– La Fiat, sotto la guida di Sergio Marchionne, ha accresciuto il suo profilo di società multinazionale che ha ormai la grande maggioranza dei propri dipendenti negli stabilimenti sparsi per il mondo e non in Italia. Lo scenario del suo disegno strategico è il mercato globale che nei prossimi anni assisterà – secondo tutti gli analisti – alla riduzione delle aziende produttrici di auto ad un numero pari alle dita di una mano. In Italia, però, rimangono le radici. E qualche dovere di riconoscenza.

Sarà per questo motivo che la Fiat ha deciso di compiere un’operazione a rischio, dichiarandosi disponibile ad investire ben 700 milioni di euro nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, da cui qualunque impresa sensata vorrebbe fuggire a gambe levate, per tanti motivi che non sono soltanto denunciati dal management, ma riconosciuti dai sindacati e dagli stessi lavoratori con un candore tanto disarmante da divenire arrogante.

Il progetto non è pensato in chiave assistenziale allo scopo di mantenere in vita un’unità produttiva (si fa per dire!) che dà lavoro a 15 mila persone tra occupati diretti e dell’indotto; l’obiettivo è quello di assegnare allo stabilimento una valenza cruciale nella strategia del gruppo trasformandolo nel punto di riferimento di un’area di mercato in espansione come quella del Mediterraneo. Non si dimentichi mai, poi, che la sopravvivenza di Pomigliano non è legata soltanto alla morte degli stabilimenti in Polonia (da cui la Fiat se ne va dimenticando i finanziamenti pubblici ricevuti), ma anche alla chiusura di Termini Imerese.

Tutto ciò premesso, le difficoltà concrete che tale operazione incontra sarebbero scandalose, se non fossero sorprendenti. Ecco perché, alla luce di quanto è avvenuto nelle ultime settimane, ci sentiamo autorizzati a chiedere alla Fiat una prova di patriottismo. Se dal referendum non uscirà un risultato chiaro ed inequivocabile, tanto forte da escludere, nei fatti, la possibilità di un proseguimento di questa disgustosa telenovela dei diritti violati, Marchionne deve rendere al Paese un servizio, difficile, impopolare ma indispensabile: salutare tutti e rimanere in Polonia. Così aiuterà il circo Barnum nazionale e quegli stessi lavoratori, nostalgici dei bei tempi delle partecipazioni statali, a capire che il “nemico” vero non è il “padrone”, ma un pezzo dei loro sindacati.

E aiuterà anche quella parte del movimento sindacale – disposta ad assumersi le responsabilità imposte da un’economia globalizzata –  a vincere la battaglia contro un tipo di sindacalismo irragionevole, conflittuale come quello espresso dalla Fiom e (fino ad ora) tollerato dalla Cgil. Fu così nel 1980, dopo la Marcia del 40mila a Torino. Grazie alla sconfitta subita proprio dai “padri” del gruppo dirigente della Fiom di oggi, i sindacati capirono che dovevano “governare” i grandi processi di ristrutturazione degli anni ’80 e non opporvisi ciecamente. Così il sindacato seppe rinnovarsi e crescere.