– di Benedetto Della Vedova, da il Secolo d’Italia del 18 giugno 2010

Che cosa significa il modo in cui il PdL sta discutendo e cambiando, nei vari passaggi parlamentari, il testo della legge sulle intercettazioni? Cosa dimostrano i compromessi trovati e quelli che ancora si troveranno su di una legge molto “berlusconiana” per la vita e la realtà di un partito carismatico?

C’è chi pensa e dice apertamente che i rilievi, le critiche, le perplessità e le modifiche proposte da parte “finiana” siano in realtà pretestuose e provocatorie, utili a spaccare il fronte della maggioranza e ad offrire una sponda ad un’opposizione asservita all’ideologia giustizialista.

Dal mio punto di vista, invece, la vicenda, per quel che  riguarda il Pdl, è paradigmatica del buon funzionamento di un partito  “presidenzialista” ma plurale in un paese a democrazia maggioritaria. La qualità delle scelte politiche migliora quando la discussione e la competizione interna delle idee e delle personalità si fanno più aperte e quando la “ragione di partito” si misura con le ragioni di fatto e con la realtà delle cose.

La logica dei numeri interni è certamente un elemento del processo  decisionale: ma sarebbe un errore se il leader affidasse alla sola  conta in qualche organo di partito la propria scelta. A maggior ragione nel caso di un tema rilevante ma non squisitamente attinente  all’attività del Governo come sulle intercettazioni.

Il PdL dovrebbe fare tesoro di questo insegnamento. La legge sulle intercettazioni è oggi migliore (più coerente, più difendibile, meno equivocabile) di quanto non fosse nella sua versione originaria. Ed è migliorata proprio perché non è stata “blindata” da una decisione di partito preventiva, nonostante la parola “fine” sia stata più volte minacciata e perfino frettolosamente pronunciata. E potrà ancora migliorare se a qualcuno, per impedire di vedere davvero le carte, non verrà la tentazione di rovesciare il tavolo.

Un “partito maggioritario” non ha solo il “fastidio”, ma il dovere di prendere sul serio le critiche che vengono rivolte alle sue scelte, di valutare la fondatezza delle ragioni contrarie (che non sono pretestuose, per il solo fatto di essere contrarie) e di prevedere le conseguenze delle sue decisioni.

La logica di maggioranza non funziona come un “dispositivo di sicurezza”, che chiude a doppia mandata le porte alle obiezioni, che siano fondate o infondate. Una scelta politica non è tanto più efficiente quanto più viene plebiscitata dagli organismi di vertice di un partito, ma quanto più le “scelte di partito” riflettono la complessità dei problemi che sono chiamate a risolvere.

Sulle intercettazioni, che è una materia sensibile proprio perché in essa si intrecciano in modo inestricabile interessi diversi e spesso anche contrastanti, ci si può affidare alla logica dei numeri, alla “conta interna” come estrema risorsa della razionalità politica? Direi proprio di no.

La forza di una proposta si misura anche dalla capacità di offrire riscontri positivi ai timori dell’opinione pubblica, di facilitare l’iter istituzionale di un provvedimento o di precisarne la piena legittimità costituzionale, di consolidare gli equilibri di una coalizione…oppure di depotenziare le polemica dell’opposizione o di allargare il perimetro del consenso su temi che non conviene affrontare con la logica della guerra di religione.

Nessuno di questi elementi può essere considerato “prescrittivo”: molto spesso, ad esempio, è politicamente lungimirante sfidare l’impopolarità immediata scommettendo sul fatto che alcune scelte “paghino” con il tempo e vengano apprezzate da un elettorato inizialmente timoroso; altre volte, invece, assecondare i convincimenti prevalenti nel paese può essere più saggio e prudente, perché le divisioni non trascendano nello scontro civile.

Scegliendo – come sembra chiaro – di consentire uno slittamento del voto sulle intercettazioni, anche in vista di ulteriori modifiche, Berlusconi ha esercitato in modo lungimirante la propria leadership. Se si fosse fermato, come in molti gli chiedevano, alla conta interna, non valutando tutti gli altri aspetti della questione, non avrebbe fatto la scelta più giusta, né la più coraggiosa.

Considerando le reazioni che la legge sulle intercettazioni stava suscitando –  molte insopportabilmente strumentali, molte decisamente ragionevoli –  e tutti gli altri elementi in gioco dentro e fuori dal suo partito, Berlusconi ha fatto una sintesi meno “eroica” ma più intelligente di quella che gli chiedevano molti berlusconiani.