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Ora l’esame per la scuola: riesce a diventare plurale?

– da il Secolo d’Italia del 23 giugno 2010 –

La scuola libera contro la scuola unica, la concorrenza contro il monopolio, il mercato contro la rigidità organizzativa e ideologica della scuola “ministeriale”. Mentre si celebrano gli esami di maturità, vale la pena di riflettere su quella decisiva prova di maturità, a cui la scuola italiana è attesa ormai da decenni: quella della libertà, cioè del superamento del monopolio statale dell’istruzione.

La scuola di Stato nella costruzione unitaria serviva a “fare gli italiani” e a contendere ad una Chiesa ostile e aggrappata alle tesi del Sillabo l’alfabetizzazione e l’educazione civile del Paese. Di quella sfida – insegnare l’Italia e l’italiano agli italiani –  a distanza di centocinquanta anni, con una Chiesa rientrata nei ranghi della politica nazionale, occorre serbare una memoria orgogliosa ed onesta. Ma del modello della scuola di Stato che quella sfida portava con sè, anche in una logica laica, non c’è più niente da difendere.

Il buono scuola, oggi, è un’eresia libertaria. Non una richiesta di parte cattolica. Ad una riforma che consenta alle scuole cattoliche di competere ad armi pari nel mercato dell’istruzione, la Cei continua di gran lunga a preferire la “cattolicizzazione” parassitaria della scuola di Stato. Rispetto ad un sistema pluralistico e di mercato, la Cei continua comprensibilmente a prediligere un sistema centralistico di non-mercato, in cui tanto le scuole pubbliche, quanto quelle private sono sussidiate direttamente dal centro ministeriale.

La scuola laica, cioè statale, è il tabernacolo in cui si custodisce quanto rimane della religione di Stato, cioè l’ora di educazione cattolica. Questa scuola, non quella “dei preti”, è l’ultima vera trincea della resistenza vetero-concordataria. Sembra paradossale, ma non lo è: quella di Stato è infatti la sola scuola in cui il progetto educativo sia stabilito in sede politica, sulla base di un compromesso tra poteri, non di uno scambio libero tra scuole e famiglie, tra insegnanti e studenti.

Il monopolio statale e i (miserevoli) sussidi per le scuole private sub-fornitrici del sistema pubblico sono due facce della stessa medaglia. Lungi dal privatizzare la scuola pubblica, si è invece consolidato un sistema che ha statalizzato la scuola privata.  Un monopolista non può, per definizione, servire la causa del pluralismo. Al contrario, un serio progetto pluralista dovrebbe essere posto al servizio di una battaglia anti-monopolista. A maggiore ragione quando il mercato che il monopolista occupa, protetto da insuperabili barriere normative, è quello sensibile e oltremodo politico dell’educazione e della conoscenza.

Esiste un limite teorico e pratico insuperabile alla possibilità di fare della scuola di Stato un monopolista efficiente e mite, capace di soddisfare la domanda di competenze e di saperi e di limitare le proprie pretese ideologiche. Non è la “scuola di Stato” a dovere diventare pluralista, ma lo Stato a dovere garantire il pluralismo scolastico. Il pluralismo non è l’articolazione interna della scuola di Stato, ma un modello alternativo di funzionamento dell’intero sistema dell’istruzione, sia nell’ambito della scuola statale che nel rapporto tra scuola statale e scuola non statale.

Nell’ultimo decennio la questione della scuola libera ha segnato profondamente il dibattito politico, ma è rimasta sostanzialmente estranea alle diverse piattaforme legislative, con cui si è cercato di rimettere ordine nel sistema nazionale dell’istruzione. Lo stesso centro-destra si è limitato a difendere le ragioni di una svolta ritenuta necessaria, senza fare quanto avrebbe dovuto per renderla possibile.

Il buono scuola è un meccanismo di finanziamento dell’istruzione pubblica che, a parità di spesa per lo Stato, istituisce un ordine di mercato nel sistema scolastico. Le risorse necessarie a coprire il “costo-banco” di ciascuno studente, a seconda dell’ordine e grado degli studi, anziché essere gestite dal centro ministeriale, sono consegnate direttamente alle famiglie e, per il loro tramite, alle scuole che esse scelgono per la formazione dei figli.

Oggi il “sistema” privilegia la scuola statale contro la scuola non statale, e discrimina le famiglie povere a vantaggio di quelle ricche, poiché chi sceglie la scuola non statale paga due volte l’istruzione dei figli: la prima, con le tasse, all’erario, la seconda, con la retta, alla scuola. Ma soprattutto, tra le scuole statali, il centralismo ministeriale favorisce, ceteris paribus, le più inefficienti, visto che a dettare le politiche di spesa è il costo della macchina scolastica e non la qualità dell’istruzione.

Concretamente, nel medio periodo, il buono scuola non si tradurrebbe in una privatizzazione del sistema scolastico, ma in una liberalizzazione del mercato dell’istruzione statale, che non è affatto “una ed uguale”. Le scuole private sono poche, i suoi alunni anche (il 5% del totale). Le scuole statali sono tante e non chiuderebbero certo, quando si trovassero a competere su di un mercato aperto. Peraltro, la “scuola pubblica” (come la “sanità pubblica”) non esiste ed è una pura ipostasi ideologica. Esistono le scuole pubbliche, diverse le une dalle altre.

Nel centro-destra prevale ormai l’idea che il buono scuola non appartenga al futuro, ma al futuribile, e che occorra concentrarsi su altre e più urgenti priorità. In campo formativo, sul miglioramento dei livelli di apprendimento e sul ripristino di un approccio disciplinare ai contenuti del sapere. In termini organizzativi, sul recupero di qualità e di efficienza delle istituzioni scolastiche, attraverso la riforma degli organismi di governance e dello stato giuridico dei docenti.  Si tratta di obiettivi condivisibili. Ma è legittimo dubitare che una riforma ispirata ai principi dell’autonomia e della sussidiarietà possa limitarsi al versante dell’offerta formativa (le scuole), senza interessare quello della domanda (le famiglie) e che possa migliorare la qualità del prodotto, senza favorire l’apertura del mercato.

Non è il valore legale del titolo di studio a costituire, in termini normativi, la giustificazione del centralismo ministeriale, anche perché lo Stato da dieci anni ha rinunciato al monopolio legale, per conservare quello reale, rendendo ancora più incongrua la sproporzione di possibilità e di diritti tra scuola statale e scuola privata. C’è un solo mercato dei titoli, ma non un unico mercato dell’istruzione. Le scuole private “paritarie” rilasciano diplomi che hanno valore legale, ma il loro ruolo pubblico non comporta alcun riconoscimento economico.

Un’effettiva liberalizzazione del sistema favorirebbe l’ampliamento dell’offerta formativa, la specializzazione degli istituti, la diversificazione dei percorsi di studio, una concorrenza più leale tra le scuole e una formazione più coerente con la scelta educativa delle famiglie. Allo Stato rimarrebbe il problema di definire “cosa è scuola”, non di stabilire “quale scuola” debbano scegliere le famiglie; di certificare la serietà del progetto formativo delle scuole, non di dettarne i contenuti. Sembra pochissimo, ma è molto di più di quanto oggi il Ministero di viale Trastevere riesca a fare, alle prese con il suo gigantesco conflitto di interessi.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Ora l’esame per la scuola: riesce a diventare plurale?”

  1. Domenico Bilotti scrive:

    Mi pare che la riflessione di Palma contenga un discorso serio, che spesso sfugge sia a detrattori che fautori della riforma di Gelmini: si è ragionato soltanto di cifre -spesso citandole male, da entrambi i lati.
    Ma il vero test di una riforma sulla scuola è la capacità della scuola di aprirsi agli stimoli esterni, di diventare mondo di lavoro e cultura, di ribellarsi agli steccati.
    Su questo frangente l’articolo colma un vuoto d’analisi piuttosto grave.

  2. Renzino l'Europeo scrive:

    Contrariamente a quello che pensa Carmelo Palma, l’istruzione non è pensata e “vissuta” come un servizio in regime di mercato da nessuna parte. La comunità politica interviene per fornire strumenti e canoni educativi per un motivo culturale ancor prima di quello relativo alle pari opportunità.
    E la scuola, essendo così legata a doppio filo al senso collettivo di comunità politica, è anche fortemente necessaria al territorio, ad un certo territorio. Non sarebbe pensabile l’abbandono di certi territori da parte della scuola, per meri calcoli di mercato. E’ casomai vero l’opposto, che la qualificazione del sistema educativo e’ fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico di un certo territorio, e per questo va garantita la qualità della formazione erogata da tutte gli istituti scolastici ovunque si trovino.

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