Che noia, l’emergenza democratica

Ci risiamo: a quanto pare la democrazia italiana affronta nuove mortali minacce. Vista da destra, come da sinistra, la Repubblica è spacciata. In realtà, le cronache ne avevano già annunciato più volte il trapasso a miglior vita. Anche recentemente: quando il decreto legge in materia elettorale di Berlusconi attentò alla libertà del paese che rispose fieramente, con il lugubre contorno di tricolori listati a lutto e veglie funebri. E poi quando i giudici, malgrado il decreto, conculcarono il diritto di voto del popolo di centro-destra, che però non se ne accorse e vinse tranquillamente le elezioni.

La libertà e la democrazia erano già morte, ma ora rischiano di morire di nuovo. Resurrezione o morte presunta? Chissà. In ogni caso, l’Italia sembra nuovamente in grave pericolo, stavolta a causa di ben tre differenti minacce: il ddl intercettazioni (un evergreen, ormai), il rischio di un golpe mediatico-giudiziario (c’è sempre il rischio e mai il golpe) e, infine, “l’indecente proposta” della Fiat su Pomigliano.

Per quanto riguarda il ddl intercettazioni, qui non interessa il suo contenuto, di cui non si ignorano i profili problematici. Ci interessa la sua rappresentazione emergenzialista, come sintomo della trasformazione in senso autoritario della forma di governo del Paese. Insomma: il ddl come sintomo di una malattia –  Berlusconi e il berlusconismo –  che rischia di uccidere l’Italia; il ddl come “prova tecnica di regime”. Eppure appena tre anni fa, era stato approvato, quasi all’unanimità, alla Camera un ddl nella medesima materia, ispirato alla medesima filosofia. È sempre possibile dissentire, anche da se stessi, cambiando idea e anche ricambiandola, ma a tutto c’è un limite, perlomeno di decenza morale.

In verità, la posizione assunta dal centro sinistra testimonia la sua rinuncia a proporsi come possibile, credibile, alternativa di governo e il suo naufragio nella deriva giustizialista, alla quale, a partire dai primi anni novanta, ha affidato tutte le sue (s)fortune. D’altronde, come spiegare altrimenti l’infelice slogan “intercettateci tutti”, frutto di un’aberrante concezione della trasparenza e di singolari interpretazioni della nostra carta costituzionale?

Infatti, non è certo casuale che la Costituzione, dopo aver definito inviolabili i diritti fondamentali dell’uomo (art. 2), espressamente indichi come tali soltanto il diritto di libertà personale (art. 13), domiciliare (art. 14), di difesa (art. 24) e, appunto, la libertà e segretezza di ogni forma di comunicazione (art. 15). Chiara espressione, senza dubbio, della centralità dell’individuo e della sua libertà nel nuovo ordinamento costituzionale e della consapevolezza, anche storica, che la loro protezione vada intesa soprattutto come limitazione del potere statale.

Se qesto vale per la sinistra, anche nell’altro fronte – e la terminologia bellica non è impropria –  pare che non si facciano mancare niente, quando tocca dar voce all’indignazione e alla denuncia vibrata per le sorti della democrazia del paese. A sentire certa retorica contro-emergenzialista, la dialettica politica in Italia è bipolare in questo senso: da una parte c’è il centro-destra, che vince le elezioni, dall’altra c’è un disegno oscuro e inconfessato per sovvertire l’esito del voto, da parte della magistratura (talvolta considerata alla stregua di una vera e propria associazione a delinquere), della stampa italiana (e anti-patriottica) e estera (e anti-italiana), degli immancabili “poteri forti”, dell’opposizione disfattista e dei dissenzienti traditori. Insomma: il popolo è con il governo, e chi è contro il governo è contro il popolo.

Anche questo elemento retorico è stato abusato e –  malgrado colga alcuni obiettivi elementi di criticità nei rapporti tra magistratura e politica – non rappresenta la realtà, ma un canone narrativo, che il premier interpreta alla grande: in ogni competizione elettorale di dubbio esito, basta buttarla sulla rissa tra pro e antiberlusconiani, cui la sinistra giammai si astiene, ed è fatta.

Rispetto al caso precedente, è evidente l’uso strumentale della retorica emergenzialista, che però lascia trasparire un più corposo significato politico, come testimonia l’insofferenza, manifestata anche recentemente, per i troppi “laccioli” ed “impicci” imposti dalla Costituzione. Il ricorrente appello alla volontà del popolo pare indicare l’adesione, verosimilmente inconsapevole, ad un modello statalistico-democratico di ispirazione francese, per il quale si ha

la tendenza di dare alla parola libertà un senso che più esattamente noi renderemmo colla parola democrazia. Così, costituzioni libere sono quelle democratiche; così per trionfo della libertà s’intende il trionfo della democrazia” (Vittorio Emanuele Orlando).

Ma in dottrina, anche alla luce delle esperienze storiche vissute, è pacifico che il principio maggioritario abbia una forza cogente ed espansiva idonea, senza opportuni temperamenti, a comprimere il contrapposto principio liberale. D’altronde, è un modello precedente l’avvento dello Stato costituzionale di diritto! Così, il fronte liberale finisce per usare le parole d’ordine della retorica democratica anti-liberale (ma queste, ci rendiamo conto, sono “finezze” che non interessano al popolo).

Sulla democrazia e libertà del paese incombe poi una terza minaccia, che pur assumendo i caratteri dell’assurdo, corre il rischio di diventare maledettamente seria. La vicenda è nota: la Fiat propone di portare la produzione della Panda a Pomigliano, a determinate condizioni sottoscritte da tutte le parti sociali, soprattutto in materia di sanzioni anti-assenteismo e di metodo arbitrale di risoluzione delle controversie, per evitare il ripetersi di mali antichi e conosciuti.

Le parti sociali hanno accettato la sfida, eccetto, finora, la FIOM-CGIL che lamenta la violazione dei diritti costituzionali dei lavoratori.  Già sul piano logico che emerge l’erroneità della tesi della FIOM-CGIL. A cosa servono, infatti, gli intangibili diritti dei lavoratori, se non c’è il lavoro? E’ evidente a tutti i commentatori, compresi i sindacalisti della FIOM-CGIL, che il referendum nello stabilimento di Pomigliano avrà un esito scontato. I lavoratori hanno perfettamente chiaro quale sia il loro interesse, che non coincide con la difesa di uno stato giuridico teorico. Nessuno preferisce essere un “non lavoratore” più garantito, anziché un lavoratore meno garantito.

La vera “strage” dei diritti dei lavoratori si compie soffocando gli investimenti produttivi e riducendo le possibilità di crescita. D’altronde, l’art. 4 della Costituzione recita che la Repubblica promuove le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro e oggi a Pomigliano d’Arco queste condizioni sono rappresentate dall’accordo respinto dalla FIOM-CGIL. E’ quest’ultima, a ben vedere, a tradire lo spirito costituzionale.

In definitiva, non vi è una emergenza democratica, ma semmai –  è questo il vero filo conduttore delle tre vicende –  ve n’è una liberale. Se c’è un allarme, questo riguarda i presidi a tutela dell’individuo e delle sue libertà, l’effettività del principio di separazione dei poteri e la libertà economica. Questi sono i “valori in pericolo” che occorrerebbe rafforzare e non sotterrare sotto tonnellate di retorica democratica. Questa è la frontiera tra conservazione  e innovazione. Tutto il resto è noia.


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

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