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Per Pomigliano, avanti tutta, senza ricatti

– da Il Secolo d’Italia del 24 giugno 2010 –

– La Fiat  è sempre la Fiat  e il sud è sempre il sud. La vicenda del referendum sull’accordo per il rilancio dello stabilimento di Pomigliano d’Arco ha avuto un’eco straordinaria, caricata di simbolismi e di emotività, che ha finito per dirottare l’attenzione dal tema specifico. Ricapitoliamo: il settore automobilistico è stato duramente terremotato dalla crisi economica internazionale e l’epicentro del sisma è stato proprio a Detroit, il distretto dove l’industria automobilistica moderna è nata. Tra sovrapproduzione e deficit di efficienza i tradizionali big player soffrono e ristrutturano. In questo contesto, la Fiat –  azienda che solo qualche anno fa sembrava al collasso –  ha giocato d’attacco entrando in Chrysler e riorganizzando la propria produzione.

Dentro la Fiat più “internazionale” di sempre, è maturata la decisione di rilanciare uno dei principali insediamenti produttivi italiani, quello di Pomigliano. Per giustificare l’investimento previsto di 700 milioni ed il trasferimento di una delle produzioni di punta, quella della Panda, dalla Polonia alla Campania, Marchionne ha chiesto la disponibilità dei sindacati a siglare un accordo in cui si affrontassero e si risolvessero i nodi della produttività: organizzazione del lavoro (turni e straordinari) e abbattimento dell’assenteismo a livelli fisiologici. Non penso, dunque, che l’accordo di Pomigliano rappresenti un modello, piuttosto una soluzione pragmatica a problemi specifici. In termini di metodo, la Fiat ha chiarito preventivamente le condizioni minime di sostenibilità dell’investimento, ma ha accettato un negoziato aperto. Nel metodo, un accordo può essere “partecipativo”, nel merito no.

Francamente, non penso abbia senso parlare di un ricatto da parte del Lingotto. E non penso che sia illegittimo, da parte della Fiat, attendersi che un accordo sottoscritto da tutti le sigle sindacali, tranne la Fiom e approvato nel referendum da quasi due lavoratori su tre, sia davvero rispettato. Rispettarlo significa, da parte sindacale, evitare che –  chiuso l’accordo – parta una “guerriglia strisciante” contro di esso, perché venga, di fatto o di diritto, disapplicato. In Italia, un modello di relazioni industriali datato e inefficiente si presta purtroppo ad un uso più ostruzionistico che negoziale, più di “lotta” che di “governo”. Ma questo comporta per le parti sociali un sovrappiù di responsabilità e impegno.

Il risultato del referendum, comunque inequivocabile, non cambia il quadro della situazione. Alla Fiom non si può chiedere di sottoscrivere un accordo che non condivide, ma non si può riconoscere, contro il volere dell’assoluta maggioranza dei lavoratori, un diritto di veto, che peraltro i suoi dirigenti esercitano con sventata leggerezza. A non dovere riconoscere il diritto di veto della Fiom sono, a questo punto, innanzitutto i vertici del Lingotto. Il negoziato è stato lungo, il risultato è stato chiaro. Meno largo di quanto la Fiat (e non solo la Fiat ) sperasse, ma più che sufficiente per confermare che, malgrado tutto, dentro e fuori lo stabilimento di Pomigliano, ci si è persuasi che la sfida di Marchionne andasse raccolta.

Non penso che all’amministratore delegato della Fiat convenga e interessi tirarsi indietro. La Fiat va incoraggiata, non sospettata di disegni inconfessabili. Che non intenda tornare a trattare con la Fiom un accordo che la Fiom , peraltro, non vuole affatto trattare non significa che voglia (né che possa) discriminare, nella Pomigliano del futuro, i lavoratori iscritti alla Fiom.
Alla Fiat, al Governo, ai sindacati, e anche alla CGIL, che dell’autoreferenzialità ideologica della Fiom rischia di essere la principale vittima, tocca ora accompagnare un processo difficile, i cui vantaggi, per Pomigliano e il tessuto industriale campano, sono incommensurabilmente superiori ai rischi e ai costi.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

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