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Il PdL ideale non è quello reale. Il centro destra alla prova della ‘politica 2.0’

– Con la nascita dell’associazione Liberamente, si amplia la già numerosa galassia dei gruppi che gravitano nell’area del Pdl e che hanno come punto di riferimento esponenti di rilievo del partito. Si tratta di gruppi che non hanno un legame vero e proprio con il partito, con la sua struttura. Nulla di male, naturalmente, anzi, in alcuni casi essi possono rappresentare elementi di vitalità (e certo anche di tensione) nel dibattito interno al centrodestra, e non solo.

Tuttavia, essi sono anche conseguenza dell’incapacità, o forse, meglio, dell’assenza di volontà della dirigenza del partito di creare le condizioni di un vero pluralismo all’interno dell’organizzazione. Nei tempi più recenti alcune sigle sono chiaramente sorte, oltre che per dare maggiore visibilità ai loro fondatori,  anche per contrastare l’attivismo e la visibilità del network finiano, sempre più protagonista del dibattito politico e spina nel fianco dell’ortodossia (anche se ormai ne esiste più d’una) pidiellina.

Lo stesso Berlusconi ha ribadito la necessità di “non farsi del male” e di mantenere unito il partito, palesando ancora una volta la sua insofferenza per un attivismo che, evidentemente, non riesce a controllare, mentre il suo obiettivo era stato fino ad oggi, coerentemente con la sua visione carismatica del partito e della propria leadership, quello di imprimere un movimento controllato e dall’alto (ad esempio con i Promotori della libertà della Brambilla),  ogni qualvolta ne avvertisse il bisogno, ovvero ogniqualvolta si delineassero e consolidassero vischiosità interne e spazi di potere a lui non troppo graditi.

Tutto questo, però, mette in evidenza la necessità di una seria riflessione sulla forma organizzativa da dare ad un partito che altrimenti rischia il caos e l’impotenza, intrappolato da ambizioni e tensioni interne non canalizzate da un sistema di regole e da resistenze all’innovazione. E non serve a nulla continuare a sbandierare le virtù del partito leggero (il PdL come si dice sia oggi), contro un partito di massa ormai ampiamente superato, come continuano a fare alcuni maggiorenti del partito,  quando quel partito leggero non si capisce bene cosa sia e come funzioni e debba funzionare; esaltare il “reale” proponendolo come “razionale” e inibendo ogni tensione verso l’ideale (che certo non può essere mai raggiunto, ma dovrebbe fungere perlomeno da riferimento) come ci ha insegnato Sartori significa fare un “cattivo realismo”. Quando tutto ciò è poi finalizzato al mantenimento degli equilibri di potere esistenti, è anche intellettualmente poco onesto.

Gianfranco Fini ha posto in questi giorni la questione di come organizzare il partito in vista del congresso, del quale ormai da più parti si parla e che si dovrebbe tenere l’anno prossimo.  Non ci interessa in questa sede entrare nel merito delle scelte che dovranno essere fatte per il periodo di transizione. Piuttosto, ci sembra importante riflettere sul modello di partito verso il quale si dovrebbe tendere. E crediamo che la preoccupazione maggiore dovrebbe essere quella di pensare ad un partito che possa costituire una ricchezza per la democrazia nella quale si trova ad operare; un partito, ad esempio,  che contribuisca a far sì che eletti e governanti siano più responsabili e che le politiche pubbliche siano frutto di visioni e progetti, non solo di risposte alle emergenze o di tatticismi senza prospettiva.

Le democrazie contemporanee hanno subito negli ultimi anni e decenni importanti cambiamenti. Gli osservatori e gli studiosi  parlano  ormai di “presidenzializzazione della politica”. La comunicazione politica sta profondamente cambiando e sempre più è rilevante il rapporto diretto tra leader ed elettori, la “personalizzazione” della politica appare ormai un dato acquisito, tanto che è divenuta ormai consueta la definizione della democrazia contemporanea come “democrazia del pubblico” (Bernard Manin). Ebbene, di fronte  a tutto questo è evidente che anche i partiti si devono ripensare, per divenire protagonisti e non subire questi cambiamenti, per essere in grado di misurarsi con il nuovo modo di essere della politica di massa, stravolto rispetto al passato dalle nuove forme e dai nuovi strumenti di comunicazione.

Diversi grandi partiti occidentali hanno già intrapreso questa strada, cercando di affrontare il problema della costruzione del consenso, della legittimazione e dell’innovazione attraverso strumenti di democrazia interna, che coinvolgono i semplici iscritti  nella scelta di quanti devono ricoprire ruoli di partito e nell’individuazione dei candidati alle cariche rappresentative e di governo ai diversi livelli (e talvolta anche in consultazioni sulle scelte programmatiche).  Quei partiti hanno inoltre puntato in modo sempre più massiccio sull’interazione resa possibile dal web 2.0.  Su questi esempi, sulle potenzialità che essi prefigurano, sulle strade che aprono per ripensare consenso, pluralismo e responsabilità, su tutto questo ci auguriamo che sarà possibile confrontarsi nel Popolo delle libertà, perché possa divenire un partito davvero “utile” alla nostra democrazia e aperto alla società, e non l’angusto ritrovo di “colonnelli” senza consenso, che sopravvivono all’ombra del leader.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

2 Responses to “Il PdL ideale non è quello reale. Il centro destra alla prova della ‘politica 2.0’”

  1. Dante scrive:

    Complimenti davvero per l’analisi. Per me lo schema dovrebbe essere quello di un partito aperto ma con una carta di valori fondamentali ed irrinunciabili. La democrazia diretta per la scelta dei dirigenti locali, l’istituzione di centri di prossimità che, oltre ad essere una vera e propria palestra per i dirigenti futuri, fungano da cinghia di trasmissione tra la società e la politica ed offrano una serie di servizi concreti e fruibili, sia politici che sociali. Un partito per la gente e tra la gente. Una presenza costante e costruttiva, non un qualcosa che si costruisce per ogni campagna elettorale e si disarma il giorno dopo le elezioni. Diventa costoso ed improduttivo.

  2. Adriano Teso scrive:

    Come organizzare il PDL

    Le principali attività di un partito dovrebbero portare alla selezione democratica di una classe dirigente che governi e a farla eleggere , affinchè realizzi i programmi che hanno ispirato la costituzione di tale partito.
    Appare quindi chiaro che un partito deve avere regole democratiche di accesso, selezione e definizione dei programmi.
    Partito leggero, se lavora in “outsurcing” per i progetti, grazie al lavoro di think tank specialisti, come la filosofia sussidiaria del liberalismo vorrebbe. Certamente mai un partito invasivo, come ne abbiamo visti nel passato, centro di potere per ogni attività economica e culturale.
    Per fare ciò vi sono due attività fondamentali: quella della progettazione e selezione, e quella della raccolta del consenso.
    La prima, progettazione e selezione, deve essere affidata ad un team di persone esperte e capaci di sviluppare una nazione, tecnicamente preparate, che sanno avvalersi di adeguati think tank.
    La seconda, la raccolta del consenso, deve mettere in campo qualche personaggio che sappia “vendere” quanto progettato e raccogliere voti. Ma nessuno si sognerebbe mai di dare in mano una grande organizzazione a dei venditori. E saper far bene i due mestieri è praticamente impossibile.
    Per fare ciò, in una Italia ancora culturalmente frammentata, un partito che voglia realizzare il liberalismo non può che essere composto da liberali. Se così non fosse, diventerebbe impossibile, e lo si sta vedendo, la chiara realizzazione dei programmi e quindi la raccolta del consenso. Come si sa, per vendere bene un qualcosa, deve essere chiaramente identificabile. E se i liberali sono in un numero insufficiente per chi ha ambizione di avere un partito del 40%, ne prenda atto e si lasci che nascano delle “correnti” fra simili ( io preferirei una federazione di partiti ). Negarle e poi ritrovarsi con 22 associazioni interne, serve solo a far confusione e ad avere frammentazioni perennemente in conflitto.

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