‘Il tempo che ci rimane’ di Elia Suleiman: un rancore ‘pietrificato’ contro Israele – AUDIO

– “La letteratura non è un regolamento di conti”. Questa buona massima vale per la letteratura, ma anche per il cinema, e per l’arte in genere. Significa che tra un artista e l’argomento che si propone di affrontare, qualunque esso sia, dovrebbe esserci un rapporto disinteressato; che consenta, se non un distacco contemplativo, almeno uno sguardo sereno ed obiettivo.

Ciò non significa che su certe azioni o su certi personaggi un artista non possa esprimere una condanna anche dura; ma non dovrebbe avvertirsi condizionata dal risentimento personale, dal desiderio di vendetta; dal gusto di ferire l’avversario attraverso la descrizione che se ne dà.

La storia che è all’origine del film di Elia Suleiman “Il tempo che ci rimane”, non favorisce certamente questo distacco.
La sua famiglia, palestinese, è vissuta a Nazaret, nei territori occupati dall’esercito israeliano. E da adolescente, come già altri componenti della famiglia, sarebbe stato costretto ad abbandonare la città, perchè, sembra di capire, sospettato di sedizione contro Israele (il padre era stato membro della resistenza anti-israeliana). E sarebbe potuto rientrare in patria soltanto in età matura.

Sono convinto che Suleiman, quando ha deciso di raccontare in un film questa vicenda autobiografica certamente drammatica, il problema del distacco tra sé e l’argomento se lo è posto. Insomma: non ha voluto fare un film che risultasse furiosamente e visceralmente anti-israeliano. E il segno di questa riflessione è il personaggio che si è inventato per sé (infatti, oltre che regista del film, è anche attore, nell’episodio conclusivo, quello che racconta il suo rientro in patria).

Un personaggio impassibile, muto, a volte rigido come una marionetta, con due occhi spalancati che non si sa se esprimano una pietà trattenuta, ironia, o chissà cos’altro. Insomma: è il Distacco personificato. (A qualche critico, ha ricordato Buster Keaton).
Il film, però, distaccato non lo è per niente. Per tutto il corso del racconto, che si snoda dal 1948 fino ai giorni nostri, gli israeliani risultano immancabilmente: ottusi, ipocriti, prepotenti e violenti. Ma quel che più importa è che gli israeliani sono sempre, in primo luogo, e anzi soltanto, israeliani.

Mentre tra i palestinesi, si ritrovano vecchi stravaganti, giovani bighelloni, anche qualche teppista; che sono anche palestinesi, ma hanno caratteristiche personali, non sono cioè omologati dall’appartenenza ad un’etnia. Ora, comunque la si pensi sulla questione israeliana, non mi sognerei certo di negare a Suleiman il diritto ad avercela con Israele e con i suoi soldati, anche perché ciò non compete al critico cinematografico.

Osservo però che il rancore che permea tutto il film – un rancore così profondamente introiettato da diventare una seconda natura – dà luogo a un film che qualcuno potrebbe ritenere umoristicamente stilizzato; ma che a mio parere si potrebbe definire meglio, rigido e ossessivo. Che pare proprio la proiezione di un rancore pietrificato.

E questa rigidità, la si percepisce meglio, per contrasto, quando il film si lascia andare a descrivere certi momenti di vita quotidiana privata, a volte, nonostante tutto, piacevoli. Oppure intensamente drammatici, ma intorno ai quali, per qualche minuto, si cancella la coscienza del problema storico dell’occupazione dei territori. O meglio: quel problema, vi si riflette soltanto indirettamente.

Quando, ad esempio, la madre del protagonista, seduta in terrazza, in una giornata di primavera, con uno scialle al collo che la protegge dal freschetto, sorseggiando una tazza di caffé, scrive una lettera alla figlia, partita per un’altra città, con il piacere che si prova a conversare, anche per iscritto, con una persona che si ama.

Oppure, ed è un momento drammatico, quando il figlio adolescente va a prendere in ospedale il padre, malato di cuore. E l’uomo, appena entrato in macchina, sotto lo sguardo angosciato del figlio, china molto lentamente la testa, le spalle e la schiena, verso il volante, come se lui, uomo un tempo vigoroso, avesse esaurito tutte le sue energie vitali.
Ecco, è in questi momenti, molto ben descritti, di vita familiare, che nel film di Suleiman, si accende la poesia.

Fonte Radioradicale.it Licenza 2.5 Ita


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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