‘I am deeply sorry’. Cameron e la verità sul Bloody Sunday

– Dodici anni, dieci volumi, cinquemila pagine, 190 milioni di sterline. Questo il bilancio del Rapporto Saville, pubblicato il 15 giugno nel Regno Unito. Di che si tratta? Di un Rapporto riassumibile con quattro parole, “I am deeply sorry”, pronunciate dal premier David Cameron alla Camera dei Comuni riunita per l’occasione, e rimbalzate tramite maxischermo in Guildhall Square, a Derry, Irlanda del Nord.  Si tratta dell’inchiesta che venne ordinata da Tony Blair, dodici anni fa appunto, a Lord Saville, per accertare la verità sulla Bloody Sunday, la Domenica di Sangue del 30 gennaio 1972 a Derry, o meglio nel quartiere del Bogside, quello cattolico, repubblicano, indipendentista della città.

I fatti sono abbastanza noti. Una marcia organizzata a Derry dal Movimento per i Diritti Civili finì in tragedia quando i parà britannici spararono ad altezza d’uomo uccidendo 13 persone (poi salite a 14) e ferendone molte altre. La marcia aveva una piattaforma che sembrava incredibile nel Regno Unito del 1972: “un uomo, un voto” era la richiesta più pressante, a fronte di un sistema elettorale che in Irlanda del Nord assegnava un diritto di voto anche alle imprese più grandi, esercitato dai rappresentanti legali, quasi tutti protestanti e unionisti; e poi la diseguaglianza nelle opportunità, così evidente a tutto il mondo, che faceva della comunità cattolica nord-irlandese la più vessata nel mondo occidentale.

La tensione era già alta, in Irlanda del Nord, perché la Provisional IRA aveva preso a manifestarsi nel territorio con diverse azioni militari dal 1969. La marcia doveva essere pacifica ma vi parteciparono anche uomini della p-IRA armati. Il Rapporto Saville, tra l’altro, certifica tra questi la presenza dell’attuale vicepremier nord-irlandese, Martin McGuinness.
Fino ad ora, la Domenica di Sangue era il momento simbolico della divisione della provincia irlandese del Regno Unito. Per tante ragioni, ma soprattutto perché vigeva una versione ufficiale che parlava di uomini della p-IRA che avevano sparato per primi, e dei parà che avevano agito, seppur brutalmente, per difendersi; e una vox populi (“cantata” anche dagli U2) che diceva esattamente il contrario.

Ecco perché, a distanza di 38 anni, la verità su quella tragica giornata è ancora importante. La giornata del 15 giugno è innanzitutto, da questo punto di vista, il segno che una grande nazione sa affrontare senza giri di parole una verità scomoda sulla propria storia. David Cameron ha speso parole d’elogio e d’orgoglio per l’esercito di Sua Maestà, ma con encomiabile franchezza ha ammesso che l’azione dei parà quel giorno fu ingiustificata e ingiustificabile. Ingiustificata perché si è accertato che furono loro a sparare per primi, e non viceversa, e senza intimare l’altolà ai manifestanti. E ingiustificabile perché ad essere colpiti furono i civili disarmati, quelli tra le tante migliaia che si trovavano in prima fila e perfino quelli che scappavano o soccorrevano i feriti.

Naturalmente la Domenica di Sangue s’inserisce in una storia che parla anche di terrorismo, attentati sanguinosi, molti morti. Anzi in un certo senso ha scatenato quella storia, che è poi la storia della p-IRA e dei suoi legami internazionali poco chiari, ma soprattutto delle sue azioni più note, quelle contro Londra, il suo esercito, la sua popolazione. Questi giorni possono servire ai familiari delle vittime che ora posseggono una verità amara, che conoscevano già. “L’ho sempre saputo che mio fratello era innocente”, ha dichiarato la sorella del primo morto, un 17enne la cui fotografia è rimasta l’emblema di quella domenica: il suo corpo esanime trascinato via dal prete del quartiere che intanto sventola un fazzoletto bianco intriso di sangue.

Possono essere utili anche a fini di giustizia: ora si apriranno i processi contro i parà che hanno sparato, disobbedendo tra l’altro a un ordine chiaro del loro comandante: “non fatevi risucchiare nel Bogside”, aveva intimato prima della marcia ai suoi uomini. Ma possono essere utili a una riflessione più generale sulla p-IRA e sulle sue mille facce. Un movimento paramilitare che si riforniva di armi e denaro da governi e servizi segreti dei nemici dell’Occidente. La Libia proprio nei giorni scorsi ha deciso ad esempio di riconoscere un congruo risarcimento alle vittime della p-IRA, perché ad essa vendeva armi. Un movimento che aveva una piattaforma politica egualitaria fino a sfiorare il marxismo, esattamente come il suo braccio politico, il Sinn Fein, che nel Parlamento europeo siede insieme all’estrema sinistra.

Un terrorismo marxista, quindi? No, perché in realtà in Irlanda del Nord forse solo con le elezioni del 2010 si è visto un qualche segnale di voto ideologico: finora il voto è sempre stato soltanto, o quasi, identitario, nazionale. O irlandese o britannico, o cattolico o protestante. E così la p-IRA, che usava manifestamente metodi militari, era appoggiata dalla quasi totalità della popolazione cattolica, perché al di là dei legami col Sudamerica o la Libia, al di là dell’ispirazione a Marx o a Che Guevara, importava portare a casa un risultato: difendersi da Londra, dal suo lavarsi le mani delle differenze che avrebbero dovuto gridare vendetta se solo l’Europa fosse stata attenta ai diritti calpestati, e difendersi dalle angherie dei più accesi tra i protestanti che, non contenti di essersi assicurati un sistema politico ed economico a loro favorevole, puntavano a una lotta di quartiere poco cristiana e molto settaria. E l’unico strumento di difesa era diventato il presidio militare del territorio.

Questo aspetto della realtà è semi-sconosciuto a chi non abbia familiarità con le vicende di Belfast e Derry. Ma senza comprenderlo non si può capire la ragione per cui il braccio politico della p-IRA (il Sinn Fein appunto) è cresciuto fino ad essere il primo partito della regione alle Europee del 2009. Un partito che poi pratica l’astensionismo a Westminster perché i suoi deputati non giurano fedeltà alla Corona, e nonostante questo ottiene percentuali bulgare in certi collegi, come l’oltre 70% con cui a West Belfast, quasi ininterrottamente dal 1983, è eletto il suo leader Gerry Adams, fino a qualche anno fa indesiderato negli Stati Uniti. Un partito che nel 1981 candidò e fece eleggere a un’elezione suppletiva Bobby Sands, giovane poeta e militante della p-IRA in carcere in sciopero della fame (sarebbe morto di lì a qualche giorno, tanto bastò a essere ricordato come “Mp”, membro del Parlamento, sui murales di Belfast e nella mitologia della comunità repubblicana. Ai suoi funerali parteciparono 100mila persone).

Lo “scandalo” nord-irlandese sta proprio in questo: che il movimento terroristico era anche perfettamente rappresentativo dei sentimenti della popolazione cattolica. Era davvero “l’esercito” di quel popolo. La p-IRA era sostenuta da tutta Rossville Street, da tutta Falls Road, e perfino da ambienti influenti di Dublino e New York. Non ha vinto, non ha ottenuto l’indipendenza da Londra, ma ha vinto nel limitare i danni ai territori che proteggeva dalle incursioni della polizia (la vecchia Royal Ulster Constabulary) e degli orangisti protestanti; e ha vinto laddove ha costretto i capi di governo inglesi a riconoscere, almeno da Tony Blair in avanti, che la pace nord-irlandese doveva passare per alcuni riconoscimenti e alcune scuse.

Essenzialmente Londra ha già compiuto i passi necessari in questa direzione. Ha riformato la polizia nord-irlandese, ha mutato le condizioni socio-economiche della regione, ha favorito la trasformazione di Belfast in una città accogliente per gli universitari, i giovani, perfino gli artisti. E adesso ha speso una cifra che può apparire spaventosa, 190 milioni di sterline, per riconoscere la verità sulla Bloody Sunday.

E’ toccato a un premier conservatore. All’erede di quella Margareth Thatcher che nel 1981 non volle concedere nemmeno un briciolo delle richieste di Bobby Sands e dei suoi compagni che si lasciavano morire di fame in carcere. Mentre pronunciava le parole che tutti aspettavano da 38 anni – “I am deeply sorry” – una folla davanti al municipio di Derry aveva di che festeggiare. Meglio tardi che mai.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

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