L’unità nazionale nel pallone. Cannavaro ha ragione, la Lega torto

– Zaia, probabilmente, non avrebbe nulla da eccepire se a suggellare la vittoria della nazionale italiana ai mondiali sudafricani fosse l’inno di Mameli. Non ce l’ha direttamente con l’Italia (è stato anche Ministro della Repubblica). Ce l’ha col fatto che lui, come veneto, e il Veneto, come regione, possano apparire italiani prima che “altro”, che l’ideale unitario esprima l’identità “padana” meglio della casacca verde, con cui Bossi ha vestito le inquietudini del Nord. Quindi, per Cannavaro e soci va bene Mameli, ma per l’inaugurazione delle scuole  di Fanzolo, meglio il Va pensiero di Verdi, cioè un inno risorgimentale riadattato alla piattaforma secessionista.

Che alla vigilia dei mondiali sudafricani la Lega finisse per punzecchiare anche la nazionale di calcio era nelle cose ed è puntualmente avvenuto. “Alla leghista”, ovviamente. Anche accusando i calciatori azzurri di essere dei profittatori. Dopo che il ministro Calderoli aveva criticato gli alti compensi destinati agli azzurri in caso di buon piazzamento o di vittoria ai mondiali del Sudafrica, la “palla” era passata alla Figc, che aveva precisato come quei compensi non derivassero dai soldi dei contribuenti, ma direttamente dalla Fifa, che paga alle nazionali un contributo molto alto per la partecipazione alla competizione mondiale.

Dal punto di vista dell’immagine una precisazione di questo tipo non bastava. Anche perché, come quattro anni fa, la Nazionale parte male: non è tra le favorite ed è molto criticata per diverse ragioni (calcistiche, s’intende). Inoltre, questo Mondiale cade in un momento di oggettiva e pesante crisi finanziaria degli Stati. Populisticamente ha sempre molta presa l’argomento che gli sportivi guadagnano troppo. Parlare di premi da centinaia di migliaia di euro all’indomani della manovra finanziaria suscita recriminazioni ed invidie molto popolari, anche se, in buona parte, ingiustificate.

I calciatori azzurri hanno deciso di passare al contrattacco sul piano mediatico. E hanno scelto di destinare una quota dei premi alla celebrazione dell’Unità d’Italia. Un contropiede imprevisto, più da giocatori di scacchi che di calcio, che risponde in modo furbo ad una provocazione da furbi, su di un terreno molto segnato, da entrambe le parti, dalla demagogia e dalla retorica. Però questo “giocare” con il sentimento nazionale da parte della squadra nazionale di calcio induce anche riflessioni più generali.

Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità cadrà in una situazione politica in cui la retorica prevalente non è e non sarà certo quella patriottica. Un forte partito di governo, la Lega, pur non schierandosi apertamente contro le celebrazioni, se ne tiene eloquentemente distante, visto che tra le camicie verdi il sentimento anti-unitario continua ad essere costitutivo dell’identità “padana”. Questo sentimento pesa sul piano politico assai più delle considerazioni di ingegneria istituzionale, che gli stessi ministri leghisti utilizzano per spiegare come il federalismo (fiscale, e non solo) sia la giusta ricetta per tutto il Paese, per salvaguardare quell’unità morale, prima ancora che geografica, di un’Italia che rappresenta con ogni evidenza il risultato non raggiunto della costruzione unitaria.

E’ dunque forte l’impressione – e qualcosa più dell’impressione – che alcuni leghisti non tiferanno per la nazionale azzurra ai Mondiali di calcio. Il che è legittimo, se si pensa che perfino in tempi di guerra non tutti gli italiani hanno sempre “tifato”, se possiamo usare questo verbo, per l’esercito tricolore. Basti ricordare la Prima Guerra Mondiale, con il Parlamento spaccato addirittura in tre (neutralisti e interventisti di due parti diverse) e un Paese fortemente neutralista fino alla disfatta del Piave, quando gli umori popolari d’improvviso mutarono nella speranza del riscatto.

Lo sport in generale è una metafora della guerra, della battaglia. E’ così dal tempo dei Romani. E nella nostra epoca lo sport con il più ampio seguito popolare è il calcio: non è un caso che da tempo si dica che ci ricordiamo di essere italiani soprattutto durante i Mondiali.

Forse allora questa estemporanea iniziativa dei calciatori azzurri potrebbe essere letta in maniera più seria e non solo come una boutade da gossip sportivo. Proprio dal contesto in cui, più per ragioni di fede sportiva che di “fede” nazionale, ci stringiamo maggiormente intorno alla bandiera tricolore, arriva un richiamo per la nostra politica. Un richiamo che – per la “dura legge del gol” – potrà pesare molto se l’Italia andrà avanti nella competizione calcistica, ma rischia di ritorcersi contro i calciatori se la nazionale finirà fuori dal mondiale dopo i primi turni.

Però l’oggetto del richiamo ha la sua forza e la sua verità, che non dovremmo dimenticare. In un contesto internazionale ovviamente molto diverso, l’unità rimane l’elemento fondamentale della forza del paese, anche per confrontarsi con sfide socio-politiche completamente nuove, e non previste durante il Risorgimento, tra cui il processo di unificazione europea, l’immigrazione e la trasformazione dell’identità etnica, culturale, religiosa dell’Italia e degli italiani. Del resto, chi costruì l’unità si dovette confrontare con spinte contrarie sia esterne (potenze che non volevano neppure pensare all’idea di un’Italia unita) sia interne (pressioni e rivolte come il brigantaggio meridionale).

Le celebrazioni non dovrebbero festeggiare il passato, ma valorizzare l’attualità delle intuizioni di chi, a partire da Cavour e dagli uomini della Destra Storica, pensava che l’ideale unitario non servisse solo la retorica patriottarda, ma anche le speranze di sviluppo economico e di emancipazione civile degli italiani. E che l’Italia fosse per gli italiani il modo più intelligente e efficiente per rispondere alle sfide della modernità.

Pur con gli adattamenti alla realtà odierna, il centro della questione italiana è rappresentato dal problema dell’unità morale del Paese. A loro modo e nel loro piccolo, i calciatori azzurri ci hanno richiamato a questa realtà: uniti si vince, per dirla in gergo sportivo.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

One Response to “L’unità nazionale nel pallone. Cannavaro ha ragione, la Lega torto”

  1. Forse alcune scelte del commisario tecnico Marcello Lippi, nonchè alcuni suoi atteggiamenti, non hanno agevolato un clima di simpatia attorno alla squadra azzurra.

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