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L’Aquila, basta con l’emergenza. La ricostruzione va governata

Martedì 22 giugno i direttori di alcune testate giornalistiche nazionali e gli inviati di altre hanno visitato la città de L’Aquila, invitati dal sindaco Massimo Cialente. L’evento ha riportato l’attenzione sulla situazione del capoluogo abruzzese, colpito, il 6 aprile 2009, da un terremoto che ha provocato trecento vittime e pressappoco settantamila sfollati, oltre a danni incalcolabili ad un patrimonio artistico e architettonico misconosciuto ma non per questo meno prezioso.

All’indomani della catastrofe, le istituzioni nazionali si sono mobilitate immediatamente per soddisfare l’esigenza più pressante: dare un tetto alle decine di migliaia di aquilani rimasti senza casa, senza punti di riferimento, senza più una vita che fino al giorno prima credevano di poter continuare normalmente per tanto altro tempo.

Si può affermare, senza temere smentite, che l’emergenza, nonostante le polemiche (non tentiamo neanche di riassumerle, visto che sono state sufficientemente discusse in altre sedi), è stata gestita globalmente bene: è certo che i disagi, specie nei primi mesi, sono stati tanti, e forse alcuni sarebbero stati evitabili, ma è altrettanto certo che, se si vuole trovare il responsabile dell’allontanamento di circa settantamila persone dalla propria città, e se si vogliono evitare insidiose ipocrisie e facili populismi, bisogna individuarlo nel terremoto, non nella Protezione Civile o nel governo.

Gestione dell’emergenza ottima, dunque: per L’Aquila è stato fatto molto, in tempi molto brevi, peraltro – concedetecelo – con grandissima copertura mediatica: è legittimo dubitare che forse, a telecamere spente, la mobilitazione sarebbe stata inferiore.
Tuttavia, anche saper utilizzare i media a proprio vantaggio è parte del gioco della politica, e, secondo noi, ben vengano tutte le “passerelle” del mondo se a quelle passerelle si accompagnano, come in questo caso, risultati concreti.

Risultati che, però, non possono essere considerati definitivi, e qui sta il problema. Sbaglierebbe infatti chi ritenesse che, visto che ormai bene o male la maggior parte degli aquilani e degli abitanti dei comuni limitrofi (cosiddetto “Cratere”) è sistemata, non sia rimasto più nulla da fare.

I riflettori su L’Aquila si sono spenti da un po’: non sapremmo dire se sia successo per caso, perché il terremoto è passato di moda (all’indomani del 6 aprile siamo diventati tutti un po’ geologi, ora che ci sono i Mondiali di calcio, che volete, ritorniamo tutti un po’ CT della Nazionale) o per precisa volontà politica.

La situazione, tuttavia, è ben lungi dall’essere stabilizzata: anche tralasciando le scosse di terremoto che, sebbene deboli, continuano a tormentare la città e i suoi dintorni quasi ogni giorno, infatti, a chiunque conosca L’Aquila non può sfuggire il fatto che il tessuto urbano è completamente disgregato.

I lavori di messa in sicurezza degli edifici con danni lievi sono iniziati soltanto pochi mesi fa, e le impalcature sembrano farla da padrone nelle periferie; non si può più parlare, però, di quartieri o di luoghi di aggregazione. La sensazione principale è l’isolamento, conseguenza naturale di una catastrofe che, come tutte le catastrofi, ha colpito a caso, sconvolgendo per sempre le vite di tutti coloro che si sono trovati a subirla.

La viabilità della città (ammesso che di “città” ancora si possa parlare) è profondamente cambiata; chi scrive non può fare a meno di rallegrarsene, memore degli infiniti ingorghi che funestavano molti dei suoi spostamenti aquilani, ma non è così cieca da ignorare che l’introduzione delle rotatorie, lo spostamento dei flussi di traffico principali, i nuovi sensi unici rappresentano ulteriori ragioni di confusione in un luogo già di per sé privato di punti di riferimento.

Il centro storico, così vivo, vissuto e vitale fino a un anno fa, ha oggi tutta l’apparenza di una città fantasma: ogni tanto se ne riaprono dei pezzi, il Corso è tutto percorribile, ma le stradine e le piazzette che ne formavano l’incanto principale sono rigorosamente inaccessibili, vuoi per evidenti motivi di sicurezza, vuoi perché forse non sarebbe sostenibile la vista della rovina e della devastazione in quei luoghi dalla bellezza che, prima del maledetto 6 aprile, si sarebbe stati tentati di chiamare eterna.

Il terremoto ha ricordato a tutti che nulla è eterno; i media, viceversa, rischiano di eternare nella memoria collettiva una situazione che è l’emblema stesso della provvisorietà. Lungi da noi attribuire al governo la volontà politica di far credere che, finita la prima fase dell’emergenza, a L’Aquila sia tornato tutto normale: se veramente ci fosse quest’intenzione, comunque, le dichiarazioni verrebbero immediatamente smentite dai numeri, che dimostrano come molti terremotati non possano ancora fare a meno delle misure emergenziali messe in atto per aiutarli, misure che, ça va sans dire, costano parecchio.

Se, dopo un anno di ordinanze, contro-ordinanze, giravolte e dubbi sui finanziamenti, i lavori negli edifici con danni lievi sono finalmente iniziati, altrettanto non si può dire degli edifici con danni strutturali gravi, le riparazioni dei quali sono “congelate” in attesa dello sblocco della prima tranche di fondi.

La ricostruzione di una città d’arte, delle sue periferie, delle sue frazioni non è una faccenda che si può intraprendere dall’oggi al domani, ed è d’altra parte utopistico pensare che, quand’anche andasse nel migliore dei modi possibili, tutto possa tornare come prima. Proprio per questo, però, sarebbe necessario un progetto politico di ricostruzione, che non è possibile intraprendere se la logica d’intervento rimane ancora quella emergenziale.

L’Aquila e il Cratere non sono tornati alla normalità, e, come Bertolaso non ha mai nascosto, non ci torneranno per anni, forse decenni. Ma, che ci vogliano mesi, anni o decenni per completarla, la ricostruzione non potrà essere avviata pienamente senza garanzie che ad oggi non ci sono. Si può dunque dar ragione al sindaco de L’Aquila Cialente, quando fa confronti col terremoto del 1997 in Umbria e Marche e afferma che dover ricominciare a pagare le tasse il 30 giugno prossimo, in un territorio dove il futuro è incerto per tutti, provocherebbe danni certamente superiori ai benefici e comprometterebbe definitivamente la ripresa economica.

Ricostruire decine di migliaia di abitazioni, riportare la vita in luoghi in cui la natura l’ha interrotta, restaurare il centro storico di una città d’arte com’era L’Aquila, anche se sconosciuta ai più, costa soldi. Moltissimi soldi. Nessuno, a L’Aquila, pensa che a pagare il conto debbano essere “gli altri”; nessuno, a parte i soliti noti capaci solo di battere i pugni sul tavolo, critica “a prescindere”, tanto meno noi, che riconosciamo al governo in carica, come già accennato, un’ottima capacità di gestione dell’emergenza.

Tutti, però, hanno paura. Paura non detta, non esplicitata, forse nemmeno compresa fino in fondo, che qualcuno faccia i conti e decida che ricostruire L’Aquila sul modello di com’era prima, riannodare il tessuto urbano lacerato, risolvere le rivalità con le altre province, riportare in vita una città distrutta, semplicemente, non conviene.
Paura che prevalga la vulgata mediatica secondo cui “A L’Aquila non c’è più niente da fare“, in qualunque dei due sensi la si voglia intendere.

A L’Aquila c’è molto da fare. C’è da fare per chiunque, da entrambe le parti, voglia uscire dalla logica per cui perfino una faccenda d’importanza capitale come questa diventa il solito referendum pro-contro Berlusconi, il solito gioco delle parti trito e ritrito per cui “Tutto va bene, madama la marchesa, chi dissente comunista è” – “Piove, governo ladro, pessimismo e fastidio”.
C’è da fare, in primo luogo, politica, e necessariamente politica di ampio respiro, proprio quella che ormai sembra scomparsa non solo dai palazzi del potere, ma anche, cosa ben più grave, dalle menti degli italiani.

L’Aquila non può diventare la pietra tombale e l’estremo simbolo di un’Italia in cui tutti sembrano pensare soltanto al proprio immediato tornaconto e nessuno è capace di valutare le cose nel loro insieme. L’Aquila è una città bella, bella di una bellezza emozionante, bella e basta, senza altri aggettivi; nemmeno gli aquilani, in passato, hanno saputo valorizzarla come meritava, ed ora stanno pagando quest’errore con l’incertezza del futuro e con la disgregazione.

L’Aquila è una città che, dopo una catastrofe naturale terribile, potrà tornare a vivere o ripiegarsi definitivamente su se stessa fino a morire. Ma, permetteteci, a morire per le beghe da tifoseria e i dispetti da burocrati oltre i quali la politica italiana si rifiuta di andare L’Aquila non ci sta.

La ricostruzione va affrontata seriamente, comprendendone fino in fondo i rischi e le potenzialità, dando ai cittadini garanzie precise in cambio di impegni altrettanto precisi, non pretendendo oggi altri sacrifici da una popolazione a cui la natura ne ha imposti di immani, ma lavorando per costruire un domani in cui gli aquilani potranno restituire il dovuto senza sacrificare nulla.

In una parola, governando. Guardando al futuro, progettandolo, comprendendolo. Cosa che ad oggi nessuno, al di là del contingente, sembra sapere o voler fare.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

3 Responses to “L’Aquila, basta con l’emergenza. La ricostruzione va governata”

  1. Patrizia Franceschi scrive:

    Incominci il Sindaco Cialente a firmare e ad autorizzare progetti per la ricostruzione usufruendo intanto dei finanziamenti che aspettano di essere spesi.
    Devono essere le istituzioni su territorio a darsi da fare.
    Inutile andare a Roma a battagliare, rispetto ad altre situazioni simili che ci sono state in Italia credo che non possiate davvero lamentarvi. Già che ci siamo voglio anche dirvi che non mi è sembrato molto corretto applaudire e acclamare la Guzzanti come una grande eroina e il suo film considerarlo da oscar.

  2. Marianna Mascioletti scrive:

    La signora Franceschi è in grado di spiegare all’autrice di quest’articolo in quale parte di esso si acclama

    la Guzzanti come una grande eroina

    e si fanno cenni alle preferenze cinematografiche di chi scrive (che comunque vanno a ben altri autori che Sabina Guzzanti: con tutto il rispetto, il cinema è un’altra cosa)?

    Quando avrò una risposta convincente nel merito, deciderò se vale la pena discutere.

  3. La signora Franceschi scrive di Cialente dimenticando che a L’Aquila vi è ancora una struttura commissariale in cui chi detta legge non è il Sindaco ma il Commissario nominato dal Consiglio dei Ministri, ossia il governatore Chiodi. In regime di emergenza ex art. 5 L. 225/92 tutti i poteri, in deroga alle leggi ordinarie dello Stato (appalti, lavori e consulenze), spettano al Commissario nominato.

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