Pomigliano dimostra che un problema è la CGIL, l’altro – e il principale – sono le regole del gioco sindacale

Sull’accordo per il rilancio di Pomigliano, che è stato condizionato dalla Fiat al sì della CGIL, si giungerà ad un lodo che, presumibilmente, renderà al più grande sindacato italiano l’onore delle armi, consentendogli di accettare, ma non di sottoscrivere le norme “incriminate” – a non dire no, ma a non dire, direttamente, neppure ad un protocollo che segna obiettivamente una svolta: non perché sia il primo, ma, in certo modo, perché è l’ultimo, quello “definitivo”, che attesta la marginalità della Fiom e della sua piattaforma antagonista, per anni interpretata con intransigenza parolaia, attingendo ad una retorica dei diritti ideologica e insolente.

Non sapremmo dire se l’inflessibilità di Marchionne, che vuole la CGIL dentro la partita, o in alternativa preferisce uscirne del tutto, nasconda il timore di una micro-conflittualità logorante e riveli la consapevolezza della portata, anche politica, dello scontro o non dimostri piuttosto che anche una rottura, per la Fiat, sarebbe tutt’altro che una sconfitta o una sciagura. La Fiat ha delle alternative. Pomigliano no.

Come ricordava ieri Pietro Ichino il nostro sistema di relazioni industriali funziona solo all’unanimità; se no precipita nell’anarchia. Da questo punto di vista, è auspicabile che la CGIL trovi, senza suicidarsi, un modo per non mettersi di traverso su Pomigliano. Ma è anche auspicabile che la politica si interroghi sulle riforme necessarie ad evitare che le regole del “gioco sindacale” divengano un ostacolo per l’innovazione.

Bisognerebbe insomma iniziare a levare di mezzo la corda con cui la CGIL impicca le proposte altrui o si impicca alla propria intransigenza. La standardizzazione garantista legata al modello del contratto collettivo nazionale contrasta con l’esigenza di riadattare le norme di diritto alle situazioni di fatto, a maggior ragione quando ogni clausola contrattuale pretende un rango o un’ascendenza costituzionale e preclude un’interpretazione “specifica”. La disciplina della rappresentanza e del potere contrattuale, per ragioni non solo politiche ma “istituzionali”, porta sempre più spesso non alla soluzione, ma alla cronicizzazione dei conflitti. Non è solo la CGIL a sbagliare, sono anche le regole ad essere sbagliate.

Se non lo fossero così tanto – diciamo la verità – a Pomigliano non ci sarebbe nessun problema e un sindacato in rotta, culturalmente battuto, politicamente isolato e assai poco rappresentativo degli umori e delle paure dei lavoratori, non sarebbe davvero un problema per nessuno.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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