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Amnesty suona l’allarme sui respingimenti. E il Paese ha bisogno di buona immigrazione

– È di poche settimane fa la pubblicazione del Rapporto di Amnesty International sui diritti umani nel mondo, nel quale non vengono utilizzati mezzi termini per sottolineare alcuni problemi molto rilevanti che riguardano l’Italia. Amnesty tocca questioni scomode e la reazione politica della maggioranza non si è fatta attendere: “E’ indegno per il lavoro dei nostri uomini e donne delle forze di polizia che ogni giorno salvano persone […] respingo al mittente questo rapporto”, replicava il Ministro Frattini il 27 maggio da Caracas.

Tra tutte, la tematica che dal punto di vista politico crea maggiore scompiglio e riaccende il dibattito è certamente la questione dell’immigrazione. Amnesty critica, nello specifico, la politica dei respingimenti verso la Libia, paese non firmatario della Convenzione di Ginevra del 1951 e quindi non titolato a garantire un’adeguata protezione ai (potenziali) richiedenti asilo, prevista dalle norme internazionali. A questo si aggiunga la notizia dell’espulsione dei funzionari dell’UNHCR da parte del governo libico: non è di certo segno di commitment verso la tutela dei diritti dell’uomo. Con i respingimenti l’Italia violerebbe il principio di non-refoulement previsto dalla già citata convenzione del 1951 e dal protocollo addizionale del 1967.

Ma il problema è rappresentato più in generale dalla percezione del fenomeno migratorio. Lo spettacolo dei disperati che rischiano la vita per raggiungere le nostre coste non è che una (minima) parte di un fenomeno ben più complesso e fisiologico per un paese sviluppato come l’Italia. Basti pensare che i clandestini (che non soddisfano i requisiti di legge) in arrivo via mare, secondo il Rapporto Sicurezza 2006 del Ministero  dell’Interno, non hanno mai superato il 15% del totale delle presenze irregolari, in larga parte costituite da “over-stayers”, immigrati entrati in Italia con un visto regolare, che rimangono oltre i termini della sua scadenza.

Ciò significa che la spaventosa immagine di questo assalto alle coste italiane non è rappresentativa della realtà. Ben pochi sanno, inoltre, che solo il 3% della popolazione mondiale migra nonostante la povertà e le guerre rappresentino ancora piaghe terribili. Rimane semmai da chiedersi perché la gente migri così poco e se il fenomeno migratorio, peraltro normale nel processo di sviluppo e cambiamento di ogni paese, non vada gestito invece che fermato.

L’Italia (e l’Europa) presenta caratteristiche strutturali che richiedono una liberalizzazione dei flussi migratori. L’invecchiamento della popolazione ed il crollo della natalità richiedono che venga demograficamente compensato lo squilibrio generazionale; dall’altro lato c’è un crescente rifiuto da parte di fasce della popolazione “nativa”, soprattutto dei giovani, di lavorare nei cosiddetti settori 3D dell’economia – dirty, dangerous and demanding, cioè sporchi, pericolosi e pesanti. Non è corretto dire che “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani” perché le statistiche dimostrano come vi sia una obiettiva complementarietà e come gli stranieri irregolari non comunitari siano spesso i primi a risentire delle conseguenze della crisi economica.

Il governo ha due modi per soddisfare la domanda di lavoratori soprattutto per quei settori che non piacciono agli italiani (es. agricoltura, assistenza agli anziani, ecc.): autorizzando l’ingresso di lavoratori stagionali (solitamente per agricoltura e turismo) e autorizzando l’ingresso di lavoratori non stagionali (di lungo periodo) per tutti i settori dell’economia. Per quanto riguarda gli stagionali, grazie all’allargamento del 2004 che ha reso automatico l’ingresso dei lavoratori dell’est e grazie al lavoro di squadra con altri attori dell’economia (Confagricoltura, Coldiretti, ecc.), le quote di stagionali approvate negli ultimi anni (80.000 permessi all’anno) si sono dimostrare sufficienti; rimane da chiedersi se ciò non sia dovuto anche all’alta percentuale di lavoro nero.

Per quanto riguarda i permessi non stagionali, è dal 2007 che non viene approvato un decreto flussi per lavoratori extra UE (nel 2008 vi fu un decreto che “ripescò” 150.000 richieste tra quelle del 2007 non accolte) nonostante le necessità di un paese che invecchia e che deve tutelare il proprio potenziale di crescita.

Potrà  sembrare strano, ma l’esperienza insegna che un approccio rigido e di chiusura all’immigrazione aumenta l’immigrazione irregolare mentre un meccanismo flessibile, che contempli corsie preferenziali per i lavoratori che non violano la legge porta ad una graduale regolarizzazione del fenomeno. In fondo, come evidenzia il Rapporto 2009 sullo Sviluppo Umano pubblicato dallo UNDP, per quale motivo un migrante, che ha concrete possibilità di inserimento, dovrebbe accettare una condizione di irregolarità (e di vulnerabilità, sotto tutti i punti di vista) se avesse la possibilità di migrare legalmente o di regolarizzare la propria posizione?


Autore: Nicola Magri

Nato ad Asola (MN) nel 1985. Laureato in scienze politiche alla LUISS Guido Carli, dopo aver frequentato il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico è stato fellow del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro per poi conseguire un master in Politiche Pubbliche e Sviluppo Umano presso la School of Governance di Maastricht. Si occupa di responsabilità sociale delle imprese, di sviluppo sostenibile e di cooperazione allo sviluppo. Collabora o ha collaborato con UNDP, IOM e con altre ONG soprattutto in America Latina.

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