– Partiamo dalla cattiva. Le dimissioni di Stanley McChrystal, accettate ieri sera da Barack Obama, arrivano nel momento peggiore e possono causare molti effetti collaterali. Il generale delle forze speciali, comandante in capo della missione Isaf a guida Nato, ha perso il posto a pochi mesi dall’inizio della strategia di contro-insurrezione in Afghanistan, quando è ancora impossibile valutarne gli effetti. Arrivano alla vigilia della (più volte rimandata) offensiva alleata alla roccaforte talebana di Kandahar.

Gli effetti negativi collaterali delle dimissioni di McChrystal sono altrettanto gravi. In Pakistan il governo può essere indotto a pensare che gli americani non siano davvero intenzionati a proseguire il conflitto. E a Islamabad possono iniziare a concepire una “pace” talebana a modo loro. Possono esserci gravi ripercussioni su Hamid Karzai, il presidente afgano che riponeva piena fiducia nel generale americano e lo ha difeso fino all’ultimo. Sentendosi abbandonato alle sue sole forze, la stessa fiducia nell’aiuto americano contro i talebani può venir meno.

La notizia delle dimissioni di McChrystal è cattiva anche nella sua causa. Ha perso il posto per un articolo comparso su Rolling Stone, un’inchiesta sugli umori del comando americano in Afghanistan. Leggere un generale che si confida con un “reporter di sinistra” (come lo definisce lo storico militare Victor Davis Hanson) di una rivista prevalentemente musicale (Rolling Stone), è quantomeno un gesto da sprovveduto. E’ difficile comprendere il senso di questa operazione. Secondo Michael Hastings, autore del lungo articolo-intervista-inchiesta apparso sull’ultimo numero di Rolling Stone, Stanley McChrystal non ha voluto deliberatamente il suicidio. E’ solo un militare che esprime sinceramente le sue idee. Il che sarebbe un grave problema, sia per il prestigio dell’esercito che per l’efficacia della missione. Scoprendo una discordia interna fra vertici militari e civili, McChrystal non può non aver galvanizzato Al Qaeda e i Talebani. Che non mancheranno di sfruttare questo episodio nella loro propaganda per il reclutamento.

La buona notizia riguarda il dopo-McChrystal: gli subentra direttamente David Petraeus, attuale comandante del Centcom (comando regione mediorientale), ideatore del “surge”, il generale che ha vinto la guerra di contro-insurrezione in Iraq, quando Obama la dava per persa. Vuol dire che, silurando McChrystal, il presidente non ha affatto dato ragione ai suoi nemici, come l’ambasciatore Usa a Kabul Karl Eikenberry o il vicepresidente Joe Biden (entrambi contrari all’invio di più truppe), ma riconferma la linea del “surge”, dell’aumento delle truppe per la conduzione di operazioni di contro-insurrezione.

Infine, la notizia che potrebbe diventare buona è: Obama, per decidere di accettare “con riluttanza” le dimissioni di McChrystal, ha evidentemente letto il contenuto del “mugugno” espresso da lui e da alcuni anonimi membri del suo staff nel corso degli incontri con Hastings. Se lo ha letto con attenzione capirà da cosa sia motivato questo mugugno. E’ causato, prima di tutto, dal ritardo con cui è stato deciso l’invio dei rinforzi: tre mesi (definiti “dolorosi” da McChrystal) di intenso dibattito interno all’amministrazione, durante i quali il contingente americano ha dovuto abbandonare il progetto di un’offensiva invernale contro i Talebani. E’ causato dalla riluttanza con cui Obama ha inviato i rinforzi: il numero minimo di truppe aggiuntive richieste per una prospettiva di successo “media”, secondo il rapporto di McChrystal sul “surge”. Secondo: è causato dal senso di abbandono dei militari in Afghanistan. Si sentono traditi da un ambasciatore Eikenberry che fa trapelare alla stampa di esser contrario al “surge”. Da un Joe Biden che dichiara, contro il parere del Segretario alla Difesa Robert Gates, che nel 2011 vedremo tutte le truppe americane uscire dall’Afghanistan. Da un Holbrooke, che McChrystal e i suoi collaboratori ritengono sia un “animale ferito”: sentendosi minacciato di licenziamento può prendere decisioni pericolose per sé e per la missione in Afghanistan.

Obama avrà capito che queste pressioni sono motivate dalla prospettiva del 2011, la data fornita da Obama il dicembre scorso entro la quale è prevista la fine dell’impegno militare Usa in Afghanistan. Un termine troppo vicino che ha dato un vantaggio strategico immenso ai Talebani (che sanno per quanto tempo ancora dovranno combattere contro truppe occidentali ben addestrate) e allo stesso tempo ha posto sotto pressione i comandi americani, costretti a vincere o perdere una guerra decennale in appena un anno e mezzo. Se Obama avrà capito tutto questo (ma lo vorrà capire?) potrà prendere provvedimenti: licenziare Holbrooke ed Eikenberry, riportare alla ragione il suo vicepresidente Joe Biden, dare ai militari in Afghanistan il numero di truppe sufficiente per una vittoria. E soprattutto: eliminare la scadenza del 2011.