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Oltre la fiction… la questione fiamminga. La posta in gioco è europea, non solo belga

– Il 13 dicembre 2006 la televisione di stato belga francofona annunciava in un’edizione straordinaria del telegiornale la dichiarazione unilaterale di indipendenza delle Fiandre e la dissoluzione del Belgio.
Si trattava naturalmente di una bufala, ma fu presa sul serio da molti – un  po’ come la narrazione di  Orson Welles dello sbarco marziano – e suscitò un ampio dibattito all’interno della società belga. Oggi, a distanza di 3 anni e mezzo, lo scenario della fine del Belgio, così come l’abbiamo conosciuto finora, appare tutt’altro che remoto.

Il sostanziale stallo politico degli ultimi tre anni, nel corso dei quali i partiti francofoni e fiamminghi non sono riusciti a trovare un accordo sulla riforma dello Stato, tenderà ad aggravarsi dopo le elezioni di ieri che hanno confermato la divaricazione sempre più forte tra il voto nella Vallonia e quello nelle Fiandre.

Da una parte, nella regione francofona, prevalgono da sempre partiti socialdemocratici e cristiano-sociali. I socialisti di Di Rupo, gli Ecolo e gli umanisti sono tutti più o meno collocabili nel centro-sinistra. Il Mouvement Réformateur di Reynders  rappresenta un centro-destra molto moderato e non privo di influssi socialdemocratici. Solo il neonato Parti Populaire si pone su posizioni liberalconservatrici, ma il suo impatto elettorale è ancora molto limitato.

Al contrario su sponda fiamminga si assiste da anni ad una progressiva “destrizzazione” dell’elettorato, con i socialisti ridotti in posizione subalterna ed una prevalenza abbastanza netta per le forze di centro-destra e di destra più marcata. Al tempo stesso non si arresta nelle Fiandre la crescita delle forze politiche apertamente autonomiste, con il successo in primo luogo della  Nieuw-Vlaamse Alliantie che è risultata il primo partito nella regione di lingua olandese e anche, nel complesso, a livello federale.

La “questione fiamminga” ha origini lontane. Essa nasce innanzitutto come reazione contro il predominio politico francofono che ha contraddistinto il Belgio fin dalla sua costituzione nel 1830. Le Fiandre sono state a lungo sottoposte ad una francesizzazione forzata che ha tra l’altro cambiato radicalmente la composizione linguistica di Bruxelles, dove il numero di neerlandofoni è sceso dal 95% del 1830 al 15% di oggi.

Le conseguenze della francesizzazione nei primi anni erano particolarmente punitive per la popolazione fiamminga. Ogni contatto con il governo doveva avvenire in francese e questo portava anche a condanne di innocenti che semplicemente non erano in grado di difendersi in francese nei tribunali.

L’establishment francofono privilegiò significativamente la Vallonia che, infatti, divenne una locomotiva della rivoluzione industriale, mentre le Fiandre rimasero a lungo una regione povera e rurale. La pari dignità tra le due lingue risale al 1898, ma rimaneva una forte asimmetria culturale. I francofoni non imparavano l’olandese, mentre i fiamminghi si trovavano de facto a dover imparare il francese. Proprio la protezione dei francofoni dalla necessità di imparare l’olandese portò nel ventesimo secolo al prevalere del concetto di partizionamento linguistico del paese (francese in Vallonia, olandese nelle Fiandre, con Bruxelles enclave bilingue) piuttosto che di uno Stato unitario bilingue.

Successivamente, tuttavia, i francofoni hanno continuato a francesizzare attraverso flussi migratori alcune aree delle Fiandre, in particolare quelle intorno a Bruxelles e questo ha creato un importante elemento di conflitto. Se i neerlandofoni che si spostano in Vallonia accettano di imparare il francese, è giusto che i francofoni pretendano di rendere francofone le istituzioni nelle aree delle Fiandre in cui immigrano?

Al di là dell’elemento linguistico e nazionale, c’è tuttavia, un altro fattore determinante nell’emergere di una volontà di autogoverno da parte dei fiamminghi ed è quello economico. Se nell’ottocento la Vallonia era, in rapporto alla popolazione, la seconda potenza industriale al mondo dopo il Regno Unito, il ventesimo secolo ha visto un progressivo declino economico della regione, a mano a mano che andava in crisi l’industria pesante senza che si prefigurassero strategie di riconversione.

Le Fiandre, al contrario, hanno conosciuto nel ventesimo secolo un’impressionante espansione economica che ne ha fatto una delle aree più ricche del continente, con una produttività superiore del 25% a quella della Vallonia ed un tasso di disoccupazione largamente inferiore. Questo è stato reso possibile dallo sviluppo di varie industrie, da quella chimica a quella petrolifera, dal successo del settore terziario e dalla capacità di attrarre capitali esteri.

I meccanismi redistributivi dello Stato centrale hanno così reso sempre più la Vallonia dipendente economicamente dalle Fiandre. Nella regione francofona si sono affermate politiche assistenziali con un’esplosione della spesa pubblica e dell’indebitamento. Si calcola che il trasferimento annuale dalle Fiandre alla Vallonia sia di 6 miliardi di euro l’anno, che diventano 12 se si contano anche gli interessi pagati sulla parte vallone del debito pubblico che è significativamente più alta di quella fiamminga. Si tratta di un trasferimento proporzionalmente superiore a quello che avviene dai tedeschi dell’ovest alle regioni dell’ex Germania Est.

Questa situazione è difficilmente modificabile all’interno del framework dello Stato unitario a causa del rifiuto francofono di negoziare riforme dello “status quo”. Ciò fa sì che i neerlandofoni, pur maggioranza nel paese, si trovino imbrigliati in un assetto istituzionale che li sottopone al veto continuo del socialismo di lingua francese. Come detto l’autonomismo fiammingo è una rivendicazione della parte più ricca del paese. E’ quindi un autonomismo “di destra”, più simile a quello “veneto” che a quello scozzese o gallese.

Secondo le dinamiche che Allen Buchanan ben descrive sul suo libro “Secessione”, un simile autonomismo patisce normalmente l’accusa di “egoismo” – appare agli occhi di molti come un tentativo degli abbienti di venire meno agli obblighi di giustizia distributiva nei confronti dei più poveri. Tuttavia non è possibile trascurare gli effetti negativi di lungo periodo che le politiche di ridistribuzione portano con sé . Un po’ come nel nostro mezzogiorno, anche in Vallonia i trasferimenti non sono volani di sviluppo, ma semmai hanno favorito un circolo vizioso di dipendenza, parassitismo e clientelismo.

Ci si può chiedere quanto a lungo può durare ancora questa situazione di conflitto, nel quale ogni atto politico o amministrativo viene potenzialmente considerata una “provocazione linguistica”, dalla definizione dei confini dei collegi di voto, all’invio dei certificati elettorali in francese o in olandese, dal giuramento di un sindaco in una lingua piuttosto che in un’altra –  in un crescendo surreale se visto da fuori, ma comprensibile calandosi all’interno della realtà di quei territori.

Ci si può chiedere se sussistano ancora spazi per una ricomposizione delle fratture oppure se i rapporti tra le comunità linguistiche abbiano ormai raggiunto un punto di non ritorno. Non stupisce che il prevalere in Belgio di tendenze politiche disgreganti susciti apprensione sia all’interno del paese che all’esterno. In Belgio sono in molti a chiedersi che cosa succederebbe se il paese dovesse dividersi.  A questo proposito il libro “Bye Bye Belgium”, curato da Philippe Dutilleul, è un’ampia raccolta di riflessioni e di testimonianze sul modo in cui i belgi ed i valloni in particolare percepiscono la situazione attuale ed i rischi della secessione. Non è uno scenario facile da immaginare per l’assenza di precedenti che possano fare testo, eccetto quello della separazione tra Repubblica Ceca e Slovacchia. Che cosa ne sarà delle pensioni? E del programma nucleare? E delle ferrovie? Che impatto ci sarà sul sistema industriale? E sul commercio tra le due regioni?

Quello che è certo è che, fatti due conti, i valloni si troverebbero a dover vivere con almeno il 20% di risorse in meno. Persa la solidarietà fiamminga proverebbero con buone probabilità ad appellarsi allo spirito sociale di Parigi. Ma il successo degli autonomisti non fa dormire tranquilli neppure fuori dal piccolo Stato. In primo luogo perché una secessione nell’Europa occidentale, la prima dal 1922, rompendo il tabù dell’immodificabilità dei confini, darebbe un impulso importante ai movimenti indipendentisti in altre nazioni. Dalla Gran Bretagna, alla Spagna, all’Italia sarebbero in molti a trarre legittimazione dal “precedente” fiammingo. In secondo luogo la fine del modello belga rappresenterebbe un colpo pesante al progetto di unione politica europea. Che cos’è del resto il Belgio di oggi, se non un’Europa in miniatura? Se non la versione in scala ridotta del modello che i federalisti europei prefigurano da decenni per l’intero continente?

Con un governo federale, tre governi regionali e tre comunità linguistiche (francofona, neerlandofona e germanofona) anch’esse dotate di propria fisionomia istituzionale, il sistema belga è pesante, tecnocratico, sempre meno controllabile dai cittadini.
E se l’idea di tenere popoli diversi sotto un’unica costruzione amministrativa fallisce, persino in uno scenario di complessità relativa, come si potrà pensare ad una “reductio ad unum” delle differenze culturali ed economiche di un continente che va da Londra ad Atene, da Lisbona a Varsavia?

In definitiva la posta in gioco in Belgio è alta e l’esito dell’attuale impasse politico ci fornirà probabilmente un’indicazione sulle tendenze istituzionali che si affermeranno in Europa nei prossimi anni, in particolare riguardo alla questione se i vecchi stati ottocenteschi e novecenteschi lasceranno il passo a strutture sovranazionali, oppure se al contrario siano destinati ad essere superati dal basso attraverso un processo di decentramento e di devoluzione politica.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

2 Responses to “Oltre la fiction… la questione fiamminga. La posta in gioco è europea, non solo belga”

  1. Difatti la Lega esulta e non mi meraviglierebbe per nulla se, al minimo pretesto, tipo “la riforma della giustizia mette in difficoltà il dialogo per le riforme” o un deciso blocco politico-sociale che chiedesse la esatta determinazione dei costi (enormi ed insopportabili) del cosiddetto federalismo, non si tornasse d’un subito al ritornello della secessione, in voga prima del partito di “lotta e di governo”.
    Era chiaro a tutti, del resto, che il loro cosiddetto federalismo altro non è che un percorso surrettizio che permetta di arrivare a conseguire un assetto sostanzialmente confederale, dato che il percorso della eurocostruzione sembrava impedir loro la spinta secessionista pura e semplice.
    Se, insomma, la Cecoslovacchia è lontana e lontani sono Cekia da una parte e Slovacchia dall’altra, andiamo almeno verso il Belgio.
    Se, però, i fiamminghi danno la stura alla centrifuga generalizzata, addio Repubblica Italiana. Data l’inanità del contesto del primo e l’incolmabile iato fra Paese legale e Paese reale mi interrogo se ciò, in fondo, non sarebbe poi un così grande danno. E concludo sperando vivamente di sbagliarmi.

  2. non credo che in Italia vi sarà mai l’indipedenza della”padania”.
    non converrebbe alla Lega ed alle forze produttive del nord che ora possono controllare il meridione mente si troverebbero a dovervi competere se indipedenti (non dimentichiamo inoltre che aree a forte sviluppo tecnologico/turistico come Roma e Toscana sarebbero “terronia”).

    un’ Europa unita fatta di regioni anzichè di Stati non mi dispiacerebbe.

    in quanto al belgio…. beh neanche la sua divisione mi dispiacerebbe . perl preferirei la federazione di vallonia con la francia (in funzione anti-tedesca) e dei fiamminghi con l’ Olanda (per rafforzare una media potenza in europa in funzoine anti asse franco-tedesco).

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