– La fotografia della situazione politica italiana, scattata recentemente dal professor Carlo Galli, docente di Storia delle Dottrine politiche all’Università di Bologna, reca in sé l’immagine di un paese in cui a occupare lo spazio pubblico sarebbero tre destre e nessuna sinistra. La triade destroide sarebbe costituita dalla destra dell’irrealtà, berlusconiana in primis ma che racchiuderebbe anche la destra localistica e degli interessi concreti, quella leghista, insomma. A questo primo blocco si aggiungerebbe la destra di Tremonti, rigida esecutrice delle direttive imposte da Bruxelles, e la destra istituzionale di Fini, ispirata al principio di legalità e di rispetto dei doveri,  e forse proprio per questa sua mission destinata a restare démodée.

Stando così le cose, quello che interessa non è tanto capire quale delle tre opzioni preferire: qualsiasi scelta infatti, soprattutto se si tratta di una scelta di carattere politico, resta circoscritta alla coscienza del singolo che, liberamente, decide dove collocarsi. A non convincere invece sarebbe da un lato la definizione di destra fornita dallo stesso Galli e, dall’altro, il tentativo di ascrivere alla sola sinistra la capacità di tradursi in potere culturale, forse perché l’altra possibilità, quella cioè di tradursi in potere politico, è stata ormai abbandonata da tempo. Nonostante nel corso degli ultimi anni siano stati messi in atto notevoli sforzi da parte di diversi esponenti politici per scrollarsi di dosso etichette imposte loro dalle necessità dettate dal persistente conflitto ideologico che aveva caratterizzato il secolo scorso, l’habitat naturale della desta – o delle destre – resterebbe ancora quello del “caos, della paura, della frantumazione, dell’anomia”.

A corroborare questa tesi, sostenuta da Galli in un’intervista rilasciata a L’Espresso, sarebbe l’ultimo libro dello stesso politologo, titolato “Perché ancora destra e sinistra” , edito da Laterza. Il testo, da considerarsi senza dubbio un valido strumento da utilizzare per l’analisi della situazione politica attuale, non convince però nel presentare un’immagine di destra (quella con la “bava alla bocca”, per intendersi) che  risulta ormai sorpassata o, tutt’al più, attribuibile ad una delle tre destre piuttosto che a tutte. Del resto, Carlo Galli aveva avuto già modo di pronunciarsi in merito più di un anno fa, dichiarando che la destra, facendo del disordine e dell’instabilità le sue linee conduttrici, “non può non essere un pensiero della disuguaglianza”, mentre la costruzione di una democrazia  senza sé e senza ma “non può non essere l’obiettivo di forze variamente orientate a sinistra” (Carlo Galli, “L’irresistibile sopravvivenza dello spazio politico”, Il Mulino n. 1/09).

Il tentativo (disperato) di aprire una stagione riformista necessiterebbe di una sana collaborazione tra tutte le forze politiche, economiche e sociali in campo e dovrebbe intravedere nell’abbandono dei tradizionali cleavages un punto di svolta. A tal fine,  non giova la riproposizione di modelli già ampiamente utilizzati e che, proprio a causa del massiccio ricorso che se ne è fatto in passato, hanno perso il loro smalto. Non aiuta la reiterazione di luoghi comuni che vorrebbero la destra attenta alla competizione elettorale e non a quella culturale, desiderosa di conquistare esclusivamente la “maggioranza politica”, tralasciando così l’aspetto della “minorità culturale”. La cultura – ed è questo un principio che, da ora in poi, dovrà essere estremamente chiaro – non può considerasi monopolio esclusivo di una parte piuttosto che di un’altra; non può essere maneggiata solo dal “ceto dei colti” o prodotta in regioni considerate come laboratori ricchi di idee e progetti ed assente in altri contesti. Questo perché la cultura è, ex definitione, sempre includente e mai escludente; è apertura e non chiusura; è visione e non imposizione. Il “cambio di passo” si realizzerà se le varie proposte ed elaborazioni culturali saranno in grado di fuoriuscire dalle torri d’avorio in cui sono state concepite, sapranno parlare alla società civile e non solo per bocca degli “intellettuali accreditati” che le avranno formulate.

“Sono finite le ideologie ma non sono terminate le idee”, disse tempo fa il Presidente della Camera Fini. Del resto, in un contesto come quello attuale che vive nuove sfide – da quella economica a quella ambientale, da quella sociale a quella morale – parlare il linguaggio del passato non ha più senso, come non ha senso riproporre una sorta di conventio ad excludendum di tipo culturale nei confronti di una parte politica.

Se il tema dei prossimi anni sarà, come ha notato lo stesso Galli, quello di individuare “ una classe dirigente aperta, trasparente e consapevole” costituita  “non solo da politici, ma da intellettuali, imprenditori, lavoratori, giornalisti”, costituita insomma da élites “traenti”, per dirla con Sartori, che senso ha chiedersi ancora cosa differenzia la destra dalla sinistra?