La Rai è un’industria culturale, mica il palcoscenico del moralismo politico

– E’ dal 1975, anno della riforma del sistema radiotelevisivo, che i partiti che si sono succeduti nella storia politica del paese hanno sistematicamente suggerito ed imposto le scelte della Rai. Una sorta di orticello partitico che oggi  alcune forze politiche, ben presenti nell’organigramma aziendale e che hanno occupato l’azienda né più e nè meno di tutti gli altri partiti, tendono, strumentalmente, a far finta di disconoscere.

La Rai viene indicata come il tempio degli sprechi. Come un’azienda statale che va moralizzata e dismessa. Ed infatti la si sta dimettendo. Si sta facendo sì che all’orizzonte della Rai si stenda un futuro di perdita delle quote di mercato, a tutto beneficio dei competitor. La Rai ha costi altissimi, ed è un’azienda che usufruisce di un finanziamento pubblico, l’abbonamento per certi versi obbligatorio, ma perché? Perché la Rai, da convenzione e da ragione aziendale, deve garantire la democraticità del servizio radiotelevisivo (e non solo) e la copertura del territorio.

Nel caso della Rai far comunicazione non significa solo produrre telegiornali, varietà e fiction, ma significa anche, e soprattutto, che la comunicazione possa avere un bacino di produzione ed emissione – quello della Rai appunto – che resista alle strategie di accentramento del potere. In poche parole la Rai esiste come garanzia di un’area di comunicazione inattaccabile sia da monopolisti e oligarchie imprenditoriali, sia da chi volesse uniformare tutta la comunicazione del paese, in nome di suoi interessi di parte.

Inoltre la Rai “deve” presidiare tutto il territorio nazionale; sedi ragionali, strutture giornalistiche locali, uomini e mezzi nelle varie sedi decentrate rappresentano per l’azienda costi altissimi e obbligati. Se dovesse crollare Ponte Vecchio, Mediaset e SKY manderebbero, velocemente, un loro giornalista a Firenze e comprerebbero (a pochi euro) le immagini da una rete locale. La Rai no. Invia le sue troupe fiorentine (costi fissi) e i suoi giornalisti della sede di Firenze (idem). La sede di Firenze, come tutte le altre sedi regionali, è un altissimo costo vivo e fisso di gestione, che alla Rai è imposto dalla sua funzione di servizio. Non è una scelta, bensì la ragione aziendale, pubblica e di garanzia per l’appunto.

La Rai, è vero, ha costi alti troppo alti. La Rai, è vero, sembra non prendere mai una decisione netta circa la sua mission: emittente “culturale” o “commerciale”? E’ vero: esistono le vie di mezzo, virtuose e percorribili, come insegnano molte emittenti pubbliche europee, ma la Rai sembra che non abbia mai messo a punto la sua. Però quando si parla di emittenza radiotelevisiva sembra che nessuno  riesca a tenere a mente uno dei paradigmi elementari dell’analisi della comunicazione. Se un’azienda vuole che qualcuno guardi i suoi telegiornali ed i suoi – pochi nel caso della Rai – programmi “culturali, di servizio e di pubblica utilità”, non può limitarsi “solo” alla realizzazione di tg e programmi culturali credibili.

Le aziende televisive non si reggono su “singoli” programmi che di volta in volta vengono scelti dal pubblico che ne usufruisce, ma si basano sulle strategie di flusso e fidelizzazione. Bisogna fidelizzare, ovvero creare una presenza e attenzione costante del pubblico sul proprio flusso, concatenazione di programmi offerti. La maggior parte del pubblico non sceglie il “singolo” programma, ma “l’identità di rete” alla quale si è fidelizzato, il flusso come metafora valoriale. Per far sì che il pubblico guardi un telegiornale bisogna che il pubblico, sulla stessa rete, prima e dopo il telegiornale possa trovare programmi (il flusso) che lo interessino e che incarnino i suoi gusti.

Dire che la Rai non debba fare, o far meno, varietà e fiction – generi molto costosi – vuol dire che la Rai si deve rassegnare a perdere anche una buona fetta del pubblico dei programmi di informazione e culturali. E questo, ovviamente, a favore della concorrenza. Se la Rai divenisse un’emittente solo a base di informazione e prodotti culturalmente “alti” si trasformerebbe in un’azienda con un basso share di pubblico, elitaria, e quindi non più in grado di impedire che il paese televisivo si sposti in massa sui canali della concorrenza privata e del monocromatismo ideologico.

Questo è il problema da risolvere. E non lo si risolve “alla Calderoli”, cioè  tagliando “alla cieca” i compensi e mettendo nei titoli di coda le buste paga dei conduttori; vorrei vedere cosa accadrebbe se qualcuno presentasse un decreto nel quale si obbligano i ministri a far scrivere di fianco alla targa dell’auto blu l’ammontare dei loro stipendi. Un conduttore “di peso” serve far share, e, quindi, se è amato dal pubblico va pagato; la sua presenza, se ben gestita, è una ricchezza aziendale.

Se la Rai perdesse, in nome dei tagli ai collaboratori esterni, i suoi pezzi pregiati questi, in massa, migrerebbero alla concorrenza, e gli investimenti pubblicitari pure. E’ questo lo scenario futuro previsto per la Rai?  Un’ emittente con poco pubblico e poco sèguito? Se qualcuno vuol depauperare la Rai, depotenziarla e travasare il suo pubblico lo faccia pure. Ma lo dica chiaramente, senta nascondersi dietro le cortine fumogene di una falsa e populistica moralità.

I collaboratori della Rai spesso son pagati molto, forse troppo, ma questi sono gli ipertrofici costi dell’esercizio televisivo. Ciò che sembra “lo spreco” nell’industria dello spettacolo è “il fisiologico”, e se la Rai esce dai criteri dell’industria dello spettacolo, semplicemente, dismette la sua presenza nell’immaginario condiviso del paese, e diventa periferica. La Rai deve morigerarsi nei costi, smettere di svendersi alle più becere logiche dello share a tutti i costi e spesso a base di tette e culi e vuoti a perdere mentali, deve riformularsi in seri e credibili piani di sviluppo aziendali, ma non deve e non può perdere la sua logica e vocazione popolare e di ampia fidelizzazione.

Poi c’è un’altra questione. Da risolvere come tutte le altre di cui abbiamo parlato. In Rai si investe troppo in alcuni generi dell’intrattenimento e pochissimo nei generi dell’informazione culturale. Molti collaboratori guadagnano cifre iperboliche. Beati loro. Fanno informazione-spettacolo, varietà, fiction, e così via.  Ma sapete quanto viene proposto ad un autore e regista per progettare, scrivere e montare un documentario storico di due ore da mandare in prima serata? 5500 euro lordi, ossia 2800 euro netti, per sei mesi di lavoro, a tempo pieno.

Un autore di mia conoscenza ha appena finito di realizzare un bel documentario storico  di 50 minuti, che andrà in onda in seconda serata. Per farlo ci sono voluti due mesi di lavoro intenso. Qualche tempo fa l’ufficio del personale della Rai lo ha chiamato e gli ha detto: “vista l’attuale crisi economica e visti i tagli aziendali sui compensi dei collaboratori esterni in suo contratto di 2000 euro lordi (!) dovrà subire un taglio del 20%”. Di esempi come questo ne si potrebbero fare a migliaia.

Caro Calderoli, la rincuoro e la rassicuro, per sofferta e continuativa esperienza personale le posso certificare che molti collaboratori della Rai sprecona, come si direbbe a Napoli, si puzzano di fame.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

One Response to “La Rai è un’industria culturale, mica il palcoscenico del moralismo politico”

  1. Lucio Scudiero scrive:

    “Se dovesse crollare Ponte Vecchio, Mediaset e SKY manderebbero, velocemente, un loro giornalista a Firenze e comprerebbero (a pochi euro) le immagini da una rete locale. La Rai no. Invia le sue troupe fiorentine (costi fissi) e i suoi giornalisti della sede di Firenze (idem)”. Questa è pura follia, è esercizio di irrazionalità indotto dalla protezione normativa, dall’irresponsabilità patrimoniale garantita dal canone e dal clientelismo della politica che ha rimpinzato gli organici di enti e aziende pubbliche ben oltre la soglia della tollerabilità. Qualcuno dovrebbe spiegare ai nostri politici di ogni ordine e grado il circolo del sottosviluppo di Wildawsky.

    Quanto al pluralismo, contesto aspramente la visione di quanti credono che esso passi dall’equa contingentazione degli spazi concessi alle forze politiche e/o sociali. Il pluralismo è garantito più e meglio dalla competizione tra erogatori di informazione. Voglio diecimila Santoro e diecimila Giannino. E non me ne importa nulla di quanto guadagnano, purchè il reclutamento e la retribuzione avvenga in base a criteri di mercato.

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