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Il 22 giugno la Consulta si pronuncia sul nucleare: una svolta?

– Tra cinque giorni la Corte Costituzionale si pronuncerà sulla legge che riporta il nucleare in Italia.
Più precisamente, ad essere impugnata lo scorso autunno è stata la delega al Governo contenuta nella legge 99/09  di luglio. Le Regioni che hanno presentato il ricorso sono undici, ma di recente il Piemonte di Roberto Cota ha ritirato il proprio, spiegando che siano venuti meno i motivi del contendere.
La tesi sostenuta dalle Regioni ricorrenti verte, principalmente, sulla mancata previsione nella delega della necessità di un’intesa con le regioni e gli enti locali ai fini dell’autorizzazione degli impianti nucleari.

La delega, quindi, non sarebbe illegittima per quello che dice, bensì per quello che omette di dire. Si macchierebbe di incostituzionalità nella misura in cui non impone espressamente al Governo di rispettare le competenze delle Regioni in materia di energia nel disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare. La materia, infatti, è di competenza legislativa concorrente e pare un principio consolidato in via giurisprudenziale che sotto il profilo amministrativo i procedimenti autorizzativi in questo ambito non possano essere conclusi positivamente senza un atto di assenso delle regioni.
Quello che omette di dire la delega è però ben presente nel decreto delegato. Per questo la scelta del governatore leghista non sembra essere un’operazione meramente politica, conseguente al cambio di colore della giunta e alla maggior vicinanza della nuova compagine al governo centrale, quanto, piuttosto, una decisione fondata su ragioni di diritto.

Il decreto legislativo 31/2010 prevede, infatti, che “il Ministro dello sviluppo economico, entro trenta giorni, sottopone ciascuno dei siti certificati all’intesa della Regione interessata, che si esprime previa acquisizione del parere del comune interessato”. Ancora, nella fase che segue l’individuazione dei siti nucleari e che conduce all’autorizzazione, il decreto adottato dal Governo contempla la necessità di un’intesa con tutti gli enti locali interessati.

In sede di attuazione della delega, insomma, si è posta estrema attenzione alla necessità di rendere regioni ed enti locali partecipi dell’iter di autorizzazione degli impianti. Il coinvolgimento dei diversi livelli di governo del territorio arriva in alcuni punti del testo a dimensioni iperboliche, se si considera che su un documento come lo schema di parametri per l’individuazione dei siti idonei ad ospitare impianti nucleari, predisposto dall’Agenzia per la Sicurezza Nucleare sulla base di criteri squisitamente tecnici, le Regioni e gli enti locali possono esprimersi ben due volte: dapprima sullo schema dell’agenzia, in un secondo tempo durante lo svolgimento della Valutazione Ambientale Strategica cui è sottoposto il medesimo schema, congiuntamente alla Strategia Nucleare del Governo.
La mera dichiarazione di illegittimità della legge delega sarebbe per altro una grave battuta d’arresto della politica nucleare che già in questi mesi non ha tenuto un ritmo adeguato e che oggi trova flebile slancio in un Ministero, quello dello sviluppo economico, un po’ frastornato dall’assenza di Scajola.

Per le ragioni sopra esposte, pare più probabile o una pronuncia che dichiari la legittimità della norma, o una sentenza additiva di principio che affermi l’incostituzionalità della delega nella sola parte in cui non prevede un’intesa con le Regioni per l’autorizzazione degli impianti. In tal caso, il decreto delegato rimarrebbe in piedi e il contenzioso si sposterebbe sulle puntuali norme delegate. Visto che comunque il quadro normativo congegnato a febbraio scorso prevede il rilascio delle intese delle regioni per la localizzazione e l’autorizzazione di siti ed impianti, molte regioni non hanno presentato un nuovo ricorso contro il decreto. Solo tre Regioni, la Toscana, l’Emilia Romagna e la Puglia lo hanno impugnato.

Ora, la persistente contrarietà delle Regioni si spiega con il fatto che il decreto preveda la possibilità per il Governo di scavalcare la mancata intesa con l’esercizio di un potere sostitutivo, che si esplica in una deliberazione del Consiglio dei ministri, nella composizione integrata dalla presenza dei presidenti delle regioni interessate.

Anche in questo caso, tuttavia, l’accoglimento del ricorso non dovrebbe comportare l’abrogazione in toto delle norme che disciplinano il ritorno del nucleare in Italia. Piuttosto, implicherebbe la cancellazione delle parti relative al potere sostitutivo e darebbe una nuova definizione di intesa “forte”, tale da conferire alle regioni un potere di veto sull’autorizzazione degli impianti.
Di certo il 22 giugno dovrebbe determinare una svolta nelle politiche energetiche del Governo e tracciare un segno da cui la maggioranza deve ripartire, in modo più convinto, per dare avvio in tempi ragionevoli al processo di ricostruzione del settore dell’energia nucleare.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

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