Le nuove professioni vivono dell’ordine del mercato, non del mercato degli Ordini

– C’è il rapporto tra il mercato e lo Stato, la riflessione sul ruolo, la natura e l’efficienza della regolazione, la declinazione del tema della fiducia in tempi di crisi, la concorrenza, il Pil e il riconoscimento delle asimmetrie informative.

Tutto questo e di più è nel mondo delle professioni non regolamentate, che ieri si è riunito per discutere del proprio futuro, minacciato dai rigurgiti corporativi degli Ordini e da decisori pubblici proni ad assecondarli.

In principio fu il mercato. Nati in risposta ad esigenze diffuse dell’economia, nel solco della multidisciplinarietà e dell’innovazione, oggi i professionisti chiedono un quadro regolamentare in grado di consentirgli l’allineamento continuo col mercato, la competizione intracomunitaria e l’attestazione privata dei livelli di qualità.

Quale regolazione?  Il tema è, in termini di teoria del diritto, di appassionante profilo scientifico e politico, perché impatta il più becero dei luoghi comuni sul mercato, quello che lo dipinge come selvaggio, foriero di prevaricazione e privo di regole. L’approccio economico di questi professionisti dimenticati da Alfano è di schietta matrice liberale. Il mercato in cui essi sono nati e che calcano con correttezza e qualità è il luogo di una normatività spontanea fatta di norme tecniche, deontologiche e certificazioni private di qualità. Dall’altro lato della cortina c’è invece la normativa cogente statuale, che come distrugge ricchezza garantendo e accrescendo le rendite legali agli Ordini pubblicistici, così sfugge all’unica funzione cui dovrebbe ottemperare, quella cioè di riconoscere i mutamenti che la società e i mercati generano autonomamente.

Perciò, nella richiesta di riconoscimento dei professionisti di mercato echeggia la differenza tra legge e legislazione spiegata da Friedrich Von Hayek, con la seconda ontologicamente inadeguata a rincorrere il divenire della società e dei rapporti che in essa spontaneamente e continuamente si producono, oltre che schiava di maggioranze demagogiche.

C’è poi il problema delle asimmetrie informative, che impedisce al cliente/consumatore di poter compiere una valutazione consapevole della qualità professionale di chi ha di fronte. A questa esigenza risponde il sistema della certificazione privata, che in Italia ha il suo terminal ultimo in Accredia, l’ente unico che accredita i vari organismi di certificazione che competono nel paese. Quello degli enti di certificazione in competizione tra loro costituisce l’ossatura di un sistema di valutazione molto più attendibile di qualunque riconoscimento di valori ope legis. Nel 2008, per fare un esempio, la frequenza e la gravità degli incidenti su lavoro nelle imprese con certificazione di qualità è risultato inferiore del 20% rispetto a quelle non accreditate. 

In coerenza a quest’impianto si muove la proposta di legge per il riconoscimento delle professioni non regolamentate di Benedetto Della Vedova, i cui capisaldi sono l’iter di riconoscimento delle professioni rilevanti incardinato presso il Cnel, la possibilità di costituire associazioni private di professionisti in concorrenza tra loro, la previsione di attestati di competenza e la non necessarietà del loro possesso per l’esercizio della professione.

L’apertura del dossier sulla liberalizzazione delle professioni, dopo il rilancio del Pd sul tema, acquisisce, infine, un significato politico dirimente per una maggioranza di centro destra che mentre predica la revisione dell’articolo 41 della Costituzione al Senato supporta una riforma dell’avvocatura degna della Camera dei Fasci e delle Corporazioni.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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