghnad Desai, Labour peer ed economista emerito della London School of Economics, che dalla tribuna del New Statesman sentenzia: “Il paternalismo del welfare state di Beveridge è il nemico della cultura dell’auto-promozione”.

“Nei nostri 13 anni al governo – osserva l’economista laburista – abbiamo aumentato il welfare ma non siamo stati capaci di cambiare l’approccio paternalista.”
Eccola, allora, la soluzione all’impasse del Labour Party: riconoscere il fallimento dello stato-padre e tornare alle origini della tradizione autenticamente laburista, la ‘sussidiarietà’, la active society.

Alla Conference del prossimo settembre, il Labour eleggerà il nuovo leader. Un sondaggio della Fabian Society, svolto all’indomani del primo confronto tra i cinque candidati, aggiudica il favore dei delegati ad Ed Miliband con il 39.9%, attestando David solo al 30.7%. Seguono a distanza Diane Abbott con il 12.9%, Andy Burnham con l’11.0% ed Ed Balls con il 5.5%.

Se vincesse Ed, il minore dei Miliband Bros, per il Labour non sarebbe una buona cosa. Young Miliband attribuisce il rinculo laburista all’eccessiva vicinanza del partito al mondo della City, e crede che il riscatto passi per una bandiera rossa orgogliosamente piantata nelle grassroots della tradizione socialdemocratica, attuale più che mai, soprattutto se upgraded ai temi neo-millenari dell’eco-pacifismo.
Crede, Ed, che le disastrose condizioni delle finanze pubbliche britanniche – per sanare le quali la coalizione Lib-Con ha appena dovuto varare un Budget sanguinario – che l’aumento della disoccupazione, il crollo della crescita, la sostanziale stabilità degli indici di povertà nazionale non siano conseguenza della politica economica dei governi laburisti, ma del sistema finanziario imploso per eccesso di libertà di fare, nel mercato, tutto quello che il mercato gli ha permesso di fare.

La retorica ‘back to socialism’ di Ed è condivisa, con sfumature diverse, da 3 dei 5 competitor: l’outsider Diane Abbott – nera, donna, leftish, carismatica – l’underdog inintelligibile Andy Burnham, ed il tecnocrate browniano Ed Balls, altrimenti detto “l’altro Ed”.

Non è condivisa, questa visione – è, anzi, apertamente sfidata – solo dal fratello di Ed, David, l’unico dei cinque ad aver capito che il nodo che il partito deve affrontare, dopo tre lustri di politiche socialmente interventiste tanto innovative quanto fallimentari, è eminentemente ideologico. Come d’altra parte riconosce lo stesso teorico del New Labour, Lord Anthony Giddens, che in un recentissimo saggioThe rise and fall of New Labour – ragiona sui risultati ed i fallimenti dei 13 anni di Labour al potere, sostenendo la necessità per il partito di ricostruirsi ideologicamente, e indicando come starting-point di questa rifondazione la “ri-definizione della sfera pubblica” .

L’ultimo governo laburista – calcola il Financial Times – ha ingrassato il welfare del 40% ma ha lasciato 5 milioni di persone nella trappola dei benefit di disoccupazione. E tra queste, un milione e mezzo ha meno di 25 anni. La spesa enorme per alleviare la povertà ha fatto poco o nulla, se è vero che nella fascia dell’età da lavoro il numero di poveri è il peggiore degli ultimi 50 anni. La spesa ‘sociale’ laburista ha insomma finito per creare una barriera insormontabile, strutturale e culturale, nell’accesso al lavoro. E la ragione è semplice: per quanto innovativo fosse il meccanismo di sostegno pubblico di epoca neolaburista – incentivo alla formazione, sostegno all’infanzia, politiche pro-attive di welfare to work – la conseguenza è stata la stessa onerosissima unfairness sociale che la Thatcher si applicò a correggere un’era economica fa: la convenienza razionale del disoccupato sussidiato a non lavorare.

Come spiegarlo ai militanti?
David Miliband ci sta provando. Ha capito che il problema è quello, lo Stato. E che ammetterlo, per un laburista, non vuol dire affatto tradire i suoi valori, ma semmai onorarli. Ha capito, David, che la spesa pubblica, per quanto sapientemente governata, non sarà mai in grado di correggere le storture sociali che la sinistra in genere ama attribuire al mercato. La retorica re-distributiva, infatti, finisce sempre con il rarefarsi via via che si appropinqua all’altro coté del cielo, quello della ricchezza da redistribuire. Perché – impossibile negarlo – non c’è welfare migliore dell’allargamento della torta sociale.

Sarebbe ingeneroso affermare che questo principio per Dave sia una estemporanea rivelazione, un’illuminazione post crisi. La ‘terza via’ in fondo è stata più o meno quella cosa lì. La sua fallacia tuttavia consisteva nel credere che, sebbene infarcito di mercato, fosse sempre lo spazio pubblico a dover detenere le leve del comando sociale. È, questa dei socialdemocratici anglosassoni, un po’ la sindrome del Number 1, il misterioso manovratore dell’universo totalitario di quel cult del genio televisivo britannico che è ‘The Prisoner’.
Va ammesso però, a onore del volenteroso Miliband, che nei tempi espansivi del decennio blairiano il sistema funzionava. Il fatto è che funzionava perché funzionava il mercato. Contraendosi questo, i senza lavoro, cioè i sussidiati, è normale che siano cresciuti, di numero e peso, rendendo necessario, più che un intervento sui meccanismi di spesa, il loro drastico ripensamento. Ed ecco allora che ci si ritrova sempre lì, al problema della crescita ed al freno rappresentato dall’invadenza della sfera pubblica.

Dei 5 competitor David Miliband è l’unico che parla un linguaggio comprensibile al di là della constituency hard-laburista. Ma militanti e members, in questa fase, amano sentirsi raccontare altro. La storia della finanza colpevole, ad esempio, va per la maggiore. Va anche il ‘dagli al ricco’, ma quella che impazza è la retorica pauperista di cui abusa, ad esempio, la Abbott. La candidata radical – già MP di Hackney (il quartiere interrazziale londinese con la meno friendly delle community musulmane) – ha verve da vendere. Gioca da underdog proletaria e decomplessata (figlia di immigrati, arriva a Cambridge e poi, prima donna nera della storia britannica, in Parlamento), e tratta i Milibands – entrambi i fratelli ma soprattutto David – come esponenti di un’intelligentsia aristocratica estranea all’immaginario laburista.

La Abbott ha consenso crescente, e non solo tra i nostalgici dell’Old. Piace un sacco, ad esempio, alle opinioniste trendy dei quotidiani di sinistra. Piace meno alla Fabian, il think tank-stakeholder del Labour Party (la Society è tra i fondatori, insieme alle Unions, del Labour Party e questo le conferisce – unico tra i think tank laburisti – il diritto di voto alle conference di partito). I fabiani hanno scommesso su Ed (Miliband), teorizzando evidentemente l’opportunità ideologica di un ritorno al lessico degli antenati, tipo ‘socialismo’. Va detto tuttavia che la Fabian è da tempo che non ne azzecca una. Aveva puntato su Brown e si è visto come è andata. Aveva puntato sulla Clinton, e si è visto come è andata pure lì. E se punta ora su Ed, beh, è probabile che anche stavolta sbagli.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

3 Responses to “Back to (Labour) Basics”

  1. Domenico Bilotti scrive:

    Il tema del disagio laburista è particolarmente interessante. La risposta attuale sembra più significativa del ritorno alla cultura minoritaria degli anni Ottanta, ma la galassia neo-socialdemocratica in Inghilterra rischia di tuffarsi comunque nel marginalismo.
    In più, penso che la sconfitta laburista non sia da ricercare soltanto nel paternalismo non solo non battuto ma neanche mai affrontato, ma (e non contraddittoriamente) pure nella scarsa capacità di dar fondamento e continuità alle politiche sociali.
    Due errori, anzi, simmetrici e “regressivi”.

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