– Stasera, quando scenderà in campo la nazionale di calcio, qualcuno preferirebbe sbandierare la bandiera delle Fiandre. Faccia come crede.
Il problema è che la storia di un Paese, a differenza della propaganda di un partito, non si “inventa” e l’Italia non è il Belgio. La fantasia secessionista nostrana può partorire un’ascendenza celtica, una religione pagana, una cultura nordista anti-italiana… Ma non può inventare una libertà politica, culturale e civile del Nord pre-esistente al percorso unitario e una sua identità “profonda” alternativa rispetto a quella italiana.
L’Italia è oggi spaccata e divisa da differenze (reddito, efficienza, legalità) soprattutto – ma non solo – lungo la frontiera Nord-Sud. Impedire che questa spaccatura si cronicizzi è una priorità nazionale, proprio perché l’alternativa non esiste (la Grecia dimostra l’assoluta interdipendenza tra paesi europei, figuriamoci tra regioni italiane). E non si dà, come alternativa, neppure quella più radicale, e vagheggiata con irresponsabilità, di un Nord insieme anti-italiano e anti-straniero, che anziché affrontare le sfide del mondo, alza i ponti levatoi e si rinchiude nella cittadella assediata.

Il fatto che il centro-destra della Seconda Repubblica sia nato da un partito che si chiamava Forza Italia non è stato casuale e nessuno dovrebbe dimenticarlo, correndo appresso ai pifferai e agli apprendisti stregoni del Carroccio. Ad un’Italia forte non serve un meridionalismo ipocritamente piagnone, ma tantomeno un nordismo stupidamente vittimista, che cerca in un passato che non è esistito il proprio futuro.