A novembre le elezioni di Mid-term, mentre Sarah Palin azzecca le sue mosse

– Con il “Super Duper Tuesday” ormai alle spalle, possiamo azzardarci a tracciare un quadro dei movimenti che stanno animando la politica USA nel lungo cammino di avvicinamento alle elezioni di medio termine del 2 novembre.

La stagione delle primarie, che un tempo sarebbe stata pressoché ignorata dai media, sta tenendo sulle spine gli analisti di Washington, che cercano di carpire qualche dritta sul mood di un elettorato sempre più indecifrabile. I risultati della tornata di primarie svoltasi martedì 8 giugno hanno lasciato ancora una volta tutti con un palmo di naso. Facciamo un breve riepilogo.

In California, nessuna sorpresa: la gara per il posto di junior senator vedrà lo scontro tra Barbara Boxer (Dem.) e l’ex CEO della Hewlett-Packard Carly Fiorina (Rep.), mentre ad affrontarsi per sedersi sulla scomoda poltrona di Governatore saranno il vecchio arnese della politica Jerry Brown (Dem.) e la miliardaria Meg Whitman (Rep.), ex CEO di eBay.

In Arkansas, la Senatrice Blanche Lincoln (Dem.) è riuscita a riconquistare la nomination, difendendosi dall’attacco del Vice-governatore Bill Halter, candidato sostenuto pesantemente dai sindacati: a novembre la Lincoln dovrà però vedersela con John Boozman (Rep.), deputato del 3° distretto che per ora è avanti di circa 25 punti in tutti i sondaggi. Nelle primarie repubblicane per il 3° distretto, la senatrice dello stato Cecile Bledsoe non è riuscita a completare la rimonta ed è stata battuta sul filo di lana da Steve Womack.

Risultati interessanti dal South Carolina: la gara per la nomination del GOP al posto di governatore ha visto la straordinaria rimonta di Nikki Haley, deputata al congresso dello stato, che ha sfiorato la vittoria al primo turno, infliggendo un distacco imbarazzante (27 punti) a Gresham Barrett, esperto deputato del 3° distretto che godeva dell’appoggio dell’establishment del partito. Al deputato del 4° distretto Bob Inglis (Rep.) è andata anche peggio: nonostante sieda a Washington dal 1992, è stato umiliato dal pubblico ministero della contea di Spartanburg Trey Gowdy: al ballottaggio dovrà rimontare ben 11 punti.
Sorpresa nelle primarie per il 1° distretto: il figlio del potente ex-senatore Strom Thurmond, Paul, è stato sonoramente sconfitto da Tim Scott (Rep.), unico deputato di colore nel congresso dello stato e decisamente il candidato più conservatore.

In Nevada, il governatore uscente Jim Gibbons (Rep.), dopo una lunga serie di scandali, è stato travolto dall’ex giudice federale Brian Sandoval, che per ora gode di un vantaggio rassicurante (14 punti in media) nei confronti di Rory Reid (Dem.), figlio del capogruppo democratico al Senato Harry.

Le prossime primarie, quelle della Georgia, si terranno il 20 luglio: fino ad allora non avremo che qualche sondaggio per cercare di capire cosa abbia in mente questo sempre più mutevole elettorato.
La sconfitta di pezzi da novanta come Arlen Specter, Bob Bennett e Alan Mollohan sembrava la prova che un forte vento anti-incumbents stesse spirando sulla nazione. La vittoria di Rand Paul aveva poi fatto gridare al trionfo dei Tea Party.

Martedì scorso, lo scenario è diventato meno chiaro. Nessun incumbent ha perso la nomination e molti degli underdogs amati dai Tea Party sono usciti dallo scontro con le ossa rotte. Eppure sottovalutare l’impatto dei movimenti grassroots e della macchina genera-consenso (e finanziamenti) della Right Nation sarebbe prematuro.
Chi ha vinto e chi ha perso? In poche parole, ha vinto Sarah Palin, hanno perso i sindacati, mentre sia i Tea Party che l’establishment del GOP devono farsi un bell’esame di coscienza.

Sarah Palin aveva deciso di appoggiare quattro candidati molto diversi tra di loro: si andava dalle “mama grizzlies” invise ai partiti locali (la Haley e la Bledsoe), ai “centristi” che non andavano a genio ai Tea Party (la Fiorina e Terry Branstad, candidato a governatore dell’Iowa). Tre di loro o hanno vinto o sono andati al ballottaggio; un risultato lusinghiero, considerato che la Bledsoe partiva da posizioni di assoluto svantaggio.

In South Carolina, la discesa in campo dell’ex governatore dell’Alaska ha riportato la fiducia nella squadra della Haley, che rischiava di essere travolta da una serie di colpi bassi dell’ultima ora di Barrett. L’endorsement dei candidati moderati è servito invece per scompaginare le fila dei gruppi grassroots: l’impatto mediatico della Palin ha contribuito a rassicurare parte dell’elettorato più arrabbiato, che, alla fine, non è riuscito a far sentire a pieno il proprio peso. Sarah Palin difende le proprie scelte, giurando che tutti i candidati che ha appoggiato sono dei “sinceri conservatori”, ma i supporter di DeVore, Campbell e Vander Plaats non dimenticheranno facilmente l’offesa ricevuta.

I sindacati avevano concentrato la loro potenza di fuoco sull’Arkansas: la AFL-CIO aveva giurato vendetta contro il “tradimento” di Blanche Lincoln, che aveva votato contro la controversa proposta di legge per istituire il “card check”, norma che, secondo molti, porterebbe alla sindacalizzazione forzosa del settore privato. Dopo aver sprecato più di dieci milioni di dollari, i sindacati si sono inimicati la Casa Bianca proprio mentre si sta facendo faticosamente strada nel Congresso un piano di bailout per i loro fondi pensione, che rischiano la bancarotta. L’ostentata discesa in campo dei sindacati ha poi costretto la Clinton Machine a fornire alla Lincoln quell’ultima spinta che le ha garantito la nomination. L’intera operazione non ha senso: spendere così tanto denaro solo per dimostrare la propria forza è una tattica tanto stupida quanto controproducente.

I Tea Party e l’establishment del GOP hanno problemi simili: finora hanno provato a combattere tutte le battaglie, frazionando le proprie risorse e finendo col fare una serie di brutte figure. Se Chuck DeVore era sicuramente il candidato più vicino ai principi dei Tea Party, non aveva la benché minima speranza di spuntarla contro Carly Fiorina, pronta a spendere qualsiasi cifra pur di vincere. Stesso discorso per i boss del GOP. La Haley stava sullo stomaco all’apparato del partito? Bene, se la vedessero da soli, senza impegnare le scarse risorse del RNC in una lotta dall’esito tutt’altro che scontato.

Il caso di Vaughn Ward nell’Idaho è poi emblematico: Ward era riuscito a garantirsi una montagna di endorsements, fondi in abbondanza e chi più ne ha più ne metta. Sembrava il candidato ideale; allevato da una madre single, veterano della Guerra del Golfo, tutto perfetto. Poi, con l’avvicinarsi delle elezioni, il disastro: prima si scopre che la moglie è una dipendente di Fannie Mae, vera bestia nera dei conservatori; poi, durante un dibattito, Ward dice che Porto Rico è uno stato (è un territorio dell’Unione); infine, a pochi giorni dalle elezioni, esce un video su YouTube che dimostra come abbia copiato buona parte dei suoi discorsi da Barack Obama. Risultato? Raul Labrador, candidato favorito dai Tea Party, vince con più di dieci punti di distacco. L’RNC difficilmente potrà permettersi errori del genere a novembre, quando dovrà affrontare la macchina democratica, gonfia di soldi e potere. Speriamo che entrambi abbiano imparato la lezione.


Autore: Luca Bocci

38 anni, giornalista e traduttore professionista, ha scritto per La Nazione, L'Avanti, L'Opinione e La Padania. Dopo aver seguito le primarie del 2004 per il sito www.primarie-usa.com, continua ad occuparsi di politica americana su apolides.wordpress.com.

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