La Fiom, la Lega, Pomigliano e la Padania

“Siamo disposti a fare la Panda polacca, ma non siamo disposti ad avere contratti polacchi.” Nelle parole del segretario piemontese della Fiom, Airaudo, c’è il mainstream: il mondo deve stare a casa sua. Pronunciate a Pontida, col fazzoletto verde al collo, avrebbero infiammato il popolo padano.

Fiom e Lega non si accordano ancora su dove passi la linea di confine tra “noi” e il “mondo” (Pomigliano è Italia, ma non Padania). Ma condividono l’idea che lungo quel confine vada costruita l’ultima trincea. Quella che deve impedire la delocalizzazione del “nostro” lavoro e la localizzazione chez nous delle condizioni di lavoro “globali”. Quella che deve fermare gli avventurieri che vorrebbero rubarci il posto, le produzioni e l’anima – e si comprende perché il Carroccio sbanchi prestando a questi “ladri” l’immagine concreta degli immigrati, piuttosto che la figura ideologica del capitalista di ventura.

C’era la paura dell’idraulico polacco. Si è finiti alla paura del contratto di lavoro polacco. Ed è una fine perfettamente coerente. La paura dello “straniero” ha sversato a sinistra. E l’invidia sociale a destra. Così in nome di un ideale sociale torna la retorica del sacro suolo natio, da difendere dal mercato, dai salotti buoni della borghesia, dalle multinazionali arraffone. Da Sorel si arrivò a Mussolini. Dalla Fiom i metalmeccanici “rivoluzionari” arrivano al Carroccio. Pomigliano è troppo a sud perché a difenderla sia l’asse del nord. Ma è solo un problema di geografia, non di ideologia.

I banditori dell’autarchia economica e contrattuale sono patriottici, i loro avversari anti-nazionali. Chi sostiene che il modello di Pomigliano richiami nella sostanza i laogai cinesi riscuote più consenso di quanto i numeri della Fiom facessero ipotizzare. Si può dire tutto e credere a tutto. Anche dire no al lavoro in nome dei diritti dei lavoratori diventa assurdamente razionale. E’ questo il senso profondo del referendum di Pomigliano.

Ed è un senso analogo a quello che emerge dalle rivendicazioni leghiste, per cui il Nord “autosufficiente” dovrebbe diventare un hub da cui si parte, ma in cui non si arriva, come se il mondo potesse starsene “là fuori”, a comprare italiano e a non vendere in Italia nulla: né lavoro, né prodotti. Il sindacato del lavoro coincide ormai con il sindacato del territorio, per questo la Lega vince e incassa il dividendo della paura. Chissà se e quando qualcuno nella CGIL si sveglierà dal sonno dogmatico.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

3 Responses to “La Fiom, la Lega, Pomigliano e la Padania”

  1. non so perchè ma leggendo l’editoriale di Carmelo mi è venuta in mente la riflessione che il cancelliere austriaco Metternich fece sull’Italia nel lontano 1847: “un’espressione geografica”

  2. Euro Perozzi scrive:

    Pomigliano è come un bicchiere mezzo pieno e non va visto come mezzo vuoto. Mi spiego: perchè la Fiat ha tollerato per tanti anni la situazione di Pomigliano senza reagire? bhe una buona ragione è perchè se avesse reagito avrebbe perso. Invece oggi ha vinto di poco ma ha vinto. Non ha vinto come produttore di auto in Italia ma ha vinto politicamente perchè il suo punto di vista è divenuto maggioranza e questo qualche anno fa non sarebbe stato possibile.
    Ora, “il bicchiere è mezzo pieno” significa che qualcuno ha detto come si dovrebbe lavorare in Italia per continuare ad essere una potenza industriale in questo secolo e la maggioranza dei soggetti coinvolti hanno approvato. Ora succede quasi contemporaneamente che la nazionale di calcio viene mandata a casa dalla Slovacchia.
    Non mi sembra che ci sia un messaggio più chiaro sul fatto che a questo mondo chi vuole giocare deve stare al passo con gli altri e questo i “padani” lo sanno benissimo e non penso che siano disposti a farsi trascinare in nessuna logica autarchica. Anche se molte vittime cadranno ancora sulla strada della globalizzazione, chi ha ricevuto il messaggio chiaro del “bicchiere mezzo pieno” sa da che parte andare…. almeno spero.

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